C’è un hashtag che è stato inserito dal popolo di Instagram in più di 1000 post: #landismo. Il landismo è una filosofia di vita oltre che di ciclismo che vede in Mikel Landa il proprio demiurgo (suo malgrado) e che al prossimo Giro d’Italia punta a far sognare, ancora una volta, i propri seguaci.
Naufragata l’ipotesi Giro-Tour per Remco Evenepoel dopo il grave incidente di dicembre, la Soudal Quick-Step ha subito messo le cose in chiaro: il capitano del Wolfpack alla Corsa Rosa sarà Mikel Landa. In un solo anno alla Soudal (dopo quattro in Bahrain), lo scalatore basco ha saputo guadagnarsi la fiducia del team portando a casa una stagione di tutto rispetto. Agguantare un quinto posto al Tour de France e un ottavo alla Vuelta a España a 35 anni non è impresa da tutti. «C’è una bella atmosfera. Sono molto felice qui. Avevo bisogno di un cambiamento e sto tornando a divertirmi con questo sport. È molto importante man mano che si invecchia». In effetti, prima del trasferimento nella squadra belga, risultati o piazzamenti di un certo rilievo mancavano da un po’.
Proprio qui risiede l’essenza del #landismo, passato dall’essere uno slancio vitale nietzschiano – quando Landa era ancora una giovane promessa che scattava sul Colle delle Finestre nel 2015 – a un attendismo virante al pessimismo schopenhaueriano. Lo aspetti e lui si ritira per un virus gastrointestinale dopo una grigliata organizzata dalla squadra nel giorno di riposo. Arriva quarto al Tour facendosi battere per un secondo da Romain Bardet (che lo supera nella cronometro) dopo aver infiammato la salita, ma con timidezza, per non mancare di rispetto al capitano Chris Froome. Arriva quarto al Giro dopo essersi fatto scavalcare nella cronometro finale da Primoz Roglic. Fa tirare i suoi tutto il giorno e poi si stacca nel momento clou. Eccetera, eccetera. Negli anni, tifare per lui è diventato anche questo: il giusto equilibrio tra speranza e disillusione. Passione prima che calcolo. I fan di Tadej Pogacar sanno già come andrà a finire la gara del loro beniamino, quantomeno nel 98% dei casi; i fan di Mikel Landa non sanno mai come andrà a finire, e trovano nel sogno una ragione sufficiente di entusiasmo.

A maggior ragione ora che tra i colori rossoblù della Soudal ha ritrovato la spinta giusta. «Sono cambiato. Alla Bahrain Victorious avevo un allenamento costante ed equilibrato, mentre ora è più polarizzato. Vado o piano o al massimo, lavoro sugli estremi. Koen Pelgrim è il mio allenatore, lo stesso di Remco» racconta Landa, che con il Giro d’Italia ha un conto in sospeso. O, meglio, più di uno, conoscendolo.
«Per me il Giro è molto speciale. È stato in Italia, nel 2015, che ho trovato il mio posto nel ciclismo. Quell’anno, qualcosa è scattato nella mia testa, perché è stata la prima volta che ho davvero provato a correre una classifica generale in un Grande Giro. Da lì ho capito quali sono le mie possibilità». Salì sul terzo gradino del podio generale, come nel 2022. Quest’anno la Rosa passa proprio per quel Colle delle Finestre che nel 2015 consacrò l’allora corridore dell’Astana: in uno slancio acutissimo di landismo, dopo aver scollinato per primo, sacrificò la vittoria di tappa per favorire Fabio Aru. «Ho un conto in sospeso, il Finestre mi riporta a bei ricordi e non vedo l’ora di tornarci. Penso sia ancora una salita dura come nel 2015 anche nel ciclismo di oggi, quel giorno non avremo alle spalle grandi sforzi e non ci risparmieremo, a volte si fa più differenza in tappe con una sola grande salita che quando ce ne sono cinque consecutive. Il Finestre è una salita speciale, nei chilometri di sterrato se non stai bene è facile piantarsi e diventa difficile muovere la bici».
«Mi piacerebbe vincere una tappa, ma ovviamente cercherò anche di ottenere un buon piazzamento in classifica. Un posto sul podio sarebbe un risultato perfetto, ma la competizione sarà agguerrita». Il bello è che, comunque vada, i landisti non potranno mai dirsi delusi.











