Soltanto quando ci rompiamo scopriamo di cosa siamo fatti. D’ora in avanti sarà tutto più facile anche per Juan Ayuso. Quando ha tagliato il traguardo di San Valentino, senza gregari, a quasi un quarto d’ora dalla coppia Scaroni-Fortunato, lo spagnolo che era venuto qui per vincere era fuori dal Giro d’Italia da un pezzo. Ad attenderlo c’erano, visibilmente preoccupati, il suo scopritore Matxin e il manager della UAE Mauro Gianetti.
Era il momento finale di un Giro che il talentuoso spagnolo aveva preparato, sognato, immaginato, ma che non è mai stato suo. Fin dall’inizio, fin dalla prima caduta, e poi dalla crono in Albania, con il suo ancor più giovane gregario Isaac del Toro – a Tirana aveva impiegato appena 1″ in più del suo capitano mostrando di tenere da conto tutto il tempo possibile – che aveva lanciato segnali. E Ayuso aveva cominciato a sentirsi nervoso. Si era preso il primo arrivo in salita, a Tagliacozzo, ma il messicano era lì, subito dietro, come un monito.
Sono anni che Juan Ayuso aspetta di vincere il suo primo grande Giro. I suoi genitori, economisti entrambi, gli hanno trasmesso un certo rigore e l’amore per i conti. Suo padre, che per anni ha preparato le sue tabelle, gli ha inculcato la fiducia nel potere dei numeri. Juan, geniale a scuola ma soprattutto molto studioso, ha sempre brillato seguendo la logica. Ma fare affidamento su di sé non sempre basta: quando ti misuri col mondo ci sono anche gli altri. E quando gli avversari più pericolosi sono dentro la tua squadra, il confronto risulta ancora più doloroso. Al Tour dell’anno scorso era Pogacar, a questo Giro è stato del Toro. Per Ayuso è stato un calvario. Piccole mosse sbagliate, incidenti meccanici e cadute nel momento peggiore, tempismo al contrario.
Durante la seconda salita della tappa di San Valentino, Candriai, Ayuso si è fermato per fare pipì e togliersi una delle due paia di guanti che indossava per proteggersi dal freddo. Prima di rendersene conto, era solo (la Ineos si era messa in testa al gruppo a tirare) e con un minuto di ritardo. Jay Vine lo ha aiutato a rientrare, ma la tappa che si sarebbe rivelata un calvario. A Santa Barbara, a più di 40 chilometri dal traguardo, lo spagnolo ha perso una ruota, si è strappato la maglia e ha ceduto. Solo Igor Arrieta, il suo uomo di fiducia, il suo amico, gli è andato in aiuto per qualche chilometro. «Non si sentiva bene fin dall’inizio, ha sofferto molto il freddo. Ha dovuto indossare due o tre giacche. Ha anche perso tempo a un certo punto e poi in salita non è riuscito a tenere il passo degli avversari», è stata l’unica spiegazione della giornata, nelle parole di Mauro Gianetti. Nella cerchia ristretta di Ayuso, i colleghi spagnoli riferiscono che si è parlato di mancanza di “feeling fin dall’inizio”, di “gambe inesistenti” e di “alcune scuse”.
Quello che è stato detto e scritto su Ayuso nelle ultime ore è profondamente inguisto nei confronti di un talento indubbio del ciclismo mondiale. Juan ha 22 anni e tutto il tempo di prendersi quello che vorrà. Difficilmente succederà nella UAE. Come già la scorsa estate, la Movistar si è fatta avanti e l’accordo sembra ormai definito: il futuro del più internazionale dei campioni spagnoli – è cresciuto ad Atlanta, dove i suoi genitori si erano trasferiti per lavoro, e una volta tornati in Spagna ha studiato in un collegio internazionale – sarà in un team del suo paese. Forse è di questo che ha bisogno, di essere primo in Gallia invece che secondo a Roma. Almeno per cominciare.
Come ha scritto lui stesso su Instagram, il diario di quest’epoca: «Non lasciare che il successo ti arrivi alla testa, non lasciare che i fallimenti ti arrivino al cuore».












