
Alla brillante carriera di Ellen Van Dijk, tre volte campionessa del mondo a cronometro, manca giusto il titolo olimpico che cercherà di ottenere a Parigi. Nove mesi fa è nato il figlio Faas e sette settimane fa si è rotta la caviglia, ma nulla può fermare Van Dijk.
Ammette che per vincere è necessario credere in se stessi: la motivazione, la determinazione, la voglia di fare tutto esattamente come ha in mente. «Anche se penso che nella mia carriera mi sono abbastanza abituata al fatto che in realtà non esiste un percorso perfetto, non sempre tutto va come vorrei. Adesso ho tanta energia positiva, portata sicuramente anche dalla nascita di mio figlio Faas».
Tre settimane e mezza ingessata, quattro settimane di allenamento, cammina a malapena, ha fatto la ricognizione con un tutore e durante l’intervista con i giornalisti di Wielerflits deve tenere la gamba distesa su una sedia. Ma se non si fosse sentita pronta, non sarebbe nemmeno arrivata a Parigi. «Ho avuto quattro settimane prima della cronometro per lavorare sul mio recupero e allenarmi (la decisione sulla sua partecipazione doveva essere presa il 17 luglio, ndr). Dopo la seconda settimana è stato programmato un test delle prestazioni. L’accordo con la KNWU era che dovevo essere all’altezza: che partecipi per partecipare davvero e non per scherzare. Ovviamente non voglio questo, non sono qui per finire quindicesima, non è questo l’obiettivo».
Poi Van Dijk aggiunge: «Ho pensato: farò tutto il possibile per andare lì (alle Olimpiadi, ndr). E se ciò non bastasse, non posso incolpare me stessa. Anche nel mio recupero non ho fatto alcuna concessione: un fisioterapista veniva a casa ogni giorno. Ho fatto continuamente quello che potevo, sono stata ben controllata dal punto di vista medico. A volte andavo avanti e indietro dall’ospedale di Amsterdam tre volte alla settimana per controllare tutto. Sì, ero al limite».
Parte della motivazione, Ellen l’ha ricevuta dalle gesta quasi eroiche di Jonas Vingegaard al Tour de France. «Ero a casa sulla cyclette lavorando sul recupero quando l’ho visto in TV che saliva in montagna. Sicuramente ho tratto ispirazione da quell’episodio. Nella sua riabilitazione ho riconosciuto i passi che stavo facendo anch’io, ma anche i suoi dubbi. Un momento pensi che sia possibile e poi non ci credi più. Ma il suo percorso verso il Tour mi ha dato anche la convinzione che anche io lo stavo facendo nel modo giusto».













