
Tra i commenti all’articolo pubblicato nella rubrica “A ruota libera” dello scorso giovedì, cogliamo quello scritto da Alex Carera (procuratore di tanti campioni, a cominciare dall’iridato Tadej Pogacar) perché ci dà lo spunto per approfondire e completare un discorso che a nostro avviso meriterebbe più attenzione.
Caro Alex,
rispondo con slancio e affetto non solo per l’amicizia che ci lega, ma anche per completare una riflessione che, onestamente, pensavo fosse già abbastanza chiara in tutta la sua cruda semplicità. Comincio dalla fine rispondendo in sintesi e, ci tengo a premetterlo, non certo per avviare un botta e risposta che finirebbe per essere stucchevole e sgradevole.
Parli di “articolo anacronistico”.
Beh, il fatto che le nazionali (sia quella maschile che quella femminile) non abbiano ancora un commissario tecnico, piaccia o non piaccia, è un dato di fatto e non mi sembra fuori luogo parlarne accendendo una luce su una realtà che, per quanto temporanea, è comunque anomala.
Anche se in questo momento la maggior parte dei corridori è impegnata all’estero tra corse e ritiri, del primo mondiale africano della storia, infatti, si scrive e si dibatte pressoché quotidianamente. Per questioni politiche, certo, ma anche e soprattutto ciclistiche. Evenepoel si è già vaccinato. Ten Dam, cittì della nazionale femminile olandese, ha preso parte alla Race Around Rwanda anche per saggiare di persona il percorso iridato. Insomma, nonostante manchino ancora più di sette mesi è impossibile non parlare del prossimo campionato del mondo. Lo stesso Roberto Amadio, team manager delle nazionali italiane, ha spiegato (giustamente con largo anticipo) che nelle settimane successive l’Italia dovrà decidere se rinunciare o meno ad alcune selezioni nell’ottica di contenere una spesa altrimenti esorbitante. Insomma, il vuoto attuale, emerso ormai alcuni mesi fa, ci sembra tutto fuorché “anacronistico”.
Scrivi che “Cordiano Dagnoni ha vinto, rispettate il voto e andiamo avanti”.
Con massima onestà posso assicurarti di non avere nulla di personale contro il presidente della Federazione, persona che raramente si è tirata indietro quando gli abbiamo chiesto delle interviste e, altresì, persona con la quale (mi voglio sbilanciare, avendomelo ripetuto lui stesso) ho sempre avuto confronti estremamente amichevoli. A Dagnoni (come già fatto in un nostro recente incontro) auguriamo un secondo mandato di ampie fortune e di splendidi successi. Se lavora bene, se fa crescere il movimento partendo dalla base e se riporta il nostro ciclismo ai vertici del panorama mondiale, perché dovremmo ostacolarlo?
Piuttosto, siamo disposti a sostenere il presidente con forza e vigore in tutte quelle battaglie che reputiamo giuste e meritevoli di essere intraprese, così come siamo pronti a criticarlo costruttivamente se riteniamo che qualcosa non torni e a stimolarlo con spunti, proposte o semplici riflessioni che potrebbero, se raccolte, aiutarlo a raggiungere più velocemente i risultati sperati.
Scrivi che “chiunque fosse nominato ora starebbe davanti alla Tv anche perché la stagione in Italia non è ancora iniziata”.
Certamente la stagione in Italia non è ancora cominciata, anche se altrove come ben sai lo è eccome (proprio in questi giorni un inviato di Bicisport è al seguito del Tour of Oman). Ma perché ridurre il ruolo di commissario tecnico della nazionale azzurra a semplice selezionatore? Perché non voler vedere nel cittì una figura di riferimento del nostro ciclismo, soprattutto in questi anni caratterizzati dall’assenza di una squadra World Tour italiana?
Nella nostra visione del ciclismo, la figura del commissario tecnico è la più autorevole del movimento nazionale. Non è soltanto colui che seleziona e convoca gli azzurri in vista degli europei e dei mondiali, ma è anche la prima voce da interpellare sulle questioni più importanti essendo la personalità di raccordo tra i vari settori ciclistici di un paese. In un certo senso, è il garante e il promotore principale della nostra attività.
L’assenza di un commissario tecnico, e qui caro Alex concludo, non è un capriccio della nostalgia, ma una mancanza con la quale i corridori devono confrontarsi tutti i giorni. Per discutere, ad esempio, di tattica, di percorsi e del miglior calendario d’avvicinamento possibile, e per identificare nella figura del cittì il “faro” umano e culturale (non soltanto sportivo) del nostro movimento.
Insomma, si tratta di una questione attuale, attualissima.
Anzi, senza tempo.













