Lega Ciclismo Professionisti

Nieri: «Parisini può passare professionista, Mosca è uno degli scalatori italiani più talentuosi»

Daniele Nieri, direttore sportivo della formazione continental della Qhubeka.
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Daniele Nieri è in Francia con sei dei suoi ragazzi alla Kreiz Breizh, breve corsa a tappe francese che vede al via formazioni praticamente da tutta Europa. La Qhubeka si è sempre mossa in questa maniera: Luca Mozzato, ad esempio, entrò in contatto con la B&B dopo aver brillato in un paio di edizioni del Tour de Bretagne.

«Solitamente – spiega Nieri – partecipavamo prima all’Alsace e poi alla Kreiz Breizh. Quest’anno, essendo in contemporanea, abbiamo dovuto prendere una decisione e alla fine abbiamo optato per la seconda perché nella giornata inaugurale c’era la cronosquadre, un esercizio particolare e che non si prova mai abbastanza. Il livello complessivo dei partecipanti è buono, anche se allo stesso tempo diverse formazioni hanno preferito prendere via dell’Alsace».

Nieri, la Qhubeka è una delle poche squadre giovanili italiane che si butta nell’attività internazionale.

«Allora, io non voglio insegnare il mestiere a nessuno e quindi parto con una precisazione: da questo punto di vista la presenza di un brand conosciuto come Qhubeka ci aiuta, all’estero ancora di più. Riusciamo a partecipare alle corse che ci interessano e anzi, in alcune circostanze siamo stati noi a dover dire di no agli organizzatori».

Però l’impressione è che la vostra mentalità sia diversa da quella di tante altre realtà italiane.

«Fino allo scorso anno siamo stati la squadra satellite di una World Tour, credo sia inevitabile. Io sono stato uno dei pochi direttori sportivi che ha dato ragione a Cassani fin da subito: non abbiamo fatto una bella figura a lamentarci per una tappa del Giro troppo dura, degli stranieri non si è lamentato nessuno, nemmeno l’ultimo».

Però, ad esempio, sabato scorso avete partecipato al Città di Vinci, una prova regionale. Non è poco per una continental?

«La mia idea di ciclismo è questa: bisogna confrontarsi nelle corse a tappe e con le migliori squadre straniere, e oggi un dilettante non può permettersi passi falsi nella sua quotidianità di corridore. Nel caso specifico, a Vinci abbiamo corso per Menegotto (alla fine settimo, ndr) che rientrava in gara dopo un mese e mezzo per colpa del citomegalovirus. Quindi, per tornare alla tua domanda, in questo caso non era poco: ma bisogna contestualizzare di volta in volta».

Nicolò Parisini è l’unser 23 più convincente della Qhubeka. Per lui potrebbe essere vicino il passaggio tra i professionisti.

Nieri, sei più giovane della maggior parte dei tuoi colleghi: credi che possa esserci un problema generazionale?

«Forse sì, ma non ne farei una questione tra giovani e meno giovani. E’ mentalità. Io credo, e me lo ripeto in continuazione per non farmelo mai uscire dalla testa, che sia meglio partecipare e portare a termine la Kreiz Breizh anche se ci staccano tutti i giorni, piuttosto che arrivare in parata sul traguardo del Città di Vinci. Alla fine della gara si è dei corridori migliori anche senza aver raccolto nulla. Però ci tengo a sottolineare questo concetto: portandola a termine. Non che dopo trenta chilometri una squadra rimane senza corridori in gruppo, altrimenti non serve a niente».

La chiusura della Qhubeka dei professionisti si è fatta sentire, da questo punto di vista?

«Si è fatta sentire nella misura in cui sopra di noi non c’è nessuna formazione professionistica che possa fungere da sbocco per i nostri migliori dilettanti. Ma per il resto direi proprio di no, anzi: tutte le attenzioni adesso sono rivolte sulla continental e alcuni degli inviti che riceveva la World Tour li sfruttiamo noi. Ad esempio, dal 4 all’11 settembre saremo al Tour of Britain, dove l’anno scorso vinsero tappe corridori come Van Aert, Hayter e Lampaert».

