Vent’anni senza Pantani, vi raccontiamo la crudele mattina di Campiglio

Pantani
Marco Pantani viene portato via dai Carabinieri a Madonna di Campiglio al Giro d'Italia 1999
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Il giorno prima aveva vinto un’altra tappa del Giro d’Italia con arrivo sulle grandi salite dolomitiche. La passione aveva spinto la gente sui picchi più alti della felicità. La folla sulla strada e davanti alla televisione, che trasmetteva la corsa in cronaca diretta, si faceva catturare dagli scatti ch’egli ripeteva e ripeteva senza pentimenti, disperdendo i rivali sui tornanti della salita. Le sue rimonte a fianco del gruppo e poi le sue fughe implacabili nei paesaggi delle abetaie, avevano il potere di mandare in visibilio migliaia di persone che idealmente si tuffavano nell’azione dell’omino capace di scalare le montagne con la velocità d’una lepre. Era Marco Pantani.

Arriviamo a Madonna di Campiglio. Questa è la sede di tappa dalla quale domattina partirà la frazione la cui strada è dominata dal Mortirolo, un mostro, cioè un monte che solo a pronunciarlo mette un brivido sulla pelle dei corridori.

La sera nell’albergo che ospita la sua squadra, i camerieri faticano a trattenere coloro che premono sulla grande porta di vetro che si affaccia sulla sala d’ingresso del grazioso locale di montagna. Svettano alle pareti ramificate corna di cervo, chiari trofei di caccia dell’antica famiglia, così come s’usa negli alloggi di questi caldi e riposanti borghi. Molte persone vorrebbero entrare ma devono accontentarsi di spiare dai pannelli vetrati ciò che succede là dentro. E così vedono Pantani in uno stato di moderata euforia. Vince e stravince le tappe. Indossa la maglia rosa. È ormai considerato il potenziale vincitore del Giro d’Italia e domani egli celebrerà lassù, sulla cima del crudele Mortirolo, la sua fama di grande scalatore. Eppure sembra ch’egli sia distratto. Lo sguardo vagante tra gli occhi accesi di tutti sembra segnalare un cruccio, la stanchezza, una malinconia oppure questa è la sua naturale espressione. Non era un tipo incline all’euforia né pronto a scambiare sorrisi e impeti d’allegria con gli sconosciuti anche se la sua dimensione di campione popolare quasi glielo imponeva.

Entra un giornalista di Milano, è il direttore della Gazzetta dello Sport, si chiama Candido Cannavò. Gli aprono la porta e lui s’avvicina a Pantani il quale lo saluta accettandone i complimenti come uno scontato riconoscimento pari a quelli che a centinaia tutti gli dedicano. Ringrazia formalmente, con una certa indifferenza e poi si alza e se ne va. Buonanotte.

Ed eccoci alla mattina successiva. Eccoci sulla grande piazza assolata, distesa come una piccola piana di cemento bianco sotto i balconi fioriti dell’albergo che ospita la squadra di Pantani. Approdano i tifosi e tra questi si mescolano vecchi campioni richiamati dal grande appuntamento. Uno è Baldini, Ercole Baldini, che è stato campione del mondo, e un altro è Arnaldo Pambianco, che ha vinto un Giro d’Italia e che abita a Bertinoro, un piccolo borgo medioevale che deve il suo nome, secondo la leggenda, all’espressione gioiosa d’una principessa romana la quale, sorseggiando da una ciotola di terracotta un vino locale bianco e morbido chiamato albana, ebbe a dire che quel nettare delizioso andava bevuto non in un rozzo vaso di coccio ma in un calice d’oro. Vorrei berti-in-oro. Da qui il nome del paese. Bertinoro. I due vecchi corridori sono venuti fin quassù per vedere da vicino la grande tappa dolomitica. Hanno viaggiato insieme.

