Milano-Sanremo: il monocorona non è più un’eresia

Colnago
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Tre anni fa il monocorona alla Milano-Sanremo sembrava una provocazione tecnica. Quando nel 2023 Wout Van Aert si presentò al via con una corona singola da 52 denti, il dibattito fu immediato. In quel momento appariva una soluzione estrema per una corsa lunga quasi 300 chilometri, fatta di velocità elevate e continui cambi di ritmo. Ne parlavamo già allora in un approfondimento dedicato alla scelta del belga e pochi giorni dopo arrivavano anche le perplessità tecniche espresse insieme a Michele Bartoli. All’epoca storcevamo il naso davanti a quella scelta, perché la doppia corona sembrava ancora la soluzione più logica per affrontare una Monumento così lunga e complessa.

A distanza di qualche anno si è verificato un vero cambio di paradigma: il monocorona non è più un’eccezione né un esperimento, ma una soluzione tecnica diffusa e soprattutto vincente. I primi quattro classificati dell’edizione 2026 — Tadej Pogačar, Tom Pidcock, Wout Van Aert e Mads Pedersen — hanno corso tutti con configurazione monocorona, un dato che da solo racconta meglio di qualsiasi analisi teorica quanto questa scelta sia ormai pienamente competitiva anche nella corsa più tradizionale del calendario.

È cambiata anche la dimensione dei rapporti utilizzati. Se nel 2023 una corona da 52 denti sembrava esagerata, oggi le dentature si sono spostate decisamente verso l’alto. I monocorona da 54 denti sono diventati comuni tra i corridori di vertice, si vedono configurazioni da 55 denti e il vincitore Tadej Pogačar ha affrontato la Classicissima addirittura con un monocorona da 56 denti. In alcune squadre, come la Uno-X, la scelta è stata totale, con tutti gli atleti schierati in configurazione 1x. Non si tratta più soltanto di corridori equipaggiati Sram, storicamente più abituati a questa filosofia, ma anche di atleti con trasmissioni Shimano, segnale evidente di una diffusione ormai trasversale e condivisa.

Il vero cambiamento, però, non è tanto davanti quanto dietro. L’evoluzione dei pacchi pignoni, come il 10-36, ha ampliato enormemente la gamma degli sviluppi disponibili, permettendo di coprire velocità elevate nei lunghi tratti costieri, rilanci violenti sulle salite decisive e una gestione efficace dello sforzo dopo oltre sei ore di corsa senza la necessità della doppia corona. Quello che tre anni fa appariva come un compromesso tecnico oggi rappresenta un equilibrio concreto tra semplicità meccanica ed efficienza.

Curiosamente, questa trasformazione non coincide nemmeno con un aumento delle velocità medie. Nel 2023 la Milano-Sanremo fu corsa alla media di 45,773 km/h, mentre l’edizione 2026 si è attestata su 45,172 km/h, quindi leggermente inferiore. Il passaggio non nasce dunque da una corsa più veloce, ma da un cambio di mentalità. Non si pedala necessariamente più forte: si pedala in modo diverso.