Ferragosto con BS / Viaggio con Lefevere nei ricordi di vent’anni alla Quick-Step

Lefevere
Patrick Lefevere è stato general manager della Soudal-Quick Step fino alla fine del 2024.
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Per festeggiare Ferragosto, ripubblichiamo alcuni articoli storici e le interviste più apprezzate dai nostri lettori. Ecco un viaggio con Patrick Lefevere nei suoi vent’anni alla guida della Quick-Step, squadra da lui creata nel 2003 e poi lasciata a fine 2024. In questa intervista, realizzata da Davide Bernardini e pubblicata sul BS di novembre 2023, ci sono irimpianti, i campioni, le sorprese, le delusioni e gli errori di vent’anni intensi, pieni di vita e di ciclismo.

La storia è andata più o meno così. Patrick Lefevere lasciò il ciclismo pedalato nel 1979, a ventiquattro anni e mezzo. «Perché facevo ridere», commenta lui adesso impietoso. «Per trovare qualcosa su di me bisogna cercare a fondo». Sbagliato, ma ormai alle freddure e alle dichiarazioni tranchant di Lefevere siamo abituati: nonostante la carriera concentratissima, nel suo palmarès hanno trovato spazio una Het Volk dei dilettanti, e una Kuurne-Bruxelles-Kuurne e una tappa alla Vuelta dei professionisti.

«Nel 1980 ero già salito in ammiraglia. La squadra era la Marc. Partecipai al mio primo Tour in assoluto, il mio assistente in seconda era un rappresentante dello sponsor, pensa un po’. Dieci corridori, due massaggiatori, un meccanico e mezzo. Se mancavi un rifornimento eri nei guai. Vincemmo due tappe: con Deschoenmaecker a Pra Loup e con Loos a Prapoutel. Mi sembrava il paese dei balocchi. Avevo 25 anni».

La leggenda della Quick-Step sarebbe nata parecchio tempo più tardi.

«Prima ci fu la Gb-Mg, di cui fui direttore sportivo dal 1992 al 1994. C’era Ballerini, c’era Museeuw che faceva da apripista a Cipollini. Un altro mondo. Poi, dalla Ariostea, arrivò Ferretti, che si portò dietro alcuni corridori».

Nel 1995 passi alla Mapei, ma bisogna ancora aspettare.

«La Quick-Step per come la conoscete oggi nasce nel 2003. Ma il seme fu gettato alla Mapei. Con me vennero alcuni atleti, su tutti Museeuw. Fu allora che nacque una certa idea di gruppo e di squadra: la certezza che insieme, e dando a tutti il proprio spazio, si potesse arrivare più lontano che non puntando tutto su un capitano unico».

Nel 2001 nasce la Domo-Farm Frites, e tu ci sei. Vivrà solo due stagioni, ma non andrà poi così male: due Roubaix consecutive, con Knaven nel 2001 e con Museeuw nel 2002. Poi è tempo di Quick-Step.

«È stata un’avventura incredibile, a ripensarci adesso. Se era meglio prima oppure ora? Questi discorsi li ho sentiti fare soprattutto quando vivevo in Italia, vicino a Varese, una vita fa. A voi piacciono, paragonate sempre tutto. Io dico che non ha molto senso. Prima c’era più semplicità e il ciclismo costava meno, ma ricordo più di un’epoca peggiore di questa».

Ad esempio?

«Lo scandalo della Festina, l’Operacion Puerto. Oppure, restando a noi, le positività di Boonen alla cocaina tra il 2008 e il 2009. Voi non avete idea di quanto fosse popolare Tom all’epoca in Belgio: aveva il physique du role, vinceva in maniera unica le classiche più prestigiose, si prestava alla folla. Fu uno scandalo enorme».

Come lo avete gestito?

