
La Grande Partenza del Tour de Suisse ha lasciato un segno profondo in Valtellina e nel mondo del ciclismo. Cinque giorni di gare, le prove maschile e femminile, grandi campioni al via (con Tadej Pogačar e Mathieu van der Poel su tutti) e migliaia di persone assiepate lungo le strade del territorio. Un successo che ha superato le aspettative.
Dietro a tutto questo, però, c’è stato un lavoro enorme dell’organizzazione. Ne abbiamo parlato con Pierluigi (Gigi) Negri, direttore del Consorzio turistico Media Valtellina, che da oltre vent’anni è protagonista nell’organizzazione dei grandi eventi ciclistici.

Direttore, che cosa vi lascia questa Grande Partenza del Tour de Suisse?
«La consapevolezza che la Valtellina può ospitare eventi di livello internazionale anche lontano dalle sue salite più famose. La “Grand Départ” italiana è la prima in 89 anni di storia del Tour de Suisse. Abbiamo costruito una tappa spettacolare, ricca di strappi e continui cambi di ritmo, dimostrando che anche la media e la bassa valle possono offrire un grande spettacolo».
La Valtellina, però, continua a essere sinonimo di grandi montagne…
«È inevitabile. Quando si parla di ciclismo vengono subito in mente Stelvio e Mortirolo, poi Gavia e Cancano. Sono salite che il Giro d’Italia ha reso leggendarie e che oggi rappresentano un richiamo per ciclisti di tutto il mondo. Ma il nostro territorio offre molto di più e iniziative come Enjoy Stelvio Valtellina lo dimostrano. Per diverse giornate all’anno chiudiamo alcuni dei passi più iconici al traffico per lasciarli completamente ai ciclisti. Quest’anno gli appuntamenti dovevano essere tredici, poi una frana in Valmalenco ci ha costretto a ridurli a undici. Tornando al Tour de Suisse, è una corsa che ci ha sorpreso. Una sfida diversa sotto ogni aspetto e, proprio per questo, una soddisfazione ancora maggiore».
Quanto hanno inciso i grandi campioni?
«Ci sono state un po’ di circostanze “amiche”. Il Tour de Suisse è passato da sette a cinque giorni e ha unito le gare maschile e femminile. Questo ha favorito la partecipazione dei big. Ritrovarsi al via con Pogačar e Van der Poel e tanti altri è stato qualcosa di straordinario. È come organizzare un torneo di tennis e avere contemporaneamente Sinner e Alcaraz».
L’impressione è che anche il pubblico abbia risposto oltre ogni aspettativa.
«È stato incredibile. Parliamo di un mercoledì, non di una domenica. Eppure c’erano migliaia di persone lungo il percorso. Non abbiamo una stima complessiva lungo tutto il tracciato, ma soltanto in piazza Garibaldi, a Sondrio, c’erano stabilmente quasi duemila persone. E poi ci sono immagini che parlano da sole: la salita dei Bordighi sembrava una delle grandi ascese del Tour de France».
Avete sfruttato l’evento anche per raccontare il territorio?
«Era uno dei nostri obiettivi. Durante la presentazione abbiamo portato sul palco le donne dell’Accademia del Pizzocchero, che preparavano il piatto davanti al pubblico. Poi è successo qualcosa di speciale: Pogačar li ha assaggiati e quella fotografia è rimbalzata sui media di tutto il mondo. Una promozione incredibile per tutta la Valtellina».
Dal punto di vista organizzativo qual è stata la sfida più complicata?
«Con RCS il metodo di lavoro è diverso: molte attività vengono gestite direttamente dall’organizzazione del Giro. Qui, invece, tantissimi aspetti operativi erano sulle nostre spalle. Dalle autorizzazioni alle transenne, fino agli allestimenti. E poi c’erano contemporaneamente le squadre maschili e femminili, con alberghi distribuiti lungo tutta la valle».
Quali sono stati i numeri della macchina organizzativa?
«Impressionanti. La carovana era composta da circa 1.300 persone, ospitate negli alberghi da Santa Caterina fino alla bassa Valtellina. Sul percorso erano impegnati 536 addetti, mentre tra auto, furgoni e mezzi di servizio si contavano circa 900 veicoli, oltre a 130 moto».
Adesso lo sguardo è già rivolto al prossimo Giro d’Italia?
«Ci piacerebbe rivedere nella stessa tappa Gavia e Mortirolo. Non succede da molti anni, soprattutto perché il Gavia a maggio è spesso ancora condizionato dalla neve. Naturalmente bisogna sempre avere un piano alternativo e il doppio Mortirolo rappresenta una soluzione valida. Nel frattempo il Gavia ha ritrovato anche la variante tridentina, una bretella esterna che restituisce un tratto storico della salita. Per chi ama pedalare, i confini amministrativi contano poco: quello che conta è continuare a offrire percorsi straordinari. E poi vorremmo proporre anche una tappa in Valchiavenna, con l’Alpe Motta, passando per il San Marco».
Il Tour de Suisse ha lasciato in Valtellina molto più di una Grande Partenza. Ha acceso i riflettori internazionali sul territorio e ha confermato una volta di più come queste strade siano ormai una destinazione di riferimento per il grande ciclismo e per il cicloturismo.













