
Per festeggiare Ferragosto, ripubblichiamo alcuni articoli storici e le interviste più apprezzate dai nostri lettori. Chiudiamo questa serie di incontri con un’intervista realizzata da Tony Lo Schiavo con Claudio Chiappucci e pubblicata su BS di ottobre 2022. “El Diablo” ripercorre la sua carriera, ricordando vittorie e piazzamenti e ripercorrendo le sfide con i suoi grandi rivali. Ne viene fuori una chiacchierata interessantissima con uno dei campioni più amati della storia del nostro ciclismo.
Gira ancora per il mondo raccogliendo ovunque inviti ed applausi. Dall’Africa al Nord Europa, per una cena o per una gara in mountain bike, Claudio Chiappucci è ancora l’idolo di tanti appassionati di ciclismo. Le sue gesta, il suo modo di porsi al pubblico, lo hanno fatto amare come è capitato a pochi ex ciclisti, grazie al rapporto quasi carnale che ha saputo instaurare con i tifosi.
“El Diablo”, così era stato soprannominato Claudio Chiappucci grazie alla sua capacità di infrangere ogni regola del gruppo per poter cercare la sua fortuna, può vantare all’estero un affetto ancora superiore a quello che ha sempre raccolto in Italia. Ed ancora oggi non si nega a nessuno, con un’agenda fitta di impegni nel mondo della bicicletta e non solo.
Non c’era corsa, con lui al via, che non fosse caratterizzata da una sua azione. Capace di lunghissime fughe e di grandi imprese, è salito per tre volte sul podio del Tour, due volte su quello del Giro, secondo ad un campionato del mondo, ma soprattutto tantissime azioni memorabili, tra tutte quella del Sestriere al Tour, che hanno entusiasmato e divertito il pubblico. Oggi continua ad essere un beniamino invitato in tutto il mondo per essere celebrato e festeggiato.
Claudio, nel 1990 avevi la vittoria del Tour de France in mano. Quanto soffri oggi per quell’occasione svanita?
«Per niente. In quel momento ero felice. Ho vissuto un momento grandioso. Ero lì per capire quanto valevo. Ogni cosa era per me un guadagno. Ero all’inizio. Tutto mi sembrava meraviglioso. Vivevo il sogno di ogni ragazzo».
Ed oggi come lo giudichi?
«La squadra non era adeguata al ruolo in cui mi ero venuto a trovare».
Che ricordi hai di quelle giornate?
«Ero in estasi. Mi sentivo un gladiatore che combatte nell’arena contro tutti. I campioni più forti erano intorno a me ed io mi difendevo dai loro attacchi con successo».
Avere inseguito Fignon, spalancando la strada a LeMond…
«Un’ingenuità, ma ero all’inizio. Nessun rimpianto. Oggi mi gestirei in un altro modo, ma non vale».
Tre volte sul podio: due secondi ed un terzo posto. Non era stato un caso.
«Quel Tour è stato la svolta della mia vita. Avevo capito che potevo dare di più da ciclista, da uomo, da personaggio pubblico. Ero alla ricerca di me stesso ed avevo capito che potevo diventare qualcuno».
Ma il gruppo non ti amava.
«Ho dato una svolta al ciclismo. L’ho cambiato. Io non correvo contro qualcuno, correvo per il pubblico. La gente lungo la strada si divertiva quando mi vedeva in fuga, non quando il gruppo andava compatto».
Quanti urli ti sono arrivati dal gruppo costretto ad inseguirti?
«Non li sentivo. Ma io non ho mai sfidato il gruppo, casomai ce l’avevo con i “padroni” del gruppo, i marpioni. Quelli che preferivano stare tranquilli fino agli ultimi chilometri».
Perché?
«Mi ribellavo ad un certo modo di correre. Io andavo a caccia della mia fortuna e non accettavo l’idea di doverla cercare solo negli ultimi cinquanta chilometri».
In cosa senti di aver “cambiato” il ciclismo?
«Ho fatto capire a tutti che bisognava avere il coraggio di provare. Ognuno aveva la possibilità di inventare la sua corsa. Se non osi non puoi sperare di lasciare un segno».
Ma il tuo modo di correre così dispendioso forse ti ha impedito di vincere quanto avresti potuto.
«Il mio palmarès non è da buttare via. Ma io non ho mai corso inseguendo cinicamente il risultato. Non sono un cinico. Per me contava il pubblico. Giocarmi la corsa fino in fondo. Volevo divertire. Ed è per questo che ancora oggi sono così amato. I corridori della mia epoca che hanno vinto anche più di me non credo che ricevano oggi le attenzioni che raccolgo io».
Nessun rimpianto?
«Nessuno. Mai. Sono esattamente quello che volevo essere. Quando smetti il palmarès conta fino ad un certo punto. Resta invece chi sei stato. Che emozioni hai dato. Il pubblico ama il campione che sente vicino. Ed io mi sento amato».
Cosa ha significato per te la famiglia?
«Moltissimo. All’inizio per me era molto importante dare soddisfazione ai miei che mi avevano dato la possibilità di fare questa vita. E la loro vicinanza è stata per me fondamentale».
Spesso al tuo fianco compariva tua madre.
«Pensate che alcuni organizzatori, al momento di firmare il contratto, chiedevano la presenza di mia madre. A volte sono stato anche in imbarazzo per questo».
Con un momento molto difficile.
«Nel momento del passaggio al professionismo è venuto meno mio padre. A 21 anni, una mancanza così grande poteva pesarmi molto ed anche per questo sono molto grato a mia madre che ha saputo diventare anche un padre».
