A ricordo di Giancarlo Ferretti che ci ha lasciato ieri, Bicisport lo saluta pubblicando un pezzo uscito sulle pagine del nostro giornale nel febbraio del 2013. Scritto dallo stesso Ferron, questo racconto fa parte del libro “Mi chiamavano Sergente di ferro” pubblicato nel 2012 dalla Casa Editrice Faenza.
Nella mia carriera dilettantistica ho ottenuto molti piazzamenti e solo 5 vittorie. Ma se per un ciclista il numero delle vittorie non rappresenta il parametro ideale per definire la qualità, per me questo è doppiamente vero.
Fui inserito nel 1962 nella squadra azzurra al campionato del mondo di Salò e al Tour de l’Avenir.
Elio Rimedio, all’epoca Commissario Tecnico dei dilettanti, si rivelerà una persona molto importante per la mia carriera perché profondo conoscitore delle tecniche ciclistiche. Mi insegnò moltissimo riguardo la preparazione, gli allenamenti e l’alimentazione.
Non posso non ricordare con piacere e amarezza allo stesso tempo la bella impresa che mi vide protagonista al Tour de l’Avenir, al terzo anno di dilettantismo.
Staccai tutti sull’Izoard, monte maestoso e ostile, passando da solo davanti al monumento che ricorda il grande Fausto Coppi, campione che aveva acceso i miei sogni di ragazzo.
Lanciato a 80 chilometri all’ora, stavo scendendo con destrezza su quelle strade cosparse di asfalto liquefatto dal caldo opprimente. Mancavano poco più di 15 chilometri al traguardo e avevo più di 2 minuti di vantaggio. Meno 10 chilometri, ancora 8. Improvvisamente cado. Mi alzo, afferro una nuova bicicletta che mi passa il Commissario Tecnico.
Perdo almeno 40-50 preziosissimi secondi, poi riparto con il ginocchio sinistro sanguinante, il fianco pesto e lo sguardo fisso. La mia andatura non è più la stessa. A un chilometro dal traguardo Gomez Del Moral mi supera e, in un sol colpo perdo la vittoria di tappa, l’abbuono e quel che è peggio, la maglia gialla, che indosserà proprio Gomez Del Moral. Nella classifica finale finii solo quarto.
Piango, e in quelle lacrime c’è tutta la mia disperazione. Senza quella caduta, avrei potuto vincere il Tour de l’Avenir e passare alla storia.
Quando tornai a casa, fui festeggiato a lungo per la mia combattività, il coraggio e la determinazione dimostrata.
Ma i sogni di gloria erano definitivamente dissolti.
Il nonno
L’ultimo anno che rimasi nella Legnano, fui selezionato per partecipare, con la squadra, al Giro d’Italia.
Mio nonno era ricoverato all’ospedale, per una grave broncopolmonite. Lo mandarono a casa a morire. A quei tempi si preferiva spirare attorniati dall’affetto della famiglia, nel calore della propria casa.
Andai a salutarlo. Con angoscia mi avvicinai. Lui tossì e io gli pulii la bocca. Era ancora molto lucido e mi disse: «No, non devi, tu che sei così giovane. Quando tornerai dal Giro, io non ci sarò più».
– No, ci vedremo ancora nonno, ne sono sicuro.
– No, non ci sarò, ma voglio raccomandarti una cosa: nella vita, ricordati sempre di fare del bene.
Era una persona semplice, umile e mi lasciava questa eredità.
Con la bicicletta, me ne andai qualche ora a girovagare per i campi. Poi mi fermai sotto un grande albero verde che, con i suoi folti rami, sembrava abbracciarmi. Il mio dolore, la mia angoscia volevo esprimerla lì, nel silenzio, in mezzo alla natura amica che, sola, poteva consolarmi.
Il giorno dopo, sarei partito per il Giro. Il frastuono, i rumori, i colori, la frenesia, mi avrebbero di nuovo ghermito.
Con Felice
Compagni di camera, quindi, ma anche di allenamenti, di vicende ed esperienze che abbiamo sempre condiviso, nella gioia e nel dolore. In molte occasioni, quando era in programma una gara importante, Pezzi chiamava Gimondi in Romagna. A Imola, nella sua città, perché si allenasse con me. Alloggiavamo all’hotel Olimpia, così assiduamente, che diventammo amici con i proprietari che ci trattavano come componenti della famiglia.
Gli allenamenti che facevo con Felice non erano passeggiate. Luciano programmava i percorsi che io conoscevo bene perché era il territorio su cui mi ero formato come corridore.
Le salite le affrontavamo di buon passo, poi Felice accelerava sempre più fino a quando non riusciva a staccarmi. Ma non sempre ci riusciva. Al ritorno Pezzi chiedeva: «Allora Felice, come va?».
Lui rispondeva: «Bene – se era riuscito a staccarmi o – non tanto bene» se non ci era riuscito. Io resistevo ai suoi forcing perché pensavo: «In gara poi mi stacca sempre».
Alla prima e seconda salita riuscivo a stare al passo con i primi, ma alla terza cedevo. Questo è ciò che fa la differenza fra il campione e il corridore normale.
