A oltre un anno e mezzo dal suo addio alle corse, Nacer Bouhanni ha deciso di raccontare le conseguenze psicologiche delle numerose cadute che hanno segnato la sua carriera. Intervistato da L’Équipe durante la lavorazione del documentario “Crash, peloton sous tension” – che analizza l’impatto degli incidenti sui ciclisti – l’ex velocista francese ha parlato senza filtri delle paure che lo hanno tormentato negli ultimi anni di attività, al punto da definire il ciclismo «lo sport più pericoloso al mondo».
Classe 1990, Bouhanni ha ammesso che, verso la fine della sua carriera, la paura delle cadute ha finito per condizionare le sue prestazioni. «Arrivato alla fine, pensavo troppo. Ma la verità è che quando arrivi allo sprint, è già tardi per farlo. Iniziavo a dirmi: ‘Se vado in quel punto della strada, rischio di cadere’, oppure ‘Se devo cadere, meglio farlo qui piuttosto che lì’. Quando ti fai queste domande, però, non ha più senso lanciarsi in volata. Le cadute mi hanno lasciato cicatrici psicologiche indelebili».
Tra i tanti crash della sua carriera, uno in particolare ha segnato la sua decisione di ritirarsi: quello al Giro di Turchia 2022, quando uno spettatore distratto gli si parò davanti, provocando una caduta che gli fratturò la prima vertebra cervicale.
«Ero in gruppo, tra la decima e la quindicesima posizione. All’improvviso, è come se avessi avuto una barriera umana davanti. Sono caduto e ho capito subito che era grave. Non riuscivo a tenere su la testa senza sostenerla. I medici mi dissero che rischiavo la paralisi. Quella sera chiamai la mia famiglia e capii che per me era finita».
Dopo 10 mesi di stop, Bouhanni ha provato a rientrare, ma la stagione successiva è stata l’ultima. Oggi, a 34 anni, guarda indietro con amarezza: «Il ciclismo mi ha dato tanto, ma mi ha anche portato via molto. Forse troppo».