Come?
«Non facendomi mai mancare il suo sostegno, la sua forza, la sua fiducia. Non era facile nemmeno per lei ed io sentivo la responsabilità di non deluderla».
Qual è stata la tua reazione?
«La morte di mio padre mi ha lasciato scoperto. Avevo rabbia. Avevo fame. Volevo capire chi ero e dove potevo arrivare. Nel mio lavoro ho dato tutto senza risparmiare nulla. Cercavo di capire i miei valori».
Però qualche atteggiamento spavaldo lo hai avuto.
«No, non ero un guascone. Avevo contro il mondo, ma cercavo di non curarmene. Misuravo me stesso».
La tua forza?
«Non solo. Non ho mai considerato il ciclismo uno sport di forza. Prima di muovermi, guardavo i miei avversari in faccia. Cercavo di capire e carpire i loro segreti, le debolezze, le difficoltà. Ma posso garantirvi una cosa: non mi hanno mai lasciato andare via, ogni chilometro di fuga me lo sono dovuto sudare fino in fondo».
Quanto improvvisavi nelle tue azioni?
«Magari potevi avere un’idea al mattino, ma io la corsa la inventavo. Il mio era il vero ciclismo: senza auricolari. Istinto e forza. L’uomo che guarda in faccia gli avversari e decide cosa fare, assumendosi le proprie responsabilità. Non con il direttore sportivo che ti dice cosa fare passo passo. C’era l’uomo al centro della corsa, non la tecnologia come adesso».
Che rapporto avevi con la tua bicicletta?
«Assoluto. La bicicletta era mia. Me la guardavo, me la studiavo, la provavo. Non c’erano tanti tecnici a dirmi cosa e come fare. Ero io che cercavo sulla bicicletta la mia posizione migliore».
Che ricordi hai della tua rivalità con Bugno?
«Era un rivale, ma con lui ho sempre avuto un buon rapporto. Siamo amici e ci sentiamo spesso per commentare magari le corse che vediamo».
In bicicletta però non sono sempre state rose e fiori…
«L’ho detto, eravamo rivali. Se c’è stato qualche screzio forse era più attribuibile al suo staff, che magari usava qualche parola di troppo, che non direttamente a lui. I nostri rapporti non erano così pessimi».
Chi era il tuo “nemico” in gruppo?
«Nemico nessuno. Forse chi sentivo più ostile era Moreno Argentin, ma non credo ce l’avesse con me in modo particolare. Era severo con tutti i giovani e forse il mio modo di correre gli era particolarmente sgradito. Ma non era un mio rivale diretto in corsa. Lui puntava alle corse di un giorno… E adesso devo dire che abbiamo degli ottimi rapporti».
Indurain ti ha tolto molte gioie.
«Hanno sempre disegnato i percorsi per lui. Gli organizzatori lo volevano e gli disegnavano le corse su misura con tante cronometro».
Con tracciati più equilibrati cosa sarebbe successo?
«Un Giro d’Italia ed un Tour de France li avrei vinti, col senno di poi. Però con Miguel siamo sempre stati leali».
Cos’è stato per te Pantani?
«All’inizio un caro compagno con il quale condividevo alle corse anche la stanza. Poi un avversario, per colpa di qualcuno che ha fatto tanto per mettermelo contro».
Chi è oggi Chiappucci?
«Stessa filosofia».
Cioè?
«Ho un carattere grazie al quale sono sempre alla ricerca di migliorarmi».
Sembra che per i ciclisti l’abitudine di viaggiare e di scoprire sempre nuove strade sia irrinunciabile anche quando l’attività si conclude.
«Non è per tutti così. Molti preferiscono chiudersi nel proprio mondo. Forse stanchi proprio di viaggiare. Per me è il contrario. Non mi stanco mai di stringere mani e chiacchierare con la gente e credo sia questo il motivo per cui sono così amato. Mi piace stare tra la gente e mi pare che questo venga riconosciuto: ricevo molto affetto».
Per questo hai voluto partecipare anche all’Isola dei Famosi?
«Cercavano un personaggio aggressivo, mai domo, un attaccante».
Come l’hai affrontata?
«Come una corsa a tappe. Ogni giorno non sapevo cosa mi dovevo aspettare».
La difficoltà maggiore?
«La convivenza con persone molto diverse. Ho cercato di andare d’accordo con tutti, ma ho gestito le cose come in corsa. Tutti possono essere amici/alleati o avversari/nemici».
Anche qui, secondo!
«La vittoria mi è stata tolta come in un grande Giro: con una crono mi hanno fatto fuori! Ma io mi sono sentito vincitore».
La rifaresti?
«Sì, ho visto i miei limiti e sono convinto che adesso potrei fare ancora meglio».
Cosa ti resta?
«Credo di aver dimostrato che lo sportivo ha sempre qualcosa in più: volontà, sacrificio, sopportazione, voglia di arrivare».
E la famiglia?
«Ho due figli meravigliosi: Samantha e Samuele. Hanno finito entrambi l’università e sono avviati ad una brillante carriera. Sono molto orgoglioso di loro, non potrei chiedere di meglio».
Viaggiando tanto, riesci ad avere un buon rapporto con loro? Non dev’essere facile.
«Ho un rapporto meraviglioso e con Samuele ogni tanto riesco anche ad uscire in bici. Lui è giovane, forte ed appassionato, ma fa fatica a starmi dietro perché ancora oggi la mia esperienza ed il mio carattere pesano. Non gli faccio sconti, lui ormai sa bene come sono fatto».


