Così un giorno, quando Pezzi gli chiese come stava e lui rispose che non era al top perché non mi aveva staccato, giunti in camera, gli parlai: «Felice tu sei convinto di non essere in grande condizione perché non mi hai distanziato. Tu sai che nelle prime salite posso affiancarti, ma è quando il gioco si fa duro, che non riesco più a starti vicino perché altrimenti sarei un Gimondi anch’io. Se domenica andrai come oggi, saranno in pochi a tenere la tua ruota». Si tranquillizzò.
Si era così abituato ad allenarsi con me, che, terminata la gara a cui ci eravamo preparati, mi diceva: «Ferròn adesso vieni a casa mia e continuiamo ad allenarci la settimana prossima sulle mie montagne bergamasche».
Io accettavo ben volentieri e ne ero orgoglioso.
Gimondi a quell’epoca abitava in un’elegante mansarda, sopra al ristorante di sua proprietà, a Villa d’Almè. Aveva arredato un reparto corse, a piano terra, dove si ritirava, quando voleva stare solo, a riposarsi. Ma in quell’occasione io ero ospite nella sua camera, fra i suoi trofei, le sue foto, i suoi ricordi. E alla sera, quando mi ritrovavo con lui e la moglie Tiziana, nel salotto di casa, ero al settimo cielo.
Pensavo a quando non avevo le 100 lire per iscrivermi alle gare e ora mi ritrovavo a condividere la vita privata di questo grande campione, il più grande in quegli anni. Lo sguardo si posava sui preziosi vasi, le suppellettili ricercate e i quadri importanti.
Tiziana
Con Tiziana si rideva. A lei piaceva molto scherzare. Era un’intimità che andava ben oltre il lavoro e l’impegno. Un pezzo di vita che ci ha unito, cementando per sempre un rapporto di rispetto, stima e affetto.
Terminata la settimana di allenamento, c’era in vista un’altra gara importante. Perciò Felice chiedeva: «Resta ancora una settimana».
– Ma Felice, devo andare a casa.
Lui insisteva, ma io ero determinato a voler partire. Non mollò. Alla fine disse: «Se resti ti do la Porsche per tornare e la potrai tenere un’intera settimana».
Rimasi sbalordito e pensai: «Ma sarà poi vero?». Sapevo che Felice aveva una cura maniacale per le sue auto, per la Porsche in particolare. «Ma ho mai detto qualcosa che non ho mantenuto?», rispose ai miei pensieri.
Fu così che tornai a San Bernardino con una Porsche grigio-argento che brillava nel sole. Volevo fare una sorpresa alla mia fidanzata Rosalba e canticchiavo i versi della canzone di Giorgio Gaber: «Vengo a prenderti stasera con la mia torpedo blu…».
Ma i momenti di svago erano pochi.
Dopo il Giro e il Tour c’erano sempre i circuiti ad ingaggio. Noi della Salvarani, a turno, andavamo a fare qualche circuito, in Italia o all’estero, con Gimondi. Al Tour c’erano molte kermesse, così toccò anche a me fare una settimana con lui.
Non avevamo prenotazioni negli hotel così che, mentre ci spostavamo dopo ogni circuito, io caricavo le biciclette e le valigie nella sua Mercedes, color carta da zucchero. Felice si metteva alla guida, mentre io consultavo la carta geografica.
Poi mi diceva: «Adesso comincia a consultare la guida Michelin».
Nella guida c’erano i ristoranti più famosi di Francia. La qualità si riconosceva da un cucchiaio e una forchetta incrociati: più ce n’erano, più era quotato.
– Ne ho trovato uno, Felice, è proprio di strada.
– Quante forchette?
– Due.
– Due? Ti ho detto che devi scegliere quelli con 4-5 forchette.
Dopo un po’ dicevo: «C’è n’è uno ma dobbiamo deviare di 20 chilometri».
– Per mangiare bene, ne faccio anche 40 di chilometri.
Questo è Felicione, a cui piacciono le cose belle, preziose. Un uomo di classe, campione nelle corse e nella vita.
La crisi
Un caldo opprimente mi attanagliava. L’asfalto era liquido e rovente e le ruote della bicicletta faticavano a districarsi da quel pantano. Era una tappa pirenaica di uno dei Tour corsi accanto a Gimondi.
Durante la notte, Felice aveva accusato dolori intestinali e aveva trascorso la nottata più in bagno che a letto. Naturalmente ero stato sveglio anch’io.
Ecco in lontananza il Col de Mente, salita non lunghissima, ma con pendenze molto impegnative. Intorno la terra bruciava, non c’erano alberi, né ombra che potessero alleviare la sofferenza. Così, slacciata la maglietta, bevevo a ripetizione, ma la calura mi soffocava.
