Bradley Wiggins a cuore aperto: «Andai alla Sky attratto dai soldi, ma ero solo e non mi divertivo. Sono felice di aver chiarito con Froome»

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Sir Bradley Wiggins, impegnato nel commento tecnico a Tokyo 2020, per Eurosport
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Ascoltare le parole di Bradley Wiggins è sempre un piacere. Una persona come lui, schietta e senza troppi peli sulla lingua, riesce a fare breccia sugli appassionati di ciclismo, che vogliono entrare nelle dinamiche di una formazione del tutto particolare come la Sky (ora Ineos).

Il britannico si è raccontato in una lunga intervista a VeloNews e non ha mancato di ricordare alcuni importanti momenti della sua esperienza in gruppo e del rapporto spesso difficile con un altro grande campione quale Chris Froome. In molti ricorderanno l’ormai famigerata tappa di Peyragudes del Tour de France 2012, dove Froome attaccò in faccia al suo compagno di squadra in maglia gialla prima di essere richiamato e riportato all’ordine dall’ammiraglia.

«Non sono più tornato al Tour de France come ciclista dopo quel momento. Il litigio con Froome è una pagina deplorevole della mia carriera e sicuramente il mio comportamento non ha aiutato. Ho rincontrato Chris in una discoteca, l’ho abbracciato e ci siamo pacificati. È stato davvero liberatorio, ora abbiamo un bel rapporto».

Wiggins alla fine quel Tour de France lo vinse, ma i rapporti all’interno del team erano ormai logori. Negli ultimi tre anni della sua carriera il britannico ha provato a vincere il Giro d’Italia e alcune classiche del nord senza riuscirci, anche a causa di difficoltà interne alla squadra.

«Il ciclismo è uno sport che ti logora. Ero ancora giovane, anche piuttosto infantile nel comportamento, e volevo assolutamente vincere. Questa competitività mi portava a essere petulante e a gestire le cose non sempre nel modo migliore. Aver lasciato il team Sky da “separato in casa” è una cosa di cui mi pento».

Wiggins più volte ha dichiarato di essere stato attratto dai soldi di cui disponeva la squadra nel 2010 e, ovviamente, dalla possibilità di vincere il Tour de France. Nonostante ciò, il baronetto non si è mai sentito realmente a casa.

«Brailsford è venuto a bussare alla mia porta con un’offerta importantissima. Senza tutti quei soldi probabilmente non avrei accettato. Comunque, soprattutto dopo la vittoria del Tour de France mi sono ritrovato solo, non avevo grandi amici e non mi divertivo».

Dopo il ritiro, Wiggins si è dato al canottaggio con l’obiettivo di partecipare alle Olimpiadi di Tokyo nella squadra britannica. Chiaramente l’obiettivo è fallito e il britannico è stato chiamato a commentare le corse ciclistiche come voce tecnica o esperto post-gara.

«Non sapevo cosa volevo fare. Ci è voluto un po’ di tempo per ritrovare me stesso ad essere onesto. Mi sono staccato dal mondo delle corse e da tutto ciò che ne deriva per un po’ di anni. Mi rendevo conto che ero diventato una persona antipatica. Ora però è diverso, poter commentare lo sport che amo è un privilegio».

Anche grazie a lui, la Gran Bretagna, nazione lontana dalla tradizione ciclistica, si è avvicinata sempre di più a questo sport, sviluppando prima un importante programma di pistard e successivamente di corridori su strada. I suoi successi alle Olimpiadi e al Tour lo hanno reso celebre nel suo paese. Wiggins però non nasconde che tutta quella popolarità sia stata molto difficile da affrontare.

«Sono finito con l’interpretare una specie di personaggio. Una sorta di velo che mi faceva entrare nel ruolo di una rockstar, mi serviva perché mai avrei potuto gestire quella fama essendo semplicemente me stesso. Probabilmente questo deriva dalla mia infanzia piuttosto difficile. Ho assistito a un omicidio quando avevo soli quindici anni, era il mio preside a scuola. Mio padre poi è stato assassinato nel 2008 e non l’ho ancora realmente accettato».