Nizzolo, la luce in fondo al tunnel: «Infortunio grave, ma sto per tornare»

Nizzolo
Giacomo Nizzolo alla Vuelta a San Juan 2023
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Il ciclismo moderno non aspetta più nessuno, si va sempre più veloci e se alle gare non si arriva almeno al 90% della condizione, il rischio è quello di essere solamente una comparsa. Questi e tanti altri sono i dubbi di Giacomo Nizzolo, che finalmente vede la luce in fondo al tunnel dopo il bruttissimo infortunio dello scorso dicembre. La frattura del piatto tibiale rischiava di compromettergli l’intera stagione, ma la caparbietà del brianzolo e la bravura dello staff medico che lo ha seguito in queste settimane gli ha permesso di rientrare anticipatamente sui tempi.

«Purtroppo è stato un infortunio molto grave – spiega Nizzolo – Mi sono fatto male il 23 dicembre e subito il 27 mi sono operato. Mi hanno messo viti e placche, in quel momento ho capito che la mia stagione era praticamente persa. Ho dovuto fare 45 giorni di stop totale, senza muovere praticamente la gamba».

Il recupero come è stato?

«Impegnativo, soprattutto dal punto di vista muscolare. La gamba è scesa molto di tono e per un atleta stare fermo tutte queste settimane è un danno enorme. Praticamente sono tornato ad essere una persona normale, non più un ciclista professionista. Ho dovuto lavorare e sto lavorando soprattutto su questo aspetto».

Quanto è stato difficile moralmente?

«Tanto, perché mi rendo conto di essere arrivato nella parte finale della mia carriera e ogni mese perso significa tanto. Mi era già capitato di dovermi fermare a lungo, era il 2017 e avevo un problema al ginocchio destro. Però ho tanta voglia di tornare, ho grande entusiasmo».

Quando è programmato il rientro?

«Alla Fammene Ardenne Classic del 28 aprile, poi farò un po’ di altura e sarò ad Andorra con la squadra. Ancora delle classiche in Belgio, prima di volare in Germania per una breve corsa a tappe. A quel punto faremo il punto della situazione».

Cosa ti aspetti?

«Di soffrire tantissimo. I corridori vanno sempre più forte e a fine aprile sono tutti in grande condizione, io no, dovrò ripartire da zero, come se fosse gennaio. Per questo motivo mi servirà un po’ di tempo prima di tornare ad essere realmente competitivo».

Hai seguito le gare in queste settimane?

«Moltissimo, era l’unica cosa che potevo fare. Ho visto dei ritmi elevatissimi, gare in cui si va a tutta dal primo all’ultimo chilometro, non ci sono momenti per respirare. In più le corse si aprono molto lontani dall’arrivo: non più negli ultimi venti-trenta chilometri. Quando ho visto la Foresta di Arenberg presa solamente da trenta corridori sono rimasto senza parole».

Secondo te il livello si è alzato rispetto al passato?

«I migliori restano i migliori, quello che è cambiato è il livello medio del gruppo. Se prima su una salita rimanevano in cinquanta corridori, adesso restano in ottanta. Risaltano i corridori più “endurance”, più resistenti».

È per questo che non ci sono più i velocisti puri come Kittel o Greipel, punti di riferimento quando tu eri molto giovane?

«Il ciclismo si è legato sempre più ai watt e ai numeri, quindi il velocista puro ha ancora le sue possibilità, ma queste sono sempre di meno. Deve adattarsi ai percorsi che cambiano e “conquistarsi” l’arrivo in volata. Necessariamente ha bisogno di concentrarsi su altre caratteristiche, che non sono propriamente quelle dello sprinter».