L’allarme di Provini: «Ci sono allievi e juniores che bruciano le tappe per entrare nei vivai»

Matteo Provini in una foto d'archivio, quand'era direttore sportivo della Hopplà. Dopo alcuni mesi di pausa, dalla metà del 2025 è tornato tra gli Under 23 entrando a far parte della Beltrami
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Da quando è rientrato alla Beltrami, Matteo Provini sarà salito in ammiraglia cinque o sei volte, rendendosi conto ogni volta di più quanto gli fossero cambiate le facce intorno. Improvvisamente, chi aveva animato il dilettantismo italiano negli ultimi quindici anni insieme a lui non c’era più.

«I conti si fa presto a farli: nel gruppo mancano Rui, Faresin, Locatelli, Balducci, Nieri. Dal prossimo anno non vedremo più nemmeno Valoti. Il tempo che passa mette sempre malinconia, io ho cinquantatré anni e vedo direttori sportivi che ne hanno venti in meno. Da una parte mi dico che è normale, la vecchia guardia è naturalmente destinata a farsi da parte e dio benedica l’entusiasmo dei più giovani che provano a buttarsi. Tuttavia, ogni generazione che saluta rischia di portare via per sempre un capitale di esperienze. Se non lo si trasmette, va perso. Non mi dispiacerebbe, ecco, se il ricambio generazionale fosse meno brusco e più accompagnato».

Al netto di nostalgie e malinconie, com’è andato il rientro in gruppo dopo alcuni mesi di distacco?

«Il ciclismo mi piace ancora e mi piacerà per sempre, è la mia grande passione, ma non nascondo un disagio che fino a qualche anno fa non avvertivo. Nello specifico, a darmi angoscia sono l’assenza di squadre professionistiche italiane di primo piano e la confusione che percepisco quando parlo con la maggior parte dei ragazzi. La prima si spiega facilmente: quando mancano i riferimenti e gli sbocchi, non ci vuole niente a perdere la bussola o il senso di quello che si fa».

Filippo Ganna, in foto con Provini nel 2015 ai tempi della Viris Maserati, è solo uno dei tanti talenti passati dalle mani del tecnico classe 1974 tra gli Under 23

E la seconda come si spiega?

«Già che il mestiere del corridore è duro e ingrato di suo, a maggior ragione oggi vista la spietata concorrenza internazionale. Oltre a questo, ci sono centinaia di adolescenti che non riescono a trovare la loro strada poiché sommersi quotidianamente da informazioni che non sanno selezionare e verificare. Prima c’erano due o tre regole, giuste o sbagliate che fossero: non dico che fosse la strada migliore, ma quantomeno era chiara. Oggi, al contrario, le direzioni che un atleta può imboccare sono potenzialmente infinite, e purtroppo per lui non sono tutte corrette. Chi ha una certa predisposizione, e magari la fortuna d’incontrare le persone giuste, si salva. Ma tutti gli altri che fine fanno?».

Come si esce da questa impasse?

«Dicendo ai corridori la verità. Io ho le mie e non ho certo la pretesa che siano universali. Ad esempio, sto constatando che sempre più italiani stanno rientrando in Italia dopo un’esperienza più o meno scialba in qualche vivaio straniero. Parlo dei nostri perché sono italiano anch’io, ma al di là della nazionalità vorrei proprio sapere quanti corridori confluiti nelle squadre di sviluppo hanno fatto carriera nella massima categoria. La mia sensazione è che non siano poi molti: che una buona parte di loro abbia smesso, o sia rientrata nel circuito delle continental e delle formazioni di club, o che al massimo abbia strappato un contratto di due anni tra i professionisti».

Christian Scaroni, corridore di Provini nel 2018, incarna al meglio l’ideale di atleta talentuoso che tuttavia, a causa di lunga serie di vicissitudini, ha raggiunto una continuità di rendimento tra i professionisti soltanto nell’ultima stagione, quella dei suoi ventotto anni

Tuttavia, ora come ora è difficile immaginare un ciclismo senza i vivai, considerando i risultati che raccolgono e gli investimenti che sono stati fatti per crearli e rafforzarli.

«Io comincio a credere il contrario, che il movimento dei vivai si ridimensionerà perché a lungo andare non è sostenibile. In sostanza, è come se ogni squadra concentrasse la propria attività di scouting su dieci, dodici, quattordici atleti: quelli del loro organico. Non a caso, da più parti mi stanno arrivando voci di addetti ai lavori mandati ad osservare atleti di ogni età e provenienza, anche di realtà concorrenti. E non c’è nemmeno la garanzia che un corridore di un vivaio passi poi professionista con la rispettiva squadra maggiore, perché può benissimo firmare con un’altra. No, secondo me non è questo il futuro. Credo che si tornerà ad un dilettantismo più simile a quello tradizionale».

Non potendo più partecipare alle prove internazionali degli Under 23, la Vf Group dei Reverberi potrebbe vedersi costretta ad interrompere il suo progetto giovani. Sei d’accordo o no?

