Per la prima volta da tanto tempo a questa parte, il prossimo anno Matteo Provini non sarà in gruppo. Non guiderà nessuna ammiraglia, non bisticcerà con nessun direttore sportivo, non richiamerà all’ordine nessun corridore. Il tono della sua voce, più sommesso del solito, lascia intendere che tra i dilettanti potrebbe non rientrarci nemmeno tra qualche stagione. Forse mai più.
«Considerando il materiale di cui disponevo, buono ma di certo non eccezionale, giudico positiva la mia ultima annata alla Hopplà-Petroli Firenze-Don Camillo: abbiamo vinto, ci siamo piazzati spesso e volentieri nei primi cinque e nei primi dieci, e dai ragazzi non ho raccolto particolari lamentele. Può darsi che qualcosa potesse venir fatto meglio, magari non abbiamo conquistato le gare più prestigiose, ma complessivamente direi che ce la siamo cavata abbastanza bene. Ho saputo che la società andrà avanti e mi fa piacere. Del fatto che io non ne farò più parte, non mi sono state date particolari spiegazioni e io, sinceramente, non le sono andate a cercare. È andata così».
Possibile che non ti abbia contattato nessuno?
«Qualcuno si è fatto avanti per mettere in piedi una squadra di dilettanti, ma ho rifiutato perché mi pare che manchino i presupposti. Io sono dispiaciuto e amareggiato, e ormai tra dieci giorni è gennaio: chi voleva trovare una sistemazione lo ha già fatto, è inutile costruire in fretta e in furia qualcosa che nascerebbe già storto. Mi rendo conto che una volta usciti dal giro è difficile rientrarci, ma forse era destino che andasse a finire così: chi dovrebbe dare ancora corda ad uno come me?».
Spiegati meglio.
«Sono polemico, alzo la voce, pongo il problema, rompo le scatole. Ho un disegno in testa nel quale credo quasi ciecamente e che non sono disposto a cancellare a piacimento. Dico quasi ciecamente perché poi bisogna anche avere l’umiltà e la lucidità per aggiustare il tiro, se necessario: ma per il resto, io credo assolutamente nella mia idea di ciclismo per il semplice fatto che ha sempre funzionato. In passato meglio che nel presente, lo riconosco, ma ha sempre funzionato».
Qual è la tua idea di ciclismo?
«Io credo fermamente nella disciplina. La lunga trafila da direttore sportivo mi ha insegnato che il talento conta soltanto fino ad un certo punto. Quanti ne ho visti smettere, nonostante sembrassero dei predestinati. E quanti ne ho visti, al contrario, passare professionisti pur disponendo di un potenziale tutto sommato normale. Disciplina e motivazione sono due concetti differenti: il corridore disciplinato sa che deve allenarsi anche quando piove, anche quando fa freddo, anche quando non è motivato, perché quello è il suo lavoro e perché deve saper provvedere a se stesso. Probabilmente, la durezza che mi viene imputata ha finito per costarmi caro».
Ma seguendo le tue regole non c’è il rischio che i corridori si trasformino in automi, come talvolta accade nei grandi vivai internazionali che tu non hai mai visto di buon occhio?
«Non facciamo confusione. Io non ho mai chiesto ad un dilettante di allenarsi come un professionista. Disciplina vuol dire metodo, costanza, applicazione, rispetto delle regole: ma non quelle di Provini, bensì di quelle che il buon senso suggerisce se si ambisce ad una carriera di alto livello. Però non ci sto a passare soltanto per un sergente di ferro: credo di capire di ciclismo e mi sono sempre avvalso di collaborazioni prestigiose, come quella del Centro Mapei».
Quanto incide sulla tua amarezza la consapevolezza che per le piccole realtà è sempre più difficile lasciare il segno ed imporsi con regolarità?
«Incide molto, non lo nascondo. Il budget ha sempre fatto la differenza, non sono io a scoprirlo: la Mapei, ad esempio, ha raccolto certi risultati perché era una delle formazioni più ricche dell’epoca. E non voglio nemmeno lamentarmi e passare per ipocrita, perché non ho mai diretto squadre povere. Anzi, dato che ci siamo permettimi di ringraziare Sandro Pelatti della Petroli Firenze e Andrea Benelli della Don Camillo, due imprenditori seri e appassionati che non mi hanno mai fatto mancare nulla senza essere invadenti. Detto questo, per allestire una formazione dilettantistica competitiva servono tanti, troppi soldi. Se a reperire certi sponsor fa fatica Davide Cassani, figurati tutti gli altri. Scorrendo gli albi d’oro, si trovano vincitori di belle gare che all’epoca correvano in squadre tutt’al più regionali: adesso, invece, non si scappa dalle development e dalle continental».
Chi sono i talenti più grandi che hai avuto?
