Quella che in questi giorni volge al termine è state un’estate caldissima, e le alte temperature, a tratti estreme, si sono fatte sentire con prepotenza anche nel mondo del ciclismo. Già al Tour de France tanti corridori hanno evidenziato la pericolosità di correre in queste condizioni, e il tema è tornato d’attualità alla Vuelta: Mas ha invocato una riunione di gruppo per decidere il da farsi, Brennan ha rivelato che non si stupirebbe di vedere corridori portati via in ambulanza, Almeida ha detto che si stanno raggiungendo i limiti del corpo umano. Abbiamo sentito a riguardo il punto di vista di Pippo Pozzato, ex corridore e oggi organizzatore.
«Io sostengo da anni, già da quando correvo, che ci dev’essere in protocollo meteo specifico anche per il caldo, come quello che riguarda pioggia e freddo», spiega Pozzato. «Come c’è una temperatura minima di tre gradi, oltre la quale i medici hanno stabilito che non si può correre, così ce ne deve essere una massima».
Brennan l’altro giorno ha detto che il suo computerino segnava 41 gradi di media a fine tappa.
«Ecco, per me oltre i 40 gradi non si può correre. Non sono un medico, ma è evidente che uno sforzo fisico sportivo di alto livello non va fatto a certe temperature. Abbiamo visto quello che è successo a Sinner a Parigi: vogliamo che qualcuno ci lasci le penne? Si annullano corse per il freddo o per la pioggia, ma per il caldo no: e invece anche il caldo va considerato un’emergenza meteorologica».

Nel corso della tua carriera, ti è mai capitato di correre in condizioni estreme?
«Sì, per esempio in Oman un giorno in discesa a tutti scoppiavano i tubolari, perché si scioglieva il carbonio e all’epoca ancora non avevamo i freni a disco. Già allora ho provato a fare presente il problema, ma non sono stato ascoltato. Lo ripeto: lavoriamo con dei medici e definiamo un protocollo che stabilisca delle regole precise».
C’è chi propone di anticipare la partenza alla mattina presto per evitare le ore più calde: da organizzatore, ti sembra un’idea realizzabile?
«Tecnicamente direi di sì. Sostanzialmente si tratterebbe di anticipare di 3-4 ore tutte le operazioni logistiche: può essere un disagio, ma non mi sembra un problema insormontabile. Alla fine una giornata dura comunque 24 ore: se parti prima ti svegli prima, quindi la sera precedente ceni prima e vai a dormire prima. Il problema che vedo, però, riguarda il pubblico: non so in quanti si alzerebbero alle sei per vedere la partenza di una gara di ciclismo».
Alcuni, invece, sostengono che, visto il cambiamento climatico, sia da ripensare completamente il calendario.
«Che il calendario vada riformato io lo dico da tempo, ma non credo che sia realistico pensare di spostare in blocco i tre grandi giri. Al massimo si potrebbero anticipare o posticipare di una decina di giorni, ma non cambierebbe quasi nulla in termini di temperature».