«Io ero arrabbiato, Specialized era infuriata. Ci furono tensioni notevoli, finché tutte le parti non si ritrovarono ad un tavolo e si dissero: quando ci si sposa si promette amore nella buona e nella cattiva sorte, giusto? Nel 2012 tornò il Boonen dei tempi migliori: vinse Harelbeke, Gand, Fiandre e Roubaix. La quarta, come De Vlaeminck. E prima di lui Gand, Fiandre e Roubaix in una sola stagione seppe conquistarle soltanto Van Looy».

È lui il volto della tua Quick-Step?

«Oddio, forse sì, ma di campioni ne sono passati tanti. Quelli che volevo prendere li ho presi, ai miei collaboratori dico che abbiamo diritto ad un solo errore all’anno. Sono pochissimi quelli che non sono voluti venire. C’è chi invece, come Gilbert, per entrare si è ridotto addirittura lo stipendio».

Quali altri campioni ti vengono in mente?

«Museeuw. Devo dire che Boonen per lui aveva un rispetto estremo, nel 2004 era già più forte di Johan, ormai alla fine, ma non volle mai scavalcarlo nelle gerarchie. Ma non dimentichiamoci di Bettini: che classe, che grinta. Lui e Museeuw avevano i loro uomini, andavano in giro per le camere a domandare, a chiacchierare, ad organizzare. Boonen no, un altro carattere: forse il più rilassato che abbia mai conosciuto».

Qual è il successo a cui sei più legato?

«Nominare i più conosciuti sarebbe troppo facile. Allora dico la prima cronosquadre iridata della storia, nel 2012 a Valkenburg. Battemmo la Bmc per soli tre secondi. Il lavoro di squadra che ci fu dietro non è immaginabile. Io non piango mai, ma quel giorno fu quasi impossibile».

Il corridore da cui non ti aspettavi così tanto?

«Tafi. Pensavo fosse un ottimo gregario, non un vincente. Invece ha messo insieme una carriera notevole. Alla Roubaix del 1996, quella dell’ordine d’arrivo deciso a tavolino, Tafi era arrabbiato. Io gli dissi: dammi retta, vincerai più avanti. Quando, a settembre di quell’anno, vinse la Parigi-Bruxelles in solitaria, accanto a me in ammiraglia c’era Squinzi con le lacrime agli occhi».

Un rimpianto ce l’hai?

«Sì, non aver visto crescere la mia famiglia. Io ho avuto due figli da due donne diverse. Il minore è intraprendente e brillante, ha 27 anni e ha sempre saputo muoversi senza di me. Il maggiore, invece, di anni ne ha 43, ma ho sempre avuto l’impressione che mi avrebbe voluto al suo fianco più di quanto io sia stato in grado di starci. Ha anche provato a fare il corridore: seppur con rammarico ho dovuto fargli capire che non era il suo destino. Voleva a tutti i costi aver successo nel ciclismo per far contento me, ma ognuno ha la sua storia».

Che rapporto hai coi tuoi corridori?

«Quando ero direttore sportivo volevo sapere tutto: il nome della fidanzata, il mestiere dei genitori, la paura più profonda. Da team manager il discorso cambia, ancora prima che coi corridori devi relazionarti coi direttori sportivi. Ma per farti un esempio, ci sono persone che lavorano con me da venticinque anni e non hanno mai messo piede in casa mia. La moglie è categorica: di ciclismo in casa non si parla, impazzirei».

Qual è la soddisfazione più grande?

«Forse affacciarsi alle ammiraglie e ritrovare tanti direttori sportivi cresciuti con me. Baldato mi dice spesso: ciao capo. Anche nei momenti più difficili ho detto che comunque della Quick Step si parla sempre almeno un po’: è dei morti che si smette di parlare. Ma quando toccherà a me, non vorrei che sulla mia tomba ci fosse scritto: ha vinto o non ha vinto il Tour. Sarei contento se qualcuno facesse scrivere: con i suoi difetti, è stata una buona persona».