Giancarlo Ferretti ci ha lasciato il 9 agosto nel giorno del suo 85° compleanno, ma i ricordi e gli insegnamenti che ha tramandato ai tanti corridori che ha avuto l’onore di dirigere sono ancora vivi.
Abbiamo raccolto alcuni messaggi dei ciclisti che hanno corso nelle squadre di Ferron, che hanno riportato ricordi e raccontato aneddoti. Di seguito gli scritti di Davide Cassani, Michele Bartoli, Vincenzo Nibali e Moreno Argentin.
Davide Cassani
Per Giancarlo Ferretti sono stato uno dei tanti corridori che ha diretto; per me il Ferron è stato il direttore sportivo più importante che io abbia mai avuto.
Quattro anni in Ariostea, due alla MG Technogym: sei anni fantastici in cui ho imparato tanto. E quello che ho capito del ciclismo e di questo mestiere lo devo in gran parte a lui.
In quegli anni passati insieme mi veniva a prendere a casa per andare alle corse e mi riportava indietro a fine gara. Quasi sempre da soli, io e lui. Quelle ore in auto non erano semplici viaggi: erano lezioni universitarie a cielo aperto. Lui parlava, io ascoltavo e assorbivo. Mi ha insegnato cosa sia il ciclismo, cosa sia la squadra. Perché nel suo ciclismo la squadra non era un’addizione di singoli, ma un ingranaggio perfetto dove ognuno sapeva esattamente cosa fare e per chi farlo.
Io ero una seconda linea, ma nelle sue squadre c’era spazio per tutti. Era un fenomeno nel motivare i suoi ragazzi: la mattina a colazione ti guardava negli occhi e, prima ancora che aprisse bocca, avevi già capito tutto. Ho conosciuto poche persone con quella capacità di trascinare, con quella grinta, con quella voglia viscerale di vincere.
Lo chiamavano il “Sergente di Ferro”, è vero, ma dietro quella maschera di severità c’era un cuore grande e un’umanità rara. La sua disciplina non era mai fine a se stessa: pretendere il massimo da noi era il suo modo di dirci che credeva nel nostro valore. Non faceva differenze tra i capitani e chi doveva tirare il collo fin dai primi chilometri; per lui il rispetto del lavoro e della fatica veniva prima di qualsiasi ordine d’arrivo.

Michele Bartoli
Nella vita di uno sportivo ci sono persone che incidono fortemente sull’andamento di una carriera professionistica. Io ne ho incontrate due e una di queste é Ferón. É stata intesa immediata, feeling istantaneo. Le cose belle della mia vita sportiva sono sempre incorniciate dalla sua presenza.
Nei pochi anni in cui sono stato in altre squadre, mi é sempre mancato qualcosa…non era lo stesso non poter condividere con lui, gioie e dolori.
Il “sergente di ferro” per me é stato un padre, severo ma capace di slanci emotivi che ti travolgevano. Con lui ho imparato cosa sarei potuto essere, e lui ha fatto sì che lo diventassi. Nella mia nuova vita da preparatore penso sempre a un suo insegnamento: cerca di sbagliare poco in quello che dici ai corridori, quando sbagli non ti credono più. Fai buon viaggio Ferón, grazie di tutto, ti voglio bene.

Vincenzo Nibali
Ci sono giorni che non si dimenticano.
Quel giorno in cui firmai il mio primo contratto da professionista è uno di quelli. E dentro a quel ricordo ci sarà per sempre anche Giancarlo. Il ciclismo mi ha regalato tanto, ma soprattutto persone che hanno lasciato un segno nel mio cammino. Tu sei una di quelle.
Grazie per aver creduto in me e per essere stato parte di un momento così importante della mia vita. Ti ricorderò sempre con affetto e riconoscenza.
Buon viaggio, Giancarlo

Moreno Argentin
Ho avuto il privilegio di averlo come direttore sportivo in un periodo complicato della mia vita agonistica. La convivenza con lui poteva essere esplosiva, per via dei caratteri forti e spigolosi di entrambi. Ci univa però una caratteristica fondamentale: la voglia di riscatto e il gusto per la vittoria.
La grinta a Ferron non è mai mancata. Riusciva a caricare la squadra come pochi alla vigilia degli appuntamenti importanti; quando capiva che la vittoria era alla nostra portata, diventava per lui un piacere stimolare il gruppo per farci rendere il doppio il giorno dopo.
Ricordo ancora una sua frase dopo la Milano-Sanremo del 1990 vinta da Gianni Bugno, quando capì che mi ero rassegnato troppo presto all’idea di non poter vincere: secondo lui avrei dovuto impegnarmi di più nell’organizzare l’inseguimento. Nella riunione che precedette il Giro delle Fiandre — poi vinto da me —, guardandomi negli occhi mi disse: “Le gare finiscono solo dopo la riga bianca”. Capii subito che quel messaggio era rivolto proprio a me.
Il giorno della vittoria al Fiandre, mentre ero in fuga con Rudy Dhaenens, affiancò l’ammiraglia a 5 km dall’arrivo insieme al compianto meccanico Piero Piazzalunga. Prima di farlo parlare gli dissi: “Oggi vi faccio un regalo”. Lui, guardandomi pieno d’orgoglio e ormai sicuro che da dietro non ci avrebbero più ripresi, batté più volte la mano sulla portiera per la gioia.
Lui viveva le corse emotivamente come se fosse in bicicletta, e trasmetteva questa sicurezza ed entusiasmo a tutti i corridori della squadra.
Riposa in pace, Giancarlo. Sono stato fortunato ad averti incontrato nel mio cammino: insieme formavamo una coppia favolosa nei rispettivi ruoli, tu da grande direttore sportivo e io da corridore vincente.















