Per festeggiare Ferragosto, ripubblichiamo alcuni articoli storici e le interviste più apprezzate dai nostri lettori. Ecco un’altra grande intervista di Tony Lo Schiavo, questa volta con Gilberto Simoni. Tanti i temi affrontati in questo incontro con il trentino, pubblicato sul BS di ottobre 2023: come è andata con Cunego nel Giro del 2004? Vi siete rivisti? Avete chiarito? E con Basso? Cosa era veramente successo? Cosa è per te Moser? Come è andata con Saronni? Cosa hai detto a Lanfranchi a Lisbona? E Ballerini? Che rapporti avevi con Pantani? Cosa pensi del ciclismo di oggi?
Gilberto Simoni è stato un grandissimo scalatore, corridore forte e vincente, ma è sempre stata una persona riservata e taciturna. Se era chiamato a parlare non aveva paura di annunciare verità scomode, e se non le riteneva opportune taceva. Da buon montanaro è sempre stato schietto e sincero, a costo di pagare questo suo carattere in termini di simpatia e popolarità.
Non ama molto parlare di sé. Preferisce lo facciano gli altri. E se non lo fanno per lui è anche meglio, geloso com’è della propria vita. E poi non vuole “rotture di palle”: le verità scomode di tanti suoi colleghi ritiene gli abbiano tolto qualcosa, ma sembra non importargliene più molto.
Hai cominciato a correre dopo aver visto Moser vincere il Giro nel 1984.
«Sì, è vero. Mi aveva appassionato».
Quale rapporto di parentela ti lega a Francesco?
«Sua madre era una Simoni. Stesso albero, ma rami diversi. Palù di Giovo ci unisce».
Hai avuto una carriera importante da dilettante, pur essendo uno scalatore sei riuscito a vincere tanto.
«Sì, il primo anno ho vinto due corse, poi mai meno di una decina. E i secondi posti non riesco a contarli. Severino Caron, presidente e sponsor, non mancava mai ad una gara, e il direttore sportivo, Aldo Donatello, vedeva la corsa come nessuno altro ha mai fatto. Gli anni più belli della mia vita».
Vanti anche un Giro della Valle d’Aosta che, in quegli anni, valeva una vera e propria laurea.
«Sì, nel 1992. Ma anche un Giro della Lunigiana, un Giro d’Italia dilettanti e il campionato italiano a Pattada».
Il passaggio al professionismo non è stato così roboante.
«Erano anni particolari e chi li ha vissuti sa bene a cosa mi riferisco».
Parli degli anni del doping?
«Non sono io a dirlo ma la storia».
Sei rimasto invischiato in una storia di caramelle alla cocaina…
«Una storia incredibile, se la racconto io stesso faccio fatica a crederci, quindi lasciamo perdere, non devo più convincere nessuno».
Nei primi anni tra i professionisti, dicevamo, pochi risultati e grande fatica.
«Non nascondo che avevo perso entusiasmo. Io amo la bicicletta ed ho sempre avuto il piacere di andarci. Ho trovato un mondo nel professionismo che non mi piaceva. La mia fortuna è sempre stata legata alle persone con una grande passione per questo sport e Giuseppe Petito è stato quello che mi ha rimesso sulla strada giusta alla Vuelta di Spagna con la Cantine Tollo».
Cosa è successo poi?
«Poi ho trovato Enrico Pengo con Flavio Miozzo. Enrico è come me, la sua passione per la meccanica è uguale alla mia, mi ha riavvicinato alla bicicletta e ho ritrovato l’entusiasmo che avevo da ragazzo, quando montavo e modificavo le mie bici».
E sei salito sul podio del Giro.
«Sì, con grande soddisfazione. E questo mi ha aperto la strada per la squadra di Saronni».
Da Moser a Saronni il passo era lungo?
«Ma no, ha fatto tanto chiacchierare i giornali, ma le beghe di Francesco non sono certo le mie».
Lì hai trovato Pietro Algeri.
«Un grande direttore sportivo. Se dovessi fare un giorno una squadra, lui ne sarebbe la guida. Persona capace sul piano tecnico ed umano».
Nel 2001 arriva la prima vittoria al Giro d’Italia. Cosa ricordi?
