INCHIESTA CICLISMO FEMMINILE – Cappellotto tuona: «Gruppo spaccato, ci sono una Serie A e una Serie B!»

Alessandra Cappellotto, vicepresidente dell'ACCPI e responsabile CPA Women

La volata di Alessandra Cappellotto al Mondiale di San Sebastian nel 1997 è rimasta impressa nella mente degli appassionati e degli sportivi italiani per lungo tempo. La prima Campionessa del Mondo azzurra sotto il cielo plumbeo di Spagna in una prova di resistenza alla velocità contro l’energica remuntada di Elisabeth Tadich (Australia) e Catherine Marshal (Francia) ha aperto il varco a tutte le ragazze italiane che amano farsi strada in sella a una bici. Alessandra Cappellotto è lucida nell’analisi come quando lanciava i suoi magici sprint e sa che in quasi un quarto di secolo il movimento ciclistico femminile ha compiuto passi giganteschi. Un power play, un autentico gioco di potere che si è rivelato un progetto vincente a matrioska: aprire nuovi livelli e sentieri inesplorati per regalare alle ragazze e alle donne di tutto il mondo un futuro degno da sportive professioniste. C’è ancora tanto da fare, scopriamolo attraverso la sua testimonianza a quibicisport.it.

In 23 anni grazie anche alle sue vittorie quanto è cresciuto il ciclismo femminile in Italia?

«Sicuramente è cambiato rispetto agli anni in cui io ero atleta. Se ripenso a quegli anni la crescita è stata più lenta rispetto a quella che mi aspettavo».

Una crescita lenta dovuta a quali fattori?

«La presa di coscienza delle ragazze è alla base di tutto. Intorno alle ragazze l’ACCPI e la CPA, crescono associazioni a loro sostegno, ma in questi anni è mancata la consapevolezza da parte delle atlete. Quando si ottengono risultati a livello sportivo è ovvio che si ha anche una certa responsabilità e sicuramente una certa visibilità. Le atlete e questo discorso vale anche per i maschi, hanno fatto poco per agevolare il mondo di cui fanno parte. Io sono stata una delle poche perché ho sempre avuto uno spirito e voglia di aiutare il mondo di cui si fa parte. Adesso per fortuna le atlete hanno trovato persone che le stanno aiutando».

Per una panoramica globale: a che punto è arrivato nel mondo il ciclismo femminile?

«In linea generale sta crescendo sia a livello di quantità e sia a livello di team di alto livello. L’avvento del World Tour e l’interesse maggiore degli sponsor ha sicuramente giovato anche se il Coronavirus ha frenato un po’ la crescita: l’UCI si attendeva quest’anno la richiesta di almeno quattro squadre per entrare a far parte del World Tour, ma per adesso non se ne è fatto niente. Il Covid come ha inciso sull’economia del mondo ha inciso anche a livello sportivo nel ciclismo. Senza il Covid il 2021 sarebbe stato un anno più sereno e invece stiamo valutando quali rischi potrebbero esserci perché abbiamo ancora molte perplessità in generale».

Cappellotto, la situazione contrattuale delle ragazze evolve in che direzione?

«Nei team World Tour sappiamo bene com’è la situazione. Sono team che si stanno avviando verso la parità di trattamento tra maschi e femmine che ci sarà nel 2022. Quei pochi team che fanno parte del Word Tour sono molto professionali ed è a quello che il ciclismo femminile cerca di aspirare. Appena sotto il World Tour ci sono molti team che sono ancora a livello davvero dilettantistico: alcuni potrebbero e stanno raggiungendo la qualità dei team World Tour. Sono attrezzati e offrono alle ragazze un salario più basso del World Tour, ma danno loro una certezza per poter svolgere l’attività tutto l’anno. Altri team a livello mondiale sono quasi amatoriali con ragazze che corrono senza un rimborso».

Alessandra Cappellotto, vicepresidente del sindacato dei ciclisti professionisti italiani e responsabile del CPA Women, in una foto di archivio con Giorgia Bronzini

Per evitare la sindrome dell’abbandono dove si deve lavorare?

«Purtroppo nel ciclismo femminile c’è uno zoccolo duro di dirigenti e atlete che pur non possedendo le caratteristiche per essere professionisti vogliono fare quello che fanno i prof. In Italia e in tutto il mondo è ancora permesso che partecipino alle gare di ciclismo atlete che sono assolutamente lontane dagli standard di prestazione richiesti. È sempre difficile per me che devo difendere le atlete, trovare la giusta via di mezzo. In Italia grazie alla Federazione sono state protette le ragazze che corrono nei Corpi Militari perché c’è una discrepanza tra far parte di un Gruppo Sportivo Militare e avere uno stipendio da statale e avere un contratto da professionista. Aiutare tutte le ragazze è veramente difficile perché il gruppo di atlete in Italia è disomogeneo e variegato».

Cappellotto, esiste quindi un ciclismo femminile di Serie A e uno di Serie B?

«Sì e va specificato che giocano nello stesso campionato e questa è la grande differenza con il calcio».

La riforma con le Under 23 si potrebbe fare o è impossibile?

«Se i numeri lo permettessero forse sarebbe la cosa migliore. Anche se non è un caso che il campionato del mondo Under 23 femminile non sia mai esistito. Adesso se ne parla: per il primo anno è stata avanzata la proposta del mondiale femminile U23. È un’idea a lungo termine che necessita di un allargamento dei numeri alla base, altrimenti resteremo sempre con la Serie A e la Serie B che giocano nello stesso campionato e si vedono le partite che finiscono sei a zero».

Per il 2021 diamo un messaggio di speranza alle ragazze?

«Quello che vorrei dire alle ragazze è: consapevolezza. Perché solo rimanendo unite si riescono a fare passi importanti, quindi unità e consapevolezza di quanto il ciclismo femminile valga. Il ciclismo femminile vale molto dobbiamo capirlo noi stesse. Nel 2021 cercheremo di fare un calendario e far partire la stagione. Non serve fare proclami, ma pensare alle cose che si possono fare realmente: stiamo vicino all’UCI e cerchiamo di far partire e proseguire la stagione».

Leggi la prima puntata dell’inchiesta nel ciclismo femminile

Leggi la seconda puntata dell’inchiesta nel ciclismo femminile con Giorgia Bronzini

Leggi la terza puntata dell’inchiesta sul ciclismo femminile con Elisa Balsamo

Leggi la quarta puntata dell’inchiesta nel ciclismo femminile con Marta Bastianelli