Io sapevo di dover stare vicino a Felice quanto più potevo perché conoscevo i suoi problemi. Ma lui procedeva, io invece non riuscivo a tenere il suo passo, anche stringendo i denti. Così mi staccai insieme a Poggiali. D’un tratto notammo una sorgente d’acqua fresca che usciva da un tubo, per finire in una vasca piazzata sul ciglio della strada. Ci sembrò un miraggio. Ci fermammo velocemente, togliemmo il cappellino e a mo’ di secchiello, lo riempimmo d’acqua e ce lo versammo in testa. Come pellegrini che, girovagando nel deserto, trovavano finalmente un’oasi ristoratrice.
Arrivò Vicentini trafelato e si gettò letteralmente nella vasca. Io e Poggiali ripartimmo, ma presto ci raggiunsero le sue urla.
– Aiutatemi, non lasciatemi solo!
Era una vasca profonda e stretta e non riusciva a risalire. Così ritornai indietro. Vedendolo immerso nell’acqua fino alle spalle gli dissi: «Intanto alzati!».
– Ma sono già in piedi!
Faticosamente lo aiutai, e ancora più faticosamente riprendemmo il cammino fino al traguardo, dove arrivammo stremati e con un forte ritardo. All’arrivo Gimondi ci guardò sconsolato. Aveva perso parecchi minuti preziosi, mentre noi inseguivamo sorgenti d’acqua fresca. Anche questo è il Tour.
Campagnoli
Negli anni ‘60-’70 il relax del dopo corsa era molto diverso da quello praticato dai ciclisti di oggi. La televisione in camera, il computer, i cellulari ora sono gli amici più assidui, ma allora erano soprattutto i rapporti umani ad essere privilegiati. Si giocava a carte, a dama, si chiacchierava, e si facevano gli scherzi.
Il divertimento più grande era prendere di mira qualcuno, approfittare di qualche sua debolezza per giocargli un brutto tiro. Si continuava poi a ridere, a raccontare, per settimane e mesi.
Mi viene in mente Iriano Campagnoli, un massaggiatore di Imola che ci ha accompagnati in tante avventure e al quale eravamo tutti affezionati. Sempre solerte, attento, si prodigava in tutti i modi per essere utile in ogni occasione.
Vegliava su Gimondi come un padre verso il figlio, bisognoso di cure ed attenzioni. Ma era terrorizzato dalle malattie e dall’idea della morte. Fu questa sua debolezza che ci scatenò un’idea diabolica.
Prendemmo in affitto un’autentica bara e la posizionammo al centro della stanza di Iriano. Dentro sistemammo una specie di fantoccio: pantaloni e giacca riempiti con stracci e la testa era un manichino con parrucca prestata dalla padrona dell’hotel. Il tutto ben sistemato nella penombra di quattro ceri accesi, attorno alla bara.
Nel frattempo, Iriano stava cenando e non si accorse di tutti questi movimenti. Mentre si chiacchierava, qualcuno lo avvertì che Gimondi non si sentiva bene. Accusava forti dolori allo stomaco. Iriano si alzò di scatto e andò subito in camera di Felice che naturalmente stava al gioco.
– Ho dei forti dolori, avresti qualche calmante per attenuare questi spasmi?
– Ma certo.
E si precipitò in camera sua, trovandosi di fronte quel macabro spettacolo.
Sentimmo le urla dalla hall dell’hotel, mentre il poveretto correva lungo il corridoio, in preda al panico. Continuò ad urlare e ad imprecare finché qualcuno cercò di calmarlo dicendogli che si trattava di uno scherzo.
«Siete proprio dei lazzaroni!» riuscì a balbettare Campagnoli.
Dopo parecchi bicchieri d’acqua e qualche pacca sulla spalla, si mise a ridere anche lui.
Le tattiche
Prima delle gare, riunivo sempre i miei atleti per studiare con loro le tattiche più opportune. Si esaminava il percorso, le eventuali salite, i tratti di strada sconnessa, le zone dei rifornimenti.
Molto importante era studiare gli ultimi chilometri. L’arrivo poteva essere dentro la città o in zone aperte, senza case che proteggessero dal vento e quindi la volata si impostava diversamente.
C’erano curve pericolose? Andavano analizzate per sapere come affrontarle, per non rischiare di cadere. Anche se i corridori conoscevano già il percorso, qualche dettaglio importante si riusciva sempre ad individuarlo.
Mi raccomandavo sempre di non sottovalutare gli avversari in una eventuale volata ristretta, anche se si trattava di atleti poco quotati.
Successivamente assegnavo ad ognuno i compiti per quella gara. Si individuavano i leader che erano sempre più di uno, poi a seconda del percorso, del clima, e soprattutto delle condizioni atletiche del momento, assegnavo i ruoli. Un gruppo era selezionato per lavorare all’inizio, altri a metà gara. Nel finale dovevano uscire i leader designati. I miei corridori sapevano bene come comportarsi. Si accordavano fra loro, i meno veloci e i meno freschi scattavano perché i componenti delle altre squadre si impegnassero nell’inseguimento. Se il colpo riusciva, bene, altrimenti ci si metteva al servizio del più veloce per tirare la volata.
Alla vigilia di gare molto importanti, la frase di apertura delle riunioni era: «Ragazzi partiamo dal presupposto che siamo tutti uomini veri, che dal primo all’ultimo chilometro dovremo dimostrare coraggio e mantenere gli impegni presi con grande spirito di sacrificio. Alla fine della gara nessuno dovrà dirmi potevo fare di più».