«Su due piedi mi vengono in mente Filosi e Locatelli. Genio e sregolatezza, corridori che nella giornata buona non temevano nessuno e che in quella cattiva si sarebbero staccati da mezzo gruppo. Filosi ha fatto qualche anno tra i professionisti, Locatelli invece ha smesso senza poter assaporare quella soddisfazione che avrebbe meritato. Ma stiamo parlando di due talenti cristallini. Con me, nel 2013 Filosi vinse la Milano-Rapallo e chiuse secondo al Piccolo Lombardia. L’anno dopo, nel 2014, andò alla Colpack e chiuse secondo all’europeo e sesto al mondiale. Però si torna a quello che dicevo prima: senza disciplina, il talento non porta da nessuna parte».
Quali sono i tuoi rimpianti, invece?
«Dico Duranti e Amici. Duranti, nel 2018, vinse la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo e nella tappa degli sterrati dell’Adriatica Ionica Race, mi pare fosse l’ultima, riuscì parzialmente a tenere botta ad un attacco di Terpstra, che qualche mese prima aveva vinto il Fiandre e aveva chiuso terzo alla Roubaix. Amici, invece, nel 2017 correva per me alla Viris insieme a Vlasov: alla cronoscalata di Gardone, primo Amici e secondo Vlasov. Ricordo che nel 2018, anche se ormai era già andato alla Biesse, vinse splendidamente una Freccia dei Vini nonostante una brutta caduta nei primi chilometri di gara. Sono questi i corridori che mi hanno sempre emozionato: gli outsider, i duri a morire, quelli sui quali non scommette nessuno».
A proposito, di quali valorizzazioni vai più fiero?
«Consapevole delle polemiche che mi tirerò addosso potrei nominare Ganna, che tra gli juniores era sì forte ma non devastante, e che venne a correre con me perché gli squadroni non lo vollero, ma lavorare con certi corridori era fin troppo facile. Atleti come Ganna, come Vlasov o ancor di più come Bonifazio, che alla prima stagione tra i dilettanti vinse sette o otto gare, erano stati dotati da madre natura di un talento superiore. Vado più fiero d’aver accompagnato nella crescita Mosca o Tsarenko, per citarne due. Mi è sempre piaciuto sporcarmi le mani e tirare fuori il massimo da corridori normali, se non addirittura mediocri. Io ho sposato un’idea di ciclismo molto chiara: lavorare quotidianamente su quegli atleti che non sono stati baciati dalla classe. Ed è questo che mi ha sempre tenuto in vita, un modo di vedere il mondo che sta andando a scomparire».
Cosa ci vorrebbe per farti rientrare nel mondo del ciclismo?
«Esisteva prima che nascessi, figurati se non va avanti senza di me. Per farmi cambiare idea, ci vorrebbe un imprenditore appassionato e sognatore. Io senza sognare non so andare avanti. Pogačar è un fuoriclasse e un prodigio atletico, non si può sostenere il contrario, ma nessuno piangerà mai per le sue imprese, come invece accadeva regolarmente con Coppi, con Poulidor, con Pantani. Perché? Perché i tifosi si immedesimavano in quegli individui normali che con le loro imprese in bicicletta riscattavano se stessi e gli altri, le miserie della vita di tutti. Cuore, passione, sfrontatezza, incoscienza, coraggio: io sono un romantico e un passionale, i numeri non mi dicono niente. Ma ormai i ragazzi non sanno più sognare, chi si accorge di non essere toccato dalla grazia tira i remi in barca, non credono né in loro stessi né nella possibilità di affrontare e sovvertire il destino».
Cosa farai adesso?
«Il dipendente di un’azienda agricola, come ho sempre fatto, e il potatore, un lavoro che mi sono trovato da alcuni giorni. Perché la vita è questa, essenzialmente è normalità, e quello che io nel mio piccolo ho sempre portato avanti è il sogno di valorizzare al massimo la mediocrità e la normalità, di provare ad uscire dal bozzolo, di raccogliere quello che si può con quello che si ha a disposizione. Insieme alla maggior parte dei miei ragazzi, io ho sognato e creduto nell’impossibile: di battere i corridori più forti, di mettere in difficoltà le squadre più ricche, d’inventare la tattica più efficace. Quante ne potrei raccontare».
Prego.
«Quando uscii di casa per andare al campionato italiano, era l’estate del 2017, e la dirigenza della Viris mi comunicò che dopo la gara avrei dovuto riconsegnare l’ammiraglia e considerarmi licenziato: invece andai in Puglia, vinsi il tricolore con Moschetti e mi conquistai la fiducia di Cassani e Amadori, che si schierarono in mia difesa in quanto nella squadra c’erano atleti di interesse nazionale. Oppure quell’altra volta che, a Castel d’Ario, dissi a Ferri: dobbiamo fare più confusione possibile nei primi trenta chilometri sfruttando il vento. Quella gara la perdemmo, perché tra i miei tanti difetti c’è anche quello di innamorarsi dei corridori e delle idee, ma intanto ne facemmo ritirare centosettanta. Che soddisfazione. Se ci ripenso, piango e rido allo stesso tempo. Penso a mia moglie, dalla mia parte a prescindere, anche quando c’erano corridori da tenere in casa e da badare. Ho sempre creduto negli atleti anche quando andavano piano e non erano in forma, questo mi piacerebbe che tu lo scrivessi».


