Un bel banco di prova per i tuoi corridori, considerando che alcuni di loro stanno cercando di guadagnarsi un posto tra i professionisti. Chi reputi più pronto?

«Risultati alla mano, Parisini è quello che ha dimostrato di più. E’ un bel corridore, agli europei è arrivato sesto e io sinceramente credo che possa fare ancora qualcosa di meglio. Poi ci metto anche Iacchi, che essendo del 1999 è al primo anno tra gli elite e ha già corso tra i professionisti con la Vini Zabù. Per Coati, invece, la situazione è un po’ più complicata».

A cosa ti riferisci?

«Alla fine della passata stagione voleva smettere perché non riusciva a passare professionista e ci era rimasto male. Per un paio di mesi ha vissuto da persona normale, prendendo tuttavia qualche chilo di troppo e perdendo confidenza con la vita dell’atleta. Poi ha ricominciato e io mi rendo conto che sta migliorando settimana dopo settimana, ma purtroppo è ancora lontano dalla forma dei giorni migliori. Se nel 2023 tornerà ai suoi livelli, allora potrà nuovamente rincorrere la massima categoria».

Di Menegotto hai già parlato, purtroppo frenato dal citomegalovirus. E Bonaldo, invece? Qual è il giudizio di Nieri su di lui?

«Bonaldo è un corridore molto veloce e piuttosto continuo, però gli manca qualche vittoria di peso. La meriterebbe, è quasi sempre nel vivo della contesa, ma per il momento si piazza troppo spesso. Menegotto, come dicevo, è stato sfortunato perché questo virus gli ha compromesso la prima parte della stagione. Quando ci siamo resi conto che non avrebbe potuto partecipare al Giro, gli abbiamo detto di fermarsi del tutto e ricominciare da capo. Speriamo possa dire la sua nel finale di stagione, il talento non gli manca».

Raffaele Mosca, invece, è al primo anno tra gli Under 23 e secondo Nieri è uno degli scalatori più talentuosi del dilettantismo italiano.

Rimangono Guasco e Mosca, quasi due estremi: il primo è il tuo uomo fidato in gruppo per la sua esperienza, il secondo invece è al primo anno nella categoria.

«Guasco è serio e affidabile, e qualità del genere tornano sempre comode. Mosca ha dato la precedenza alla scuola fino all’inizio dell’estate, quindi sta facendo il corridore da poche settimane. Da ferragosto in poi cominceremo a farci un’idea del suo valore: per me è uno degli scalatori puri più promettenti del ciclismo italiano. Peccato non aver portato a termine il Valle d’Aosta, spero si rifaccia tra un mese al Giro del Friuli: per un ragazzo così giovane sono esperienze importanti».

Quindi non temi che corra troppo, che si sprema partecipando a corse così dure e articolate su più tappe.

«Assolutamente no, figurarsi. Ci sono ragazzi di vent’anni che vincono nel World Tour e io mi dovrei lamentare perché un organizzatore nella sua gara inserisce una tappa d’alta montagna? I risultati non ci stanno dando ragione, purtroppo, quindi il problema è nostro, non degli altri: mi sa che sbaglia l’Italia, non l’estero. Tutelare un ragazzo non vuol dire farlo correre col contagocce, giustificarlo, metterlo sotto una teca affinché non si stanchi troppo e non si faccia male. E noi questo non lo abbiamo ancora capito».

Si dice che Douglas Ryder, l’ex team manager della Qhubeka, stia lavorando per rientrare già dal prossimo anno quantomeno tra le professional. Cosa puoi dirci?

«Douglas è il team principal e io sono il direttore sportivo della Qhubeka, praticamente ci sentiamo tutti i giorni. Non posso e non voglio dire troppo, senonché si sta dando molto da fare: il suo obiettivo è quello di avere sia una formazione professionistica che una giovanile».