Johnny Carera non è sicuro, ma gli sembra di ricordare che per primo a Mastromarco c’andò suo fratello Alex, non lui. Di questo Nibali si parlava sempre di più, perché non conoscerlo di persona e accompagnarlo nella sua crescita? Militava ancora negli juniores: appena maggiorenne, insomma.
«Che fosse forte si sapeva e si vedeva – ricorda Johnny – Aveva già raccolto i suoi bei risultati e il piglio lasciava ben sperare. Noi come procuratori abbiamo avuto per quindici anni anche Cunego, per dire: non è che siamo nati con Nibali. Però è inevitabile che il nostro nome sia legato al suo. Quello che era nato come un rapporto di lavoro, tuttavia, si è trasformato in qualcosa di più profondo e significativo. Siamo diventati amici, abbiamo girato il mondo, andiamo in vacanza insieme con le rispettive famiglie».
Ci sarà stato qualche battibecco, no?
«Se devo essere sincero non mi viene in mente niente. Entrambi siamo schietti e talvolta duri, ma in qualche modo siamo sempre riusciti a non litigare. Probabilmente è successo a mio fratello Alex, che con Vincenzo ha un rapporto più professionale che d’amicizia».
Voi siete sempre stati al suo fianco, fin da quando correva alla Mastromarco.
«Era un ragazzino, adesso è un uomo e un padre di famiglia. Lui passò professionista dopo soltanto due stagioni tra gli Under 23 con la Mastromarco. Ricordo che ci furono diverse polemiche e resistenze, vent’anni fa succedeva una volta ogni tanto, non è la norma come adesso. Che avessimo preso la decisione giusta me lo confermò una telefonata di Ferretti all’inizio della stagione successiva».
Cosa ti disse?
«Era gennaio. Io in macchina, la Fassa Bortolo in ritiro in qualche mite località marittima. Mi squilla il telefono. E’ Ferretti, il sergente di ferro della squadra. Dopo i saluti va subito al solo: digli al tuo Nibali di andare più piano, di stare più calmo, perché ogni giorno fa dannare tutti gli altri e quasi quasi li stacca. Se ci ripenso mi viene ancora da ridere».
Secondo te qual è stata la sua vittoria più bella?
«Non mi era mai capitato di emozionarmi come alla Milano-Sanremo. Avevo le lacrime agli occhi. Quando ho visto la Bahrain davanti nel finale ho pensato: vuoi vedere che Vincenzo prova qualcosa? Che stava bene lo sapevo, che potesse inventare un’azione del genere sinceramente no. Quel giorno mi ha stupito alla maniera dei fuoriclasse».
Quando, invece, l’hai visto maggiormente in difficoltà?
«In due momenti: dopo la caduta alle Olimpiadi di Rio e ancor di più dopo l’incidente sull’Alpe d’Huez al Tour del 2018. Il recupero è stato lungo e faticoso, le prime settimane è rimasto praticamente fermo a letto. Si lamentava, diceva che non ce la faceva più e invece, ogni mattina, ricominciava a prepararsi. Un esempio per i più giovani: nemmeno le carriere dei campioni sono rose e fiori».
Dove possiamo attenderci una sua stoccata?
«Per me in qualsiasi istante, non si sa mai cosa gli passa per la testa. E poi sta bene, non fatevi ingannare dalle difficoltà patite sull’Etna. Non sarà il miglior Nibali, ma sta meglio di quello che sembra. Io credo che finirà con l’emergere alla lunga: nella terza settimana potrebbe lasciare il segno».
Poi parteciperà al Tour?
«Sarebbe suggestivo, ma il Giro richiede molte energie e al Tour manca ancora un mese e mezzo. Non c’è ancora niente di deciso, vediamo in che condizioni uscirà dalla corsa rosa. In questi giorni si parla solamente di Nibali, ma non dimentichiamoci che l’Astana è una squadra ambiziosa che può contare su tanti altri ottimi corridori».
L’ultima sua gara potrebbe essere il Lombardia?
«E’ probabile, in due occasioni l’ha vinta e in altre l’ha sfiorata. E’ una delle cinque classiche monumento e arriva proprio in fondo alla stagione, quindi perché no?»