«Il sigillo è arrivato sul Pordoi, ma ricordo quella vittoria come un successo costruito con la grande tranquillità che Pietro aveva dato a tutto il gruppo. Un successo di squadra».
Sempre nel 2001 ci sono i fatti di Lisbona: sei in fuga lanciato verso una possibile vittoria e Lanfranchi, un altro azzurro, ti insegue e neutralizza la tua azione.
«Non ho mai più parlato con lui. Cosa vuoi che gli dicessi. A lui è costata la carriera e l’anno dopo Mapei ha chiuso la squadra».
Che idea ti sei fatto?
«Quello che hanno pensato tutti: quel giorno il legame del gruppo sportivo è stato più forte della Nazionale. Ed anche Ballerini…».
Ballerini?
«Ballerini faceva parte di quel gruppo e la cosa che mi ha dato ancora più fastidio è che non sono mai più stato convocato in Nazionale. Mai più un mondiale. Stessa cosa per Rebellin, l’unico che in quel mondiale si era messo davanti al gruppo a fare quello che un compagno di squadra avrebbe dovuto fare».
Nel 2003 al Giro dell’Appennino compi un’impresa: scali la Bocchetta in 21’54”, battendo il precedente record di Marco Pantani, 21’56”. Che rapporto avevi con Marco?
«Non posso dire che eravamo amici. Ma neanche nemici. Rivali».
Ti sei mai scontrato con lui?
«Sulle strade, per tutta la carriera».
Ti si è visto poco sulle strade del Tour e in classifica non hai mai lasciato il segno. Perché?
«Ho fatto 15 Giri d’Italia, per il Tour mi rimaneva poco. Ma se guardo le classifiche su Wikipedia dei miei anni non vedo i vincitori. Non ce l’ho con Armstrong, per me rimane il più giovane campione del mondo».
Quindi?
«Ho sempre fatto tanta fatica per niente».
Eppure sei nel ristretto gruppo di corridori capaci di vincere tappe in tutti e tre i grandi Giri.
«Ho sempre vinto in salita. Quando arrivavano le montagne ero tranquillo, dormivo senza pensieri».
Alla Vuelta hai vinto anche sull’Angliru, un traguardo prestigioso.
«Lo ricordo bene, nel 2000. Una bella soddisfazione. Ma correre la Vuelta alla Lampre con Mariano il Pistolero (Piccoli) era puro divertimento».
Poi vai alla Saeco.
«Una gran bella squadra, bello andare in giro con quella maglia rossa. Il team manager Claudio Corti, poi, aveva corso con Moser e di trentini se ne intendeva…».
Cosa c’era di nuovo?
«Tanto divertimento, tanto entusiasmo, sponsor incredibili, voglia di correre, voglia di innovare, mai sentita la preoccupazione del risultato. Il personale era sempre al top: non posso nominare nessuno perché lascerei indietro qualcuno di eccezionale. Era una squadra che già si proiettava in avanti, già social, che vedeva lontano. Anche Cipollini aveva dato una bella spinta».
Era appena andato via.
«Sì, ma aveva dato una bella impronta al gruppo. Devo dire che nella mia carriera ho avuto la fortuna di andare in squadre con buoni sponsor appassionati, buoni tecnici, buoni manager».
Ma nel 2004 la Saeco ti ha tradito.
«Ma no!»
Ma come? Cunego doveva aiutarti a vincere il Giro ed invece lo ha vinto lui: qualcosa è successo.
«Quel Giro era particolare, Petacchi vinse 9 tappe. Ero stufo di arrivi in volata. Non si può dire che fosse un percorso da scalatori come quelli di oggi. E le tappe finali, quelle di montagna che dovevano decidere il Giro, erano più corte di una gara juniores, 120 chilometri».
Un piccolo Giro, ma in quei giorni non eri così tranquillo…
«È vero, ma ero più arrabbiato con me che con Cunego. La caduta nella crono di Trieste mi aveva messo un ginocchio fuori uso e ne soffrivo. Avevo paura di perdere ed ho fatto un azzardo: mandare in fuga Cunego. Poi è successo quel che è successo, ma volevo rifarmi, ci tenevo a vincere una tappa, ma non ci sono riuscito ed è lì che me la son presa con Cunego».
