
Da metà maggio, la guida della Trevigiani non è più Filippo Rocchetti, ma Rino De Candido. Il friulano, classe 1954, torna a lavorare con i giovani dopo una lunga militanza come commissario tecnico degli juniores durante la quale ha vinto ori mondiali (Cunego, Ulissi, Tiberi) ed europei (Wackermann, Affini, Gazzoli, Bettiol, Piccolo).
«Sporcarmi le mani con gli Under 23 mi sarebbe piaciuto già in passato, quindi non è un caso che io sia qui adesso. Devo dire che ho ritrovato parecchi volti conosciuti, con i quali avevo avuto a che fare quando eravamo tutti più giovani e i corridori in questione erano degli juniores. Non rientro nella categoria al buio, questo intendo. Ho sempre seguito l’andamento delle corse e mi sono tenuto aggiornato sull’evoluzione del nostro mondo».
Rino, quando sei stato contattato dalla Trevigiani?
«Nella prima metà di maggio. Mi è stato spiegato che a causa di alcuni dissidi si erano separate le strade con il direttore sportivo che mi ha preceduto, e che dunque la società aveva bisogno di una nuova guida tecnica. Mi ha riempito d’orgoglio che abbiano pensato a me. Io ho accettato, ma soltanto ad alcune condizioni».
Quali?
«Una volta che mi sono fatto un’idea dell’ambiente, ho chiesto alla dirigenza di poter intervenire concretamente. Essendo la Trevigiani una continental, deve lavorare con serietà e porsi l’obiettivo di competere il maggior numero di volte con i migliori vivai internazionali. Non può accontentarsi e nascondersi dietro l’alibi del talento cristallino e delle grandi ricchezze della concorrenza. Che altre squadre siano più forti e attrezzate è un dato di fatto, ma se dobbiamo partire battuti tanto vale rimanere a casa senza nemmeno scomodarsi».
Che gruppo di corridori hai trovato?
«Ho riscontrato confusione e approssimazione. I pochi risultati della prima parte della stagione, uniti all’assenza di un vero e proprio leader, hanno minato l’organico. Capisco come si sentano i ragazzi, è comprensibile lo smarrimento nel momento in cui, a metà stagione, il direttore sportivo che allo stesso tempo era anche preparatore viene sostituito con un altro. Però funziona come quando si cambia professore a scuola: siccome la materia rimane la stessa, bisogna continuare a studiare senza distrarsi troppo».

Al tuo fianco ci sarà anche un preparatore di comprovata esperienza: Claudio Cucinotta.
«Lo conosco da una vita e lo avevo già coinvolto in nazionale, prima che per motivi professionali ognuno andasse per la propria strada. Gli ho chiesto di darmi una mano a risollevare un ambiente in difficoltà che non può accontentarsi di questa dimensione, e lui ha accettato entusiasta. Vorrei far capire ai ragazzi che il ciclismo, oggi più che mai, è complesso e spietato. Non si può pensare di farne parte a lungo allenandosi con disattenzione e schierandosi al via delle corse per onor di firma».
Come hanno vissuto il confronto al Giro Next Gen con i coetanei più validi al mondo?
«Li ho sentiti confrontarsi tra di loro, stupendosi di quanto fossero straordinarie le prestazioni dei migliori. Non dico il contrario, però anche Omrzel e i suoi diretti avversari avevano due gambe e una bicicletta. Di base saranno più talentuosi, sicuramente supportati da strumenti e metodologie all’avanguardia, ma per il resto i loro risultati sono frutto di applicazione, professionalità, sacrificio e voglia di arrivare. Batterli è difficile, d’accordo, ma partire già sconfitti a cosa serve?».

Al Giro Next Gen aveva il suo bus anche la Trevigiani, come i vivai professionistici: credi che la crescita della squadra passi anche da questo?
«Guarda, essendo nel ciclismo da una vita sono il primo ad essere consapevole che prima di tutto ci vogliono le gambe. Non si raccolgono certi risultati perché si ha un’ammiraglia in meno o una in più, ma perché si sono battuti tutti gli altri. Detto questo: sì, crediamo che la crescita della Trevigiani passi anche da accortezze del genere. In un ciclismo complesso come quello attuale, bisogna tener conto di esigenze che prima non esistevano. Il passato non va guardato più di tanto, con i ritmi che una volta erano considerati alti adesso si farebbe fatica a rimanere in gruppo. Prima lo si capisce e meglio è».
Quale obiettivo ti sei posto?
«Avendo preso il comando delle operazioni a metà maggio, e ritrovandomi a lavorare con un organico che non ho allestito io, la priorità è iniziare a programmare già adesso la prossima stagione con interventi e ingaggi mirati. Nel breve periodo, ovviamente, abbiamo il dovere di invertire la rotta, ma i cambiamenti più importanti riguarderanno il lungo termine. Perché una società come la Trevigiani ha l’obbligo di vivere il ciclismo con più professionalità ed entusiasmo».