Se eravamo in Germania dicevo: «Facciamo vedere a questi crucchi di che cosa siamo capaci! Sentiamo l’orgoglio di essere italiani».
E in Francia: «Sapete che qui ci chiamano macheronì? Sì, mangeremo maccheroni e spaghetti, ma dimostriamo a tutti come sappiamo batterci e raccogliere le sfide».
Naturalmente, in molte occasioni, facevo i conti senza l’oste, in quanto tutto quello che avevo previsto non avveniva e il comportamento delle altre squadre mi sconvolgeva i piani.
A quel punto dovevo prendere altre decisioni, durante la gara, per correggere il tiro. Portavo sempre con me un’agenda da consultare in ogni momento…
Tuoni e acqua
Ma non si fa mai giorno? Come mai l’oscurità è ancora così opprimente? Eravamo nella sala da pranzo di un hotel per fare colazione prima di partire per la lunghissima Parigi-Bruxelles. Trecento chilometri. Uscii a controllare e ciò che vidi mi spaventò. Un vento terribile e freddo sibilava fra gli alberi e i rami si piegavano a terra. Un cielo color pece veniva squarciato a tratti da lampi che elettrizzavano l’aria, sempre preceduti da tuoni terrificanti. Una pioggia torrenziale cominciò a sferzare le vetrate dell’albergo. Sentii i brividi addosso e quasi di corsa raggiunsi i miei ragazzi: «E’ una giornata da tregenda».
Visibilmente preoccupati uno alla volta andarono a controllare e tornavano chiedendo: «Ma si farà la gara?».
«Qui al nord – sapete – il tempo cambia in fretta, prima della partenza potrebbe ancora venire il sole» risposi per tranquillizzarli un po’, ma anch’io ero abbastanza preoccupato.
Ritornato in camera, mentre chiudevo la valigia, pensavo: «D’accordo, è una giornata catastrofica, ma siamo venuti fino a Parigi per ritirarci tutti? Devo inventare qualcosa!». E pensai subito a Prim.
Andai in camera sua e preparai il discorso, premettendo che gli stavo chiedendo molto e che, se non se la sentiva, poteva rifiutare. Queste parole non le avevo mai pronunciate prima perché ai miei corridori dicevo sempre che dovevano lottare, provare e mai arrendersi.
Era facile pronosticare più o meno quello che sarebbe successo in gara. Fin dalla partenza i corridori, con i tuoni e la pioggia violenta che si trovavano ad affrontare, avrebbero fatto la spola alle ammiraglie per ritirare copriscarpe, mantelline, guanti. Questa via crucis sarebbe durata parecchi chilometri, rallentando l’andatura, ed era a quel punto che Tommy sarebbe dovuto scattare.
– Te la senti di provare?
– Sì, certo.
– Qualche temerario che ti segue lo troverai, qualcuno che ha coraggio, ma non la tua forza. Perciò se nessuno ti dà il cambio, tira tu, ma senza andare al massimo.
Tutto si svolse esattamente come avevo previsto. Tommy con altri tre compagni di avventura prese il largo e radio corsa informava che il vantaggio dei fuggitivi aumentava, in maniera sempre più consistente, mentre il gruppo procedeva ad andatura modesta.
A 50 chilometri dalla partenza, il quartetto di testa aveva già 5 minuti di vantaggio. Io chiamai uno dei miei corridori che doveva passare parola (a quell’epoca non c’erano le radioline): «Accostatevi all’ammiraglia uno alla volta, vi darò ciò che vi occorre fino al prossimo rifornimento, perché io devo andare davanti a seguire Prim».
Lo raggiunsi e lo chiamai: «Come stai? Ti serve qualcosa?».
«Niente, sto bene» mi rispose.
Lui era sempre lapidario nelle risposte, ma le sue gambe quanto esprimevano in forza, grinta, coraggio e determinazione! Si arrivò ad un vantaggio di 20 minuti.
A 100 chilometri dall’arrivo il tempo un po’ alla volta migliorò. La pioggia diventò leggera e meno fastidiosa, il vento diminuì d’intensità.
A quel punto il gruppo incominciò ad organizzarsi e a mangiar minuti. Negli ultimi 40 chilometri c’era un circuito che includeva una salitella impegnativa, da ripetere tre volte. Eravamo nei pressi di Bruxelles.
Io conoscevo bene quel circuito, lo avevo percorso tante volte, perciò mi avvicinai a Tommy: «Stai bene?».
«Sì» rispose secco.
«Allora devi staccare gli altri tre corridori nei primi due giri per non avere sorprese all’arrivo».
Elettrizzato, pensavo: «Voglio vedere chi lo batte oggi!».
Infatti vinse, arrivò solo, dopo quasi 300 chilometri di fuga.
Ancora oggi mi commuovo pensando all’emozione intensa che mi fece provare l’impassibile Prim.