Approdano le prime ammiraglie delle squadre. I corridori sono già ben lustri di massaggi. Gironzolano concentrati intorno ai trespoli delle loro brillanti biciclette che ogni sera i meccanici nettano con grandissima cura. Sono gioielli colorati di fronte ai quali si spalancano gli occhi dei ragazzi ma non solo dei ragazzi, di tutta la gente. Quelle biciclette già pronte per il viaggio sembrano narrare storie misteriose intrecciate con la fatica e il sogno dei loro cavalieri. Sono arrivati quasi tutti, il tempo stringe. Praticamente manca solo la squadra di Pantani che ha trascorso la notte nell’albergo sovrastante e che certamente scenderà per ultima quasi a ridosso della partenza. 

La maglia rosa è attesa come un dono della fortuna nello spettacolo che fiorisce sotto gli occhi di tutti. E tutti, in qualche modo, si sentono protagonisti. Tra poco si parte.

Si, tra poco si parte, ma Pantani non c’è. Né ci sono i corridori della sua formazione e ormai mancano solo pochi minuti al via. 

Tutti allungano il collo per essere i primi a indovinare tra la folla il campione in rosa. Ma il tempo passa e di bocca in bocca scorre un sospetto come un sinistro presagio: è successo qualcosa. Che cosa? 

Basta un attimo perché il disagio si diffonda e prenda corpo come una febbre diventando una notizia. Il Giro parte senza Pantani? Pantani sta male? I colli si allungano ancora per vedere ma nessuno vede niente salvo che nell’orecchio di qualcuno degli addetti un giornalista sussurra una frase sinistra anticipata da una domanda. Hai saputo? Che cosa? Antidoping

La parola basta da sola per diffondersi come il lampo di un laser e gettare il gelo nelle vene. Sembra che il tempo in un attimo si fermi, che il mondo crolli, che il Giro vada in frantumi come un vaso di vetro caduto su quell’impietosa piana bianca di cemento sotto il sole. È così che si sbriciolano i sogni. Ed è così che in un attimo tutto finisce.

Dentro l’albergo si sta vivendo il dramma e ormai è tutto chiaro. Il Giro ritarda la partenza per un po’ di minuti e in quei minuti si consuma la tragedia del corridore che non crede, rifiuta l’accusa, scaglia un pugno contro il vetro della finestra, si ferisce, urla la sua disperazione poi si placa e tace. E il Giro?

Il Giro va via verso la grande salita del Mortirolo che migliaia di tifosi romagnoli, venuti da Cesenatico, la marina di Pantani, avevano popolato fin dalla sera prima per occupare i tornanti più belli, aperti come balconi sullo spettacolo annunciato della corsa. La stradina della montagna si svuota mentre da una porta secondaria dall’albergo che la sera prima aveva ospitato quell’inutile festa, esce Pantani circondato dagli uomini della sua squadra che si è ritirata e sale sull’automobile del padre. Percorrerà a ritroso la strada che il giorno prima lo aveva visto salire in fuga con la maglia rosa sulle spalle e una nuova vittoria addosso ed ora lo vede piombare nel buio più profondo. Su quella piazza assolata di Madonna di Campiglio la sua luce si spegnerà per un po’. Anzi, per sempre. Non si accenderà mai più.

Torna a casa e si isola dal mondo. Il Giro d’Italia si conclude a Milano portando in carovana il peso del suo dolore. Nessuno saprà mai l’intera verità di quel mattino atroce. Dopo un sentimento di sgomento e di paura, la gente incomincerà a dubitare dei corridori e gli appassionati non negheranno la loro sensazione d’aver subito un tradimento. Le loro braccia proiettate verso la corsa di Pantani sui tornanti delle montagne più alte si abbasseranno come se avessero perso vigore. Ci vorrà molto tempo per indurli a rialzarle grazie all’impresa d’altri campioni spinti da una passione che nei ragazzi non tarda mai ad accendersi. Sorgeranno altri fuoriclasse e un’altra maglia rosa andrà a fasciare il loro busto. 

La vita continua dopo la morte di Pantani avvenuta, pare, per abuso di cocaina. La sua favola amara si esaurisce così. Si perde nell’aria come una bolla di sapone in balìa delle correnti prima di scoppiare. Una grande virtù naturale lo ha portato in cima alla gloria ma poi quella virtù lui l’ha persa di vista ed è rotolato giù.