«Sì, sono d’accordo, perché chi passa professionista deve considerarsi tale a tutti gli effetti. Non sarebbe coerente applaudire l’Unione Ciclistica Internazionale quando esclude i professionisti dal mondiale degli Under 23, e criticarla adesso se impedisce ai professionisti di correre con i dilettanti. Non è giusto, dal mio punto di vista, che un professionista che ha trascorso l’inverno in ritiro in Spagna prendendo confidenza, peraltro, con materiali di ottima fattura, venga poi a correre e a vincere contro atleti che vanno ancora a scuola, che dedicano al ciclismo solo una piccola parte della loro giornata e che militano in formazioni che non hanno una grande disponibilità economica. Allo stesso tempo, non faccio fatica a capire il disappunto di Reverberi quando evidenzia il trattamento di favore riservato alle development, non sottoposte alle stesse norme perché continental e non professional».

Per quanto riguarda la Beltrami, nella prossima stagione il corridore di riferimento sarà l’esperto Michael Belleri, ventisei anni, in foto con la maglia di leader della classifica degli scalatori del Giro di Sicilia dei professionisti indossata per due giorni nel 2023 (Foto Paolone/LaPresse)

Tra le continental italiane ci sarà ancora, ovviamente, la Beltrami, di cui ormai fai parte. Tra i volti nuovi, Belleri e Perani.

«Partirei dai riconfermati: Biancalani, Falchetti, Garbi, Rossi e Tela. A questi abbiamo aggiunto Belleri e Perani, appunto, ma anche Basso, Montanari e Buongiorno, un classe 2006 che due anni fa, tra gli juniores, vinse la Piccola San Geo. A proposito di juniores, abbiamo ingaggiato anche Galli del Capriolo, un’altra società che purtroppo dovrebbe chiudere, e Pavi Degl’Innocenti, che quest’anno ha vinto tre corse sfiorando anche una tappa al Giro della Valdera e un’altra al Lunigiana. Compatibilmente con le possibilità a nostra disposizione, direi che abbiamo allestito una buona squadra».

Belleri è ancora in tempo per passare professionista?

«Glielo auguro, anche se non è semplice. È un combattente, un ragazzo che non molla facilmente, avendolo già avuto so chi mi troverò davanti. Comunque la si metta, andando per i ventisette anni sarà la sua ultima chance. Lo abbiamo voluto perché crediamo in lui e perché la sua presenza ci permette di presentarci alle gare dei professionisti sapendo che non andiamo a sprecare una giornata. Un paio d’anni fa entrò nella fuga del campionato italiano dei professionisti, questo per dire che ci dà altre garanzie rispetto ad un ragazzino di diciotto o diciannove anni, magari talentuoso ma senz’altro anche acerbo».

Puoi metterla come penultima o come ultima. Tra i volti nuovi della Beltrami c’è anche Riccardo Perani (a destra), reduce da una discreta stagione alla Trevigiani e in cerca della definitiva consacrazione per passare tra i professionisti

Esemplare, da questo punto di vista, il caso di Scaroni, corridore che tu hai diretto nel 2018: un corridore con buone prospettive che soltanto negli ultimi mesi, a quasi ventotto anni e alla sesta stagione nella massima categoria, ha trovato continuità e successi.

«Per quanto ci si possa scervellare, non esiste un metodo scientifico in grado di prevedere senza margini d’errore la crescita di un corridore. Certo, ci sono talenti destinati a raggiungere più facilmente certi traguardi e tanti altri atleti che, invece, si troveranno costretti a smettere. Ma ci sono anche tanti altri profili la cui natura e le cui possibilità si chiariscono soltanto nel tempo. Ci sono decine e decine di allievi e di juniores che vivono già la quotidianità del professionista nella speranza di attirare le attenzioni di una World Tour o di un vivaio. Ma cos’è rimasto nelle loro gambe e nella loro testa per affrontare l’attività più esigente, che è e rimane appunto quella del professionista? Se hanno già limato tutto quello che potevano limare, dove andranno a trovare gli ulteriori margini di crescita che inevitabilmente servono se si vuole durare a lungo nella massima categoria, in cui si va ogni anno più forte?».

Ma chi dimostra il proprio valore troverà sempre un contesto in cui esprimersi, anche da giovane e anche all’estero.

«Certo, su quello non si discute, ci mancherebbe soltanto che una squadra non valorizzi un proprio capitale. Io però penso a tutti gli altri, a quei corridori di mezzo, diciamo, che si ritrovano ad attraversare un periodo delicato: siamo sicuri che una squadra belga, olandese o francese abbia la pazienza e l’interesse a recuperare un ragazzo italiano momentaneamente in difficoltà? Permettimi di avere qualche riserva. È questo che tanti ragazzi non capiscono, vogliono tutto e subito e sono convinti che se vanno forte oggi andranno forte sempre. Non è così. Diversi di loro considerano i direttori sportivi italiani ormai superati e impreparati. E invece io dico che le conoscenze ci sono, altrimenti le nazionali giovanili non vincerebbero mondiali su strada, in pista, nel ciclocross e in mountain bike. Mancano, invece, le strutture per permettere agli addetti ai lavori italiani di dimostrare il proprio valore».