Il Nord
Nel mese di aprile, si corrono le Classiche del Nord fra Belgio (Giro delle Fiandre, Gand-Wevelgem, Freccia Vallone, Liegi-Bastogne-Liegi), Francia (Parigi-Roubaix) e Olanda (Amstel Gold Race).
Era una trasferta lunghissima di circa 35 giorni, fra gare di preparazione, allenamenti e ricognizioni per ambientarsi al clima e al terreno insidioso che si trova in queste località: l’Inferno del Nord, come viene definito, fra muri, pavè e cotes. Tra queste pietre, sotto quel cielo di piombo, si è fatta la storia del ciclismo.
Per qualche anno il personale che partiva per il Belgio restava fino alla fine delle gare, ma poi qualcuno cominciò a lamentarsi.
– Ferròn è troppo lungo il periodo che restiamo fuori casa. Ci aspettano ancora lunghe trasferte fra il Giro d’Italia, il Tour de France, forse la Vuelta…
Senza troppo riflettere, decisi che, per la seconda parte delle gare, si sarebbero cambiati non solo i corridori come d’abitudine, ma anche il personale. Li accompagnavo all’aeroporto, così prelevavo i nuovi arrivati. Io no. Rimanevo sempre, mi sembrava di essere il capitano di una nave che non potevo abbandonare, prima di arrivare in porto. Ero molto impegnato e allertato continuamente per le emergenze. Non eravamo equipaggiati come in Italia e capitavano spesso incidenti meccanici, cadute di corridori che dovevo gestire.
Ma spesso mi assaliva la malinconia. Solo, in quel piccolo alberghetto, guardavo fuori dalla finestra. Raramente c’era il sole. Molto spesso cadeva una pioggia sottile, a volte sbattuta da raffiche di vento, oppure c’era una nebbiolina lattiginosa che faceva rabbrividire.
Intorno, casette circondate dal verde, con tetti aguzzi e fumosi bar dove ci si incontra davanti a boccali di birra a chiacchierare per tirar tardi. Il mio pensiero correva a casa, al mio giardino che in aprile è fiorito, soleggiato, alle mie piante che curo personalmente e, in quel periodo, avrei potuto potarle e concimarle.
Di notte non riuscivo ad addormentarmi. Mi mancava la mia numerosa famiglia: mia moglie, i miei bambini Davide e Federica, i miei genitori, mia sorella e la vecchia nonna Rita che è morta a 100 anni. Sorridevo pensando a quello che mi aveva detto la nonna prima di partire. Si divertiva a fare i solitari con le carte e sentenziava: «Vai pure tranquillo, questa volta i tuoi corridori vinceranno – oppure – andrete forte, ma non vedo una vittoria».
«Ragazzi, siamo nella tana del lupo – dicevo – è difficile battere i belgi che conoscono molto bene le loro strade e sanno muoversi fra le insidie del clima e del terreno difficoltoso del pavè, strade sterrate e alture. Dobbiamo entrare nella loro mentalità, sobbarcarci duri allenamenti, adattarci ad ogni situazione critica».
I corridori uscivano ad allenarsi con qualsiasi tempo e, a volte, ritornavano con facce più sporche di quelle dei minatori. Qualcuno si lamentava, ma io sapevo quasi sempre trasmettere quella indomabile grinta che mi esplodeva dentro.
Una vittoria è tanto più bella, quanto più è stata voluta con spirito di sacrificio, non lasciando nulla al caso.
Si visionavano i percorsi delle gare, più volte, per conoscere nel dettaglio ogni curva, ogni insidia. Parecchie squadre, anche ad alto livello, per anni non sono riuscite a vincere e neppure a piazzare qualche loro corridore sul podio.
Grande quindi è la mia soddisfazione e il mio orgoglio perché, tutti gli anni, siamo sempre riusciti ad essere protagonisti ed abbiamo vinto una o anche 2/3 classiche prestigiose nello stesso anno.
Cassani
Davide è stato un corridore con un entusiasmo e una passione per il ciclismo, straordinari.
Ricordo che quando lo contattai, per venire nella mia squadra, non avanzò grandi pretese. La questione non era il fattore principale. Chiedeva soltanto di poter correre con le scarpe che gli piacevano. Infatti era costretto a calzare scarpe con cui non si trovava a suo agio perché la sua squadra aveva fatto un contratto con una ditta che le sponsorizzava. Per me fu facile accontentarlo perché, in trent’anni di attività, non ho mai fatto contratti di questo genere. Mi sembra un paradosso, come distribuire occhiali con la gradazione non adeguata.
Davide abitava a Solarolo, a una ventina di chilometri da casa mia, sulla strada che io percorrevo di solito per imboccare l’autostrada. Così lo andavo a prendere da casa e lo riaccompagnavo al termine delle gare. Durante il tragitto, si parlava prevalentemente di corse. Di fianco a noi correvano i filari di peschi, peri, meli. Ogni stagione vedevamo gli stessi alberi fiorire, sfiorire, riempirsi di frutti succosi. Era rassicurante, mentre parlavamo fitto fitto, riempirsi gli occhi del verde della nostra campagna romagnola.
