TOUR mon amour è la rubrica di Bicisport sul Tour de France 2022 che racconta una storia, un personaggio, un frammento di ognuna delle ventuno tappe della Grande Boucle. Non necessariamente chi ha vinto o chi ha perso, ma chi ha rubato la nostra attenzione o il nostro sguardo anche solo per un attimo.
Secondo Warren Barguil, la Bretagna non è una regione ma una nazione. E a lui piace incarnarla: fiero, malinconico, non più disposto a scendere a compromessi da quando, nel gennaio del 2016, una macchina falciò lui e alcuni suoi compagni di squadra (Degenkolb rischiò di perdere un dito, Haga la vita). Da allora, Barguil ha capito che la sua vita non può dipendere interamente dal ciclismo e dal piazzamento in classifica generale. E da allora attacca.
Come oggi, da solo e per primo in testa al Galibier, uno di quei traguardi che in molti gli pronosticavano all’inizio della sua carriera, quando tra il 2012 e il 2013 vinse prima il Tour de l’Avenir tra i dilettanti e due tappe alla Vuelta alla prima stagione tra i professionisti. Poi una carriera di alti e bassi, come tanti altri indeciso se puntare ai grandi giri o alle classiche vallonate, nel dubbio ingarbugliandosi in entrambe.
Tour de France 2022, la storia di oggi: Warren Barguil e il rischio di dare tutto senza rimpianti
Le sue uniche due tappe al Tour le vinse nel 2017, la sua edizione perfetta. A Chambéry perse da Uran al fotofinish, rifacendosi a Foix nel giorno della festa nazionale francese (chissà cosa frulla nella sua testa per domani). Quell’anno fece sua anche la maglia a pois, merito anche di una stupenda vittoria in cima all’Izoard. Da quel giorno si meritò un soprannome, come i francesi più amati dal pubblico. Da allora è WaWa.
Barguil ha parlato bene anche oggi (gli succede spesso). Ha detto d’aver pianto, d’aver pensato alla sua famiglia, d’aver preferito per l’ennesima volta rischiare di saltare per aria piuttosto che rimanere col rimpianto di non averci provato. Ha pagato la solitudine nel tratto di fondovalle (quelli come Barguil finiscono sempre per rimanere soli), ha capito in fretta che le energie non gli sarebbero bastate e sulle rampe del Granon ha provato addirittura ad aiutare il suo capitano, Quintana, alla fine battuto soltanto da Vingegaard. “Una buona giornata per la squadra”, ha dichiarato, anche se sognava parole più romantiche. Una buona giornata per il ciclismo, tutto sommato