Nel 2006 un altro confronto aspro sulle strade del Giro, questa volta con Basso.
«Non mi va di parlarne».
Dicesti che non aveva mantenuto la parola di un accordo in corsa…
«La verità anche qui è un’altra. Diciamo che ha vinto il Giro e poco dopo ha scontato due anni di squalifica nel contesto dell’Operacion Puerto, a voi le conclusioni».
Hai detto che il tratto più semplice dello Zoncolan vale il tratto più duro del Tour. Tu lo hai domato due volte. Cosa è per te lo Zoncolan?
«È un’invenzione di Cainero, a lui piaceva il ciclismo dei duri, ha preso una strada forestale e l’ha trasformata in un teatro di grandi sfide, cose dalle quali sono sempre attratto».
Hai corso con Rebellin e Scarponi.
«All’Androni ho vissuto momenti indimenticabili. Con Alessandro Bertolini da ragazzi ci siamo odiati quasi a farci male, lì mi è sembrato di aver trovato un fratello gemello. Poi è arrivato Davide Rebellin: tutti e tre classe ’71, promesse nelle giovanili, pronti a rubarci le gare quando eravamo dilettanti. Grazie a Bellini siamo entrati in grande sintonia. Quindi Michele Scarponi: lui sdrammatizzava tutto, anche la fatica più dura, la giornata più calda o più fredda, la vittoria o la sconfitta. Credo sia stato l’avversario più bello di tutti».
Gilberto, hai avuto una carriera con delle punte molto alte, ma anche con tanti episodi discussi.
«Non c’è bisogno che parli io. Andate a vedere la storia di quegli anni. Le storie di tanti corridori. Non sono io a dover raccontare certe cose. Più che i miei periodi, son quelli degli altri ad essere discussi».
Hai qualche rimpianto?
«No. Non solo non ho nessun rimpianto, per me possono cancellarli quegli anni, io sono sempre stato più interessato al futuro che al passato».
Addirittura?
«Sono anni di cui non si può essere orgogliosi. E lo dico io che non ho avuto un solo giorno di squalifica per doping o per qualsiasi altra cosa, pur avendo fatto non so quanti controlli, avendo corso 25 grandi Giri. Giri ne ho vinti due e sono salito sul podio in altre cinque occasioni. Al Giro delle famose caramelle me ne sono andato a casa io. Non c’è nessuna nota della Federazione che mi ha allontanato!».
Non salvi nulla?
«Il mio ciclismo giovanile. È il mio orgoglio, le fatiche più belle, quelle per cui è valsa la pena soffrire».
Cosa pensi del ciclismo di oggi?
«Il ciclismo è cambiato molto e non poteva essere diversamente».
A cosa ti riferisci?
«La bici è uno spettacolo, ma è cambiato il modo di prepararsi, di mangiare. Si corre in un altro modo».
È meglio o ci si è spinti troppo avanti con il perfezionismo?
«Di sicuro non si può sbagliare».
Perché?
«È un ciclismo al limite, però sa entusiasmare. È moderno, ma mantiene qualcosa di eroico. I corridori sono seguiti con attenzione, ma rispetto ai miei tempi sono meno costruiti. Vederli combattere faccia a faccia, come Pogacar e Vingegaard, senza paura, mi diverte molto».
Cosa noti?
«Vedo che fanno tutti una gran fatica. Guarda Van der Poel: dà il massimo, arriva sempre stremato, si butta sempre per terra da quanta fatica fa per vincere. E non parliamo poi di quella che fanno quelli che arrivano dietro».
Anche ai tuoi tempi la fatica è sempre stata una caratteristica di questo sport.
«Ai miei tempi non ho mai visto quelle facce. E poi…».
E poi?
«Non vedo i miracoli, non vedo i corridori stagionali, non vedo corridori che saltano fuori all’improvviso. Vedo un ciclismo credibile».
E tu oggi cosa fai?
«Mi diverto ancora ad andare in bici. Sicuramente correre non era poi questo gran divertimento, però lo devi volere, allora ti diverti come tutti quelli che tra le ore di lavoro si ritagliano lo spazio per un giro in bici. La bici ti fa stare bene con te stesso, è questo il divertimento più grande».

