All’andata si discuteva delle corse fatte qualche tempo prima. Davide ha una curiosità fuori dal comune. Chiedeva del perché dei movimenti che si erano sviluppati in gara: «E se avessimo fatto in un altro modo, cosa sarebbe successo? – oppure – se non avessimo seguito quella tattica, potevamo vincere ugualmente?» e così per tutto il viaggio.
Chiedevo spesso a lui un parere su qualche corridore che mi interessava, come si comportava in gruppo, quale giudizio ne aveva. Mi fidavo perché Davide è obiettivo e possiede una innata capacità critica.
Nel viaggio di ritorno, commentavamo la gara appena fatta e il lavoro della squadra. Era molto meticoloso negli allenamenti e attento a tutte le novità tecniche e meccaniche. Più volte veniva da me e mi faceva vedere un mozzo in titanio o una ruota libera, particolarmente leggera. Era sempre alla ricerca di quel qualcosa in più che gli potesse dare vantaggio.
Era normale che qualche volta smaniasse per vincere. Ma in quelle occasioni in cui aiutava gli altri, non aspettava che io andassi da lui, subito mi diceva: «Ti sono piaciuto oggi?».
In quegli anni stava nascendo l’era del computer e Davide era molto esperto. Sapeva destreggiarsi bene con il cardiofrequenzimetro e l’Srm. In una tappa del Giro d’Italia, stavamo scalando il Terminillo e, come succede in molte grandi salite, si formarono diversi gruppi. Mi accorsi che Cassani si staccava troppo presto, mentre lo vedevo salire ancora con disinvoltura. Anziché sorpassarlo, mi fermai a 100 metri da lui e vidi che controllava le pulsazioni. Questo significava che non voleva stancarsi troppo.
La sera andai in camera e, con tono sostenuto, gli dissi che non si andava al Giro per allenarsi, ma si correva seriamente. A partire dal giorno dopo, doveva impegnarsi.
Il giorno seguente vinse la tappa di Prato.
Lo portai più volte al Tour de France, ma anche lì correva al risparmio. Glielo feci notare, ma lui rispose che non poteva esaurirsi in tappe a lui non congeniali. Io avrei dovuto avere pazienza e vedere cosa avrebbe fatto dopo il Tour.
Dovetti convenire che aveva ragione perché vinse diverse corse eccellenti come la Coppa Agostoni, il Giro di Romagna e il Giro dell’Emilia.
Gli anni seguenti, quando mi sentiva parlare di Giro di Francia rimaneva in silenzio, ma quando mi incontrava da solo mi chiedeva: «Mi porti al Tour?».
«Lo so che dopo vinci delle corse, ma il Tour è un palcoscenico molto importante, il più importante del calendario ciclistico» gli rispondevo. E lui replicava: «Però in agosto ci sono delle bellissime gare e chi te le vince?».
E così finivo per portarlo ancora e lui continuava a vincere, finché diventò uno degli uomini più fidati di Martini per la formazione della Nazionale azzurra.
A proposito di nazionale, ricordo che al mondiale di Stoccarda, del 1991, si trovava in fuga con Golz a pochi chilometri dall’arrivo, ma la sua onestà fece sì che non desse neanche un cambio e così vennero ripresi. Vinse Bugno.
Quando ebbi l’occasione di incontrarlo fui molto duro: «Vedi Davide, al mondo ci sono due categorie di persone: i vincenti e i perdenti. Tu appartieni alla seconda».
Con tutti i mondiali che aveva corso e con tutto quello che aveva fatto per la nazionale, perché non poteva pensare di vincerlo un mondiale, per una volta?
Ci rimase malissimo. Il giorno dopo mi resi conto che quella frase non avrei dovuto dirla e che lui in realtà era stato un magnifico stratega al servizio della squadra. Aveva lavorato per la nazionale con l’orgoglio di essere un azzurro. E adesso poteva godersi il suo pezzetto di arcobaleno.
E Bugno?
Guardando gli occhi di Gianni, così chiari e liquidi, ti vengono in mente quei bellissimi esemplari di lupi alsaziani, fortissimi, capaci di trascinare slitte in mezzo a sentieri innevati, ma dotati di una eleganza e di uno stile ineguagliabile. Bugno mi piaceva molto e lo avrei voluto con me fin dal suo passaggio al professionismo.
Mi ricordo dell’incontro che ebbi con lui in Sicilia, dove si svolgevano le gare del Sud. Alla Perla Jonica parlammo del suo ruolo all’interno della mia squadra e lui mi sembrò abbastanza interessato, ma poi seppi che aveva scelto di andare all’Atala di Cribiori.
Poche volte ho provato un dispiacere così forte per aver dovuto rinunciare ad un atleta in cui credevo moltissimo. Sono riuscito ad averlo molti anni dopo, quasi alla fine della sua carriera.
Conoscevo Gianni perché l’ho sempre seguito, ammiravo le sue imprese e le sue vittorie, ma non ne conoscevo il carattere.
Quando si seppe che Bugno veniva con me, molte persone volevano darmi consigli per come gestirlo e molti mi dicevano: «Guarda che è molto forte, ma non si allena».
