Provini torna in gruppo: «Ma alla Beltrami mi occuperò perlopiù della preparazione»

Alla Beltrami, Belleri ritroverà Matteo Provini, con il quale aveva già lavorato lo scorso anno alla Hopplà, raccogliendo due vittorie e diversi piazzamenti. L'obiettivo del bresciano è strappare un contratto tra i professionisti
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«Ad un cane non puoi raddrizzare le gambe», risponde laconico Matteo Provini riferendosi a se stesso quando gli viene chiesto se si senta cambiato dopo essere rimasto fuori dal ciclismo per circa sei mesi.

Interrotto bruscamente il rapporto con la Hopplà, adesso rientra tra gli Under 23 con la Beltrami, continental dai risultati altalenanti ma di lungo corso.

No, non è cambiato Provini: focoso, critico, prodigo di metafore. Un lampo di tristezza lo attraversa di tanto in tanto, la sgradevole sensazione di non essere più adatto al dilettantismo di cui è stato grande protagonista per almeno un decennio.

«Mi hanno cercato ad inizio stagione, potrei dirti nei giorni della Milano-Busseto, perché avevano bisogno di un’altra figura oltre a Miodini, persona squisita con cui torno volentieri a lavorare dopo una ventina d’anni: all’epoca allestimmo una squadra di juniores e poi ognuno andò per conto proprio. Lontano dal ciclismo non sono stato male, sarò sincero: ho passato più tempo a casa con la mia famiglia, e ho potuto assistere mio padre e mia madre in un periodo molto delicato. Chiari e la Beltrami, peraltro, non sono stati né i primi né gli unici a cercarmi».

Perché hai accettato proprio la loro offerta?

«Intanto perché siamo emiliani, parliamo la stessa lingua e condividiamo certi valori. E poi perché ci siamo trovati d’accordo su requisiti per me imprescindibili: la possibilità, per me, di continuare a collaborare con Massimo Induni e con il Centro Mapei per quanto riguarda la preparazione; un ritiro vicino a casa, perché ho bisogno di più tempo rispetto al passato per essere presente in famiglia; e infine un gruppo motivato, ambizioso e soprattutto pulito».

Perché hai sentito il bisogno di fare quest’ultima precisazione?

«Perché non sono un ipocrita e perché so quanto bene si lavori con quei ragazzi che non ricorrono a scorciatoie: hanno una mentalità più forte e fisicamente sono più integri. Penso a Scaroni, a Fortunato, a Tsarenko, a Mosca: corridori che ho avuto e che conosco bene, atleti che hanno avuto e stanno avendo una carriera solida, credibile, assolutamente in linea con i valori espressi in ogni categoria. Ciclisti forti, robusti, che non hanno mai dubitato delle loro qualità nemmeno nei momenti più complicati e avari di risultati».

In una foto d’archivio, Provini impegnato al Centro Mapei, al quale si appoggia da sempre per preparare i suoi corridori. Sullo sfondo si riconosce Mattia Bevilacqua, campione italiano tra gli juniores nel 2016

Quale ruolo avrai esattamente?

«Al bisogno non avrò problemi a tornare in ammiraglia, ma quel compito spetterà essenzialmente a Miodini. Io mi occuperò perlopiù della preparazione, un aspetto a cui sono sempre stato molto legato. Con la Beltrami sono stato molto chiaro anche da questo punto di vista: io vorrei che diventassimo il faro del movimento nazionale, ma per riuscirci servono atleti buoni. I migliori che possiamo permetterci, insomma. È inutile illudere degli adolescenti e sperare di cavar fuori da loro ciò che non possiedono. Abbiamo già svolto una prima sessione di test al Centro Mapei, ad esempio, e abbiamo stilato dei parametri di riferimento».

Dov’è finito il Provini della disciplina e della tattica, che odiava parlare di numeri?

«C’è ancora, vivaddio, e non se ne andrà mai. Ma nel ciclismo di oggi è impossibile non tenere conto della scienza. Chi ha meno di 5,6 watt per chilo, per parlar chiaro, è grasso che cola se riesce a stare nel gruppo degli Under 23. Poi i dati bisogna saperli leggere, non ci piove: di cosa me ne faccio di uno scalatore che ha un eccellente rapporto watt per chilo, ma che in pianura si logora soltanto per mantenere il ritmo perché non riesce a sviluppare la potenza necessaria? È già un miracolo se alla salita ci arriva, non so se mi spiego. Doti come l’intuito e la cocciutaggine sono preziosissime, ma senza sviluppare certi wattaggi si arriva a malapena a vedere la testa del gruppo».

Cosa ti ha spinto a tornare in gruppo?

«Senz’altro la passione, poi il piacere d’essere corteggiato e infine la convinzione d’aver ancora qualcosa da dire e da dare, anche se più passano i giorni e più mi convinco del contrario. Permettimi di ringraziare anche Giulio Maserati, una persona che mi ha sempre guidato e sostenuto nel mondo del ciclismo indipendentemente dalla squadra di cui facevo parte. Non nego, negli ultimi mesi, d’aver provato tristezza nel leggere certi risultati. La Milano-Busseto, una classica riservata ai velocisti, è stata portata a termine da una piccola parte del gruppo nonostante sia stata affrontata a meno di quaranta chilometri orari di media. L’ultima frazione del Giro di Campania, lunga appena 117 chilometri, ha fatto registrare una media di poco superiore ai trentasette chilometri orari. Perse squadre come la Zalf, la Mastromarco e il vivaio della Q36.5, e con il Cycling Team Friuli diventato ufficialmente development della Bahrain e dunque meno presente nelle gare del calendario nazionale, le fughe si sganciano molto più facilmente e nel plotone dilaga l’arrendevolezza. Le corse saranno anche più aperte, lo vediamo dagli ordini d’arrivo, ma il nostro movimento mi pare sempre più povero».

L’obiettivo di Provini e della Beltrami è diventare la squadra di riferimento del movimento Under 23 italiano. Da sinistra Stefano Chiari, Graziano Beltrami e Matteo Provini (Foto Beltrami)

Come pensi di intervenire?

«Ma non sarò io ad invertire la rotta, figurati: sarei un arrogante a sostenere il contrario. La mia è una constatazione sulla base di quello che ho visto e di quello che mi è stato raccontato. Ma non fatico a crederlo, ecco. Essendo entrato in società a metà stagione, vorrei evitare i giudizi e i verdetti: al massimo, se avrà senso, li daremo a fine anno. Ciò che adesso mi interessa è seminare il meglio possibile in vista della prossima stagione. Trasmettere all’organico il piglio giusto: il valore della disciplina, l’importanza della tenacia, la consapevolezza che bisogna cercare soluzioni e non scuse. A tal proposito, Mosca mi ha raccontato come ha affrontato l’ultima settimana del Giro».

Prego.

«Avendo dei problemi al fondello, non poteva sedere regolarmente. Quindi ha dovuto adottare una posizione sbagliata. Per renderla meno dolorosa, ha cambiato addirittura le tacchette. Insomma, mettila come vuoi, ma il Giro lo ha portato a termine e nella tappa casalinga, quella piemontese da Verrès a Sestriere, ha anche centrato la fuga come si era prefissato. Quel giorno quasi non riusciva a stare sulla sella, mi ha detto. Eppure non si è arreso e può essere fiero della sua caparbietà e della grande corsa della Lidl-Trek a cui lui stesso ha contribuito. Se almeno in parte riuscissi a trasmettere certi concetti, mi reputerei già contento».