D’Aiuto: «Vado alla Petrolike perché gli elite all’estero sono più considerati»

D'Aiuto conquista al Trofeo Alcide De Gasperi la seconda vittoria stagionale dopo una tappa alla Settimana Coppi e Bartali (Foto General Store Essegibi F.lli Curia)
Tempo di lettura: 3 minuti

Se anni fa Capodarco era il lasciapassare per il professionismo, Filippo D’Aiuto è il testimone che la tendenza sta cambiando rotta. Anzi, meglio ancora, rappresenta una tendenza che ha già cambiato rotta.

Nel 2025 non sarà professionista, ma c’è comunque qualche novità: D’Aiuto lascerà il verde della famiglia General Store e indosserà i colori della messicana Petrolike.

Un cambiamento che ti rende felice, Filippo?

«Sì, certo. Lo reputo un passo in avanti. La General mi aveva chiesto di rinnovare, ma vista la proposta della Petrolike mi sono sentito di voler cambiare. Nulla togliere a quella che è stata una famiglia più che una squadra per tanti anni, questo vorrei chiarirlo: con la General Store mi sono sempre sentito a casa, è un ambiente creato da persone che devo tanto ringraziare».

Cosa ti ha spinto, quindi, a cambiare?

«Penso che quello della Petrolike sia l’ambiente più adatto a me e alle mie prospettive di crescita future. Il calendario che mi hanno proposto, ovviamente ancora da definire, è disegnato sulla falsariga di quello che hanno fatto quest’anno. Rispetto a una Continental italiana, la Petrolike essendo straniera può fare solo corse internazionali nel nostro territorio, ma corrono molto di più all’estero. E ovviamente in Sudamerica, anche se per quelle gare prediligono i corridori che già abitano lì. Con me dall’Italia iniziano l’avventura alla Petrolike anche Lorenzo Peschi (ex General Store con D’Aiuto, ndr) e Lorenzo Galimberti (ex Biesse-Carrera, ndr)».

Filippo D’Aiuto e Roberto “Billy” Ceresoli, storico diesse della General Store

Nel 2025 sarete tutti e tre elite. Come è considerata la categoria dalla Petrolike?

«È molto diverso dalla considerazione che ne ha una Continental italiana, in cui il calendario elite passa in secondo piano. In Italia puntano tutto sui risultati, ma se salta la partecipazione ad una corsa importante come può essere il Giro Next Gen, non ci sono molte altre opportunità di farsi vedere. All’estero e quindi anche alla Petrolike c’è proprio l’intenzione di creare una squadra di elite che faccia un calendario adatto: più corse con i professionisti e più internazionali. Le differenze tra Continental italiane e Continental estere mi sembrano aumentare ogni anno di più».

Da quando è ufficiale il tuo passaggio?

«Ho firmato per una sola stagione ad agosto, ma gli interessamenti sono arrivati a luglio. In realtà sono rimasti colpiti dal Giro della Romagna corso con i professionisti ad aprile: sono arrivato settimo dopo più di 120 chilometri in fuga».

C’è qualcosa che ti spaventa nel cambiare ambiente?

«Sono consapevole che ci saranno delle differenze rispetto a quanto sono abituato, ma credo che lasciare la comfort zone della General sia una parte fondamentale della mia crescita. Sarebbe troppo facile rimanere lì, dove da quasi quattro anni conosco tutti e tutti mi conoscono. Onestamente sono emozionato dalle novità che ci saranno».

Filippo D’Aiuto solo e vittorioso sul traguardo del GP Capodarco 2024 (Foto Pettinati Communication)

Una prima novità è la lingua.

«Questo è vero. Parlano principalmente in spagnolo e a questo dovrò farci l’abitudine, ma fortunatamente si capisce bene. C’è da dire che la squadra ha anche una buona matrice italiana: tanto per cominciare, il diesse Andrea Peschi. Hanno anche una sede in Piemonte, dove prima c’era l’Androni per intenderci».

Hai mai sperato, perlomeno, che vincendo Capodarco saresti passato professionista?

«Sono sempre stato molto obiettivo e so che dal punto di vista dei risultati avrei dovuto dare più continuità. Sicuramente ho corso una buona stagione, ma altrettanto sicuramente questo non basta. Almeno in Italia. Ecco perché ho optato per una squadra straniera, con cui spero di raccogliere tanti altri risultati che vengano notati. Quindi, per rispondere alla domanda, chiaramente la speranza c’era, ma non ci sono rimasto male. Insomma, me lo aspettavo da questo ciclismo».