Me lo dipingevano come un ragazzo svogliato e disinteressato.
Quando si inserì nella Mg-Technogym mi trovai di fronte un atleta modesto ed educato. Nonostante la sua fama, perché già da tempo era un grande, mi sorpresero la sua umiltà e il rispetto per tutti. Quelle voci di ragazzo non impegnato, continuavano però a girarmi per la testa.
Bugno cominciò bene. Vinse la tappa del Mont Faron al Giro del Mediterraneo e la classica finale. Finita una gara, lo mandavo subito ad un’altra per tenerlo sempre in allenamento.
Ma un giorno mi disse: «Ascolta Ferròn lo sai che sono 3 mesi che giro con la valigia in mano?». Mi vergognai un po’ e, dopo essere rimasto zitto un momento, gli dissi: «Hai ragione, torna pure a casa».
Nel tempo capii che molta gente aveva pregiudizi perché non aveva mai vissuto con lui. Bugno quando doveva, si allenava.
Sicuramente ha avuto dei vuoti di rendimento nelle varie stagioni, ma dovuti soprattutto ai suoi conflitti mentali. Ha una personalità complessa, con dei cali di tensione che gli impedivano di rendere al massimo. Certe paure e certe ansie finivano per fargli sprecare più energie degli altri. Un atleta di alto livello dovrebbe avere una vita serena e tranquilla.
Ricordo le riunioni che si facevano al mattino, a colazione, durante il Giro d’Italia. Puntualmente suonava il cellulare di Bugno. A quel punto interrompevo e aspettavo che interrompesse la telefonata.
Così per parecchie volte, finché seccato gli dissi: «Non si chiama alle 8 del mattino un atleta che deve concentrarsi prima dell’inizio della gara!».
Mi lasciò parlare, poi pacatamente spiegò: «E’ mio figlio che mi chiama tutte le mattine prima di andare a scuola».
Mi fece vergognare un’altra volta e risposi: «Tuo figlio può e deve chiamarti quando vuole, interrompiamo la riunione, lo facciamo volentieri, io e i tuoi compagni». A quell’epoca Gianni era separato e il figlio viveva con la mamma.
Bugno il più delle volte partiva senza convinzione. Mi dava la sensazione di qualcuno che andava a fare un esame medico, piuttosto doloroso e ci andasse malvolentieri. Così passava in fondo al gruppo e si muoveva in maniera passiva, come un corridore senza forza, resistenza e senso tattico, tutte qualità che possedeva in abbondanza. Troppo modesto, non aveva coscienza dei suoi mezzi, e non riusciva ad entrare pienamente nella dimensione di un campione.
E così molte corse terminavano senza che quasi Bugno avesse partecipato. Dal canto mio cercavo di affrontare con lui questa sua rinuncia alla competizione e lui mi ascoltava in silenzio, sempre deluso e afflitto.
– Ma Gianni, sai che il pubblico ti ama, ti applaude, hai fatto sognare tutti con le tue sparate memorabili. Vivi serenamente, goditi la tua fama e affronta le difficoltà con più determinazione! Oggi c’è una bella gara, una gara importante e tu stai bene. Non importa il risultato, ma per oggi corri in maniera garibaldina, butta in aria il cappello, così ci divertiamo un po’.
Mi guardava, mi faceva un sorriso un po’ triste e senza troppa convinzione. Mi rispondeva: «Va bene».
Ma poche volte l’ha fatto.
Capolavoro
Lavorare con Bartoli era per me una soddisfazione particolare. Non era facile perché spesso era irrequieto. L’instabilità e l’impulsività lo dominavano frequentemente, quando qualcosa andava storto. Queste componenti a volte lo danneggiavano, a volte costituivano la linfa vitale per trovare nuove energie, nuovi stimoli.
Ricordo quando si tornava dalle corse. Ci si salutava prima di partire, ognuno per la propria abitazione. Dopo circa un’ora squillava il cellulare. Era lui: «Ciao Ferròn, allora oggi ti sono piaciuto?».
«Sei stato straordinario», ma glielo avevo già detto prima.
Aveva bisogno continuamente di conferme. Se non aveva vinto imprecava in toscano: «Madonna bona!». E mi ricordava che cosa non aveva girato per il verso giusto. E io: «Sei stato bravissimo ugualmente. Ricordati che chi vince non è necessariamente sempre il più forte».
E venne di nuovo il periodo delle Classiche del Nord. Eravamo nel 1997 e si disputava la Liegi-Bastogne-Liegi. Adesso Michele era conosciuto, gli avversari lo temevano e lo controllavano. La gara si infiammò presto e il gruppo si frantumò in tanti piccoli gruppetti.
Da radio corsa capii che si erano avvantaggiati tre corridori. Due erano della stessa squadra, la Once. Erano Jalabert e Zulle e, il terzo, Bartoli. Nell’ordine delle ammiraglie ero molto arretrato e, solo dopo un po’ di tempo, riuscii a passare e ad affiancare Michele.
