AMARCORD/81 Roche 1987, un anno da Cannibale: dopo Giro e Tour si prende anche il mondiale

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Mondiale di Villach, 6 settembre 1987: mancavano più o meno due chilometri quando Stephen Roche cominciò a voltarsi. Era piombato senza sforzo apparente su un gruppetto di scalmanati, ma si era accorto che Sean Kelly, quel giorno il suo capitano, non lo aveva seguito. Continuò per un po’ a cercarlo con lo sguardo, poi smise di voltarsi, guardò davanti a sé e vide un’impresa sensazionale: dopo Giro d’Italia e Tour de France, quell’annata magica poteva regalargli anche la maglia iridata.

Una cosa che gli umani avevano visto soltanto una volta, nel 1974, ad opera di Eddy Merckx. Altri grandissimi ci erano soltanto andati vicino. Hinault, per esempio, aveva vinto Giro e mondiale nel 1980, ma nei due anni in cui fece l’accoppiata Giro-Tour (1982 e 1985) fallì nettamente la caccia all’iride.

Roche aveva classe, carattere e un filo di perfidia, ma non era Merckx e neanche Hinault, tanto che a 27 anni non aveva nel palmares né una grande corsa a tappe, né una classica monumento. Ingaggiato dalla Carrera nel 1986, si era eclissato per seri problemi a un ginocchio. Cosicché, nessuno trovò strano che al Giro d’Italia del 1987 l’irlandese non fosse capitano, ruolo che spettava piuttosto a Roberto Visentini, vincitore l’anno prima.

Si sa come andarono le cose: nella tappa di Sappada, Roche andò in fuga («quasi senza volerlo», disse tempo dopo), e quando dall’ammiraglia della Carrera gli dissero di fermarsi e aspettare Visentini (in maglia rosa), lui rispose picche e cominciò a vincere il suo Giro d’Italia.

Nel dramma di La Plagne rivelò tutta la sua voglia di vincere il Tour

Al Tour de France andò da leader, ma erano in molti a pensare che avrebbe pagato gli sforzi della corsa rosa. Poi arrivò l’interminabile crono di Futuroscope (87 chilometri) e nessuno fu in grado di stargli dietro. Che volesse il trionfo di Parigi lo si capì bene nella difficile tappa che arrivava a La Plagne. Delgado, in maglia gialla, attaccò sull’ultima salita, lui perse terreno e rischiò la debâcle, ma lentamente riemerse, dando fondo a ogni recondita stilla di energia.

Al traguardo concesse allo spagnolo solo qualche secondo, ma superata la linea crollò svenuto. Ci furono attimi di paura, lo rianimarono con l’ossigeno, ma quella tortura autoinflitta fu un’ipoteca solida sulla Grande Boucle. Tre giorni dopo, nella crono di Digione, Delgado non poté che arrendersi.

A Villach attese Kelly fino all’ultimo, poi decise di fare da solo

Uno che vince Giro e Tour esplorando i propri limiti, potrebbe arrivare al mondiale discretamente bollito. Roche si presentò quindi in Austria solo come luogotenente di Kelly, ruolo che svolse con dedizione. Ma quando, a tre chilometri dal traguardo, Van Vliet, Sorensen e Golz avviarono la girandola degli scatti, Kelly rimase a marcare Argentin, altro grande favorito, e perse il treno. Roche ci mise un attimo a cambiare pelle: attese l’ultimo chilometro e piazzò un allungo strappacuore. Gli altri si guardarono per qualche istante e furono perduti.

Dalla stagione successiva, il ginocchio malato riprese a tormentarlo, e il declino arrivò piuttosto rapidamente. Nessuno però potrà mai togliere a Stephen Roche il posto al fianco di Merckx, nel ristrettissimo “club dei cannibali”.