
Sono già passati tre anni abbondanti da quando l’allora Bardiani-CSF-Faizanè annunciava un progetto inedito per il panorama italiano: allestire un vivaio interno alla formazione professionistica. In sostanza, alcuni juniores e Under 23 vennero fatti passare direttamente professionisti e poi destinati perlopiù ad un’attività dilettantistica europea di alto profilo. I pionieri furono otto: Alex Tolio, Martin Marcellusi, Tomas Trainini, Alessio Martinelli, Alessio Nieri, Iker Bonillo, Alessandro Pinarello e Giulio Pellizzari.
Fu un terremoto culturale: non c’era una procedura perché mancavano dei precedenti, e subito si disse che la formazione dei Reverberi si era ridotta a cercare nelle categorie giovanili quelle soddisfazioni che ormai non era più in grado di raccogliere nella massima categoria. La regola italiana che prevedeva l’obbligo di trascorrere almeno due stagioni tra gli Under 23 diventò improvvisamente la più dibattuta. Per poter firmare il loro primo contratto da professionisti senza dover passare dagli Under 23, Pinarello e Pellizzari aggirarono il problema spostando la residenza in Slovenia. Alla Bardiani vennero addossate tutte le colpe del ciclismo italiano: i giovani talenti che venivano bruciati anzitempo, gli elite che incassavano così il colpo di grazia, l’incapacità di esprimere un’idea di respiro internazionale.

Tre anni abbondanti più tardi, all’indomani della vittoria di Filippo Turconi al Trofeo Piva, bisogna riconoscere invece che il progetto pensato e realizzato dai Reverberi era il migliore che una realtà come la loro potesse mettere in piedi. Mai, almeno fino ad oggi, si è avuto l’impressione che uno dei loro elementi più promettenti sia stato logorato dall’eccessiva attività. E ingaggiando atleti più maturi come Zanoncello, Magli e Tarozzi, l’odierna VF Group ha ribadito la propria vocazione di squadra attenta al valore del singolo corridore al di là dell’età e del palmarès. L’alternarsi delle due attività, quella professionistica e quella dilettantistica, si è rivelato provvidenziale: negli appuntamenti più prestigiosi della massima categoria, infatti, ai più giovani non vengono assegnate particolari responsabilità, affinché possano concentrarsi sull’accumulare quell’esperienza che gli permette in un secondo momento di imporsi tra gli Under 23.
Ad una crescita evidente, i migliori prodotti del vivaio guidato da Mirko Rossato hanno saputo accompagnare affermazioni e piazzamenti pesanti. Nel 2022, Marcellusi vinse il Piva e concluse secondo al Liberazione e terzo a Capodarco. Sempre in quella primavera, Martinelli conquistò il Gran Premio del Marmo. Il 2023 fu l’anno in cui cominciò ad emergere Pellizzari: secondo al Recioto, primo al Medio Brenta, secondo al Tour de l’Avenir. Nel frattempo, Scalco trionfava alla Coppa della Pace. Nel 2024, l’eredità di Pellizzari l’ha raccolta Pinarello vincendo il Recioto e terminando secondo al Piva, nono al Giro Next Gen e terzo alla Ruota d’Oro. Intanto Biagini faceva sua la seconda tappa del Valle d’Aosta, Conforti ne sfiorava due al Giro, Turconi chiudeva terzo al Marmo e Scalco decimo all’Avenir.

È chiaro che il progetto abbia scontentato la maggior parte delle squadre dilettantistiche tradizionali, che vedono nella VF Group uno scoglio quasi insormontabile sia quando si tratta di ingaggiare corridori, sia quando arriva il momento di correrci incontro. Hanno la loro fetta di ragione, ma cos’altro può fare una Professional che con un budget tutt’altro che spropositato deve tutelarsi dalla concorrenza a sua volta tirannica delle World Tour e dei rispettivi vivai?
È il momento di riconoscere ai Reverberi la bontà del loro programma, e i loro meriti non vanno ricercati soltanto nella superiorità economica rispetto alle altre formazioni del panorama giovanile italiano. Non hanno fatto razzie, non si sono mai accontentati di mettere sotto contratto il ragazzo più brillante e i margini di miglioramento intravisti non sono stati subordinati ai risultati ottenuti nelle categorie inferiori. Gli ambienti che illudono, consumano e fanno perdere tempo ai corridori italiani sono altri: spesso e volentieri, quelli che si riempiono la bocca di tradizione e presunta umiltà.