«Ferròn, porca miseria, ma dov’eri? L’ammiraglia della Once è arrivata da un pezzo!» mi rimproverò.
– Non importa dov’ero, adesso sono qui e non ti mollerò più. Piuttosto, come stai?
– Sto bene bene, fu la risposta.
Queste parole Michele le ha dette poche volte, ma quando le pronunciava erano guai per tutti. Adesso dovevamo giocarci bene le nostre carte. Gli altri due corridori in fuga potevano fare il gioco di squadra e questo era molto pericoloso.
– Ferròn mancano tanti chilometri all’arrivo e questi scattano a turno. Cosa faccio, li inseguo sempre?
– Non ti preoccupare. Quando uno di loro scatta, tu gli riscatti in faccia e li lasci a 200 metri per un po’. Falli soffrire. Poi li aspetti. Vedrai che non avranno più il coraggio di rifarlo.
Si verificò esattamente quello che avevo previsto.
Ora i tre corridori marciavano insieme, ma nessuno dei due della Once dava cambi a Michele. Di nuovo intervenni ad incoraggiarlo. La corsa era già trasmessa in Eurovisione e i due della Once non potevano farsi vedere così meschini da non tirare mai. Il loro tecnico non era uno sprovveduto e non poteva rovinare l’immagine della squadra.
Nuovamente si avverò quello che avevo supposto.
Tutti e tre cominciarono a rullare di buona lena.
Ad un certo punto Zulle si staccò. A pochissimi chilometri dal traguardo, Bartoli chiese ripetutamente il cambio a Jalabert, ma lui non accettava.
Parlottarono un po’, poi vidi Michele che mise un rapporto più lungo, si alzò sui pedali e con un forcing incredibile staccò la ruota Jalabert e vinse solitario. Una vittoria di classe e di potenza.
Quell’anno, il 1997, Bartoli vincerà anche il Gp di Francoforte e grazie ai buoni piazzamenti nelle altre Classiche, porterà a casa la classica finale di Coppa del mondo.
Sanremo, Sanremo…
La Milano-Sanremo è una corsa di grande fascino. In quasi 30 anni di attività avevo visto solo Gimondi sfrecciare per primo. Ogni anno tentavo di portare al successo qualcuno dei miei corridori. Ci ho provato con Argentin, con Bartoli, con lo stesso Petacchi, ma qualcosa girava sempre storto. Basta un’inezia per perdere il momento giusto e non è più possibile recuperare.
L’edizione 2004 ha visto Petacchi perdere proprio sul traguardo. La delusione è stata così cocente che Alessandro ha cominciato già nell’inverno a prepararsi per l’appuntamento del 2005. Si diceva che non avesse abbastanza fondo e quindi non fosse competitivo per gare oltre i 250 chilometri.
«Prima di arrendersi, c’è ancora molto spazio per migliorare – gli dicevo – bisogna curare di più gli allenamenti, l’alimentazione, la scelta delle corse per ottimizzare il rendimento».
Incominciò il 2005 vincendo già a febbraio alla Ruta del Sol, alla Vuelta Valenciana e ben tre tappe alla Tirreno-Adriatico, pochi giorni prima della “Classicissima” Alessandro era pronto, consapevole delle proprie forze, in virtù di una sicurezza nuova che aveva acquisito con un lavoro metodico, sul piano fisico e mentale.
E arrivò il giorno fatidico. Le sensazioni erano buone, nonostante fossi consapevole che tutti correvano contro di lui, il favorito.
Dopo un centinaio di chilometri, il “Peta” si avvicinò all’ammiraglia e mi disse: «Oggi vinco».
Io e Volpi ci guardammo stupiti. Non succedeva mai che apparisse così sicuro di sé. Eravamo ad un paio di chilometri dall’arrivo. Alberto propose di fermarsi al primo piazzale per vedere l’arrivo in televisione. Fermi al lato della strada, soffrivamo davanti al piccolo schermo, sistemato sull’ammiraglia.
La squadra aveva fatto un lavoro eccezionale per tutto il giorno e si riuscì a superare il Poggio ricucendo tutti i tentativi di fuga.
Incominciò una battaglia forsennata.
Un mucchio selvaggio sgomitava per cercare la ruota giusta, per lanciare la volata.
Con una progressione potente, Petacchi travolse i rivali vincendo con una volata violenta e perentoria.
La tensione accumulata si liberò in un urlo prima e nell’emozione poi. «Altro che Sergente di ferro, sono un generale di burro», mi ritrovai a dire ai giornalisti che si complimentavano.
Il Peta, chiamato anche “Ale-Jet”, era arrivato alla Fassa con una vittoria all’attivo e se andò con oltre 100 successi.
Ciao, Nibali
Avevo molti progetti per il siciliano Vincenzo Nibali.
Arrivò alla Fassa nell’ultimo anno e già pensavo a come avrei potuto farlo crescere. E’ un atleta di rare qualità, con il carattere e il fisico giusto. Era la mia scommessa per il futuro, ma il destino, purtroppo, ha interrotto queste mie aspirazioni.
Giancarlo Ferretti














