Forse adesso in pochi lo ricordano, ma i Saronni corridori erano tre. Giuseppe era il campione, uno dei più forti della sua epoca. Nell’inverno del 1979, a ventun anni, era reduce da una stagione strepitosa, con una ventina di vittorie, comprese tre tappe al Giro d’Italia, concluso al quinto posto. Bicisport lo andò a trovare a casa e alzò il velo su una famiglia a fortissima vocazione ciclistica.
Papà Saronni era stato un discreto dilettante negli anni Quaranta, e i figli ne avevano ripercorso la strada. Oltre a Giuseppe, c’era Antonio, di un anno più grande. Insieme avevano corso poco, perché da ragazzini, per non danneggiarsi, avevano deciso di non partecipare alle stesse gare.
Proprio in quella stagione, Antonio passava professionista come gregario del fratello, nella Scic. Giuseppe lo elogiava, ma nello stesso tempo lo destinava senza troppi giri di parole a un ruolo subalterno: «Mi aiuterà più di qualsiasi altro, perché a lui potrò chiedere di più. Per centocinquanta chilometri può diventare un grosso personaggio, essere un gregario straordinario».
Antonio, quattro volte tricolore nel ciclocross. E Alberto fece il Tour
Ma in quel ritratto di famiglia, Bicisport scoprì anche il terzo Saronni, Alberto, di cui largamente si ignorava l’esistenza. All’epoca diciassettenne, nella sua categoria era un vincente. Oggi sappiamo com’è andata, per tutti e tre. Giuseppe ha vinto ripetutamente tutto ciò che si poteva vincere in Italia, a cominciare da Giro (due volte), Sanremo e Lombardia. In più, ha consegnato alla storia la celebre “fucilata di Goodwood”, che gli ha dato il successo iridato nel 1982. Antonio ha trovato le sue soddisfazioni soprattutto nel ciclocross, vincendo quattro campionati italiani.
Quanto ad Alberto, ha fatto il professionista per un decennio, dal 1982 al 1991, al fianco del fratello più famoso. Lo accompagnò anche al Tour de France del 1987, l’unico che Giuseppe Saronni abbia disputato in tutta la carriera. Ma il campione, sulla soglia dei trent’anni, era già in fase calante, e dopo neanche due settimane salutò la Grande Boucle senza averla digerita: «Non stavo bene – dichiarò – e questa corsa è drammatica: i corridori sono trattati come bestie». Alberto, che lo aveva seguito in quel calvario senza speranza, tornò a casa con lui.












