
La notizia della chiusura della Palazzago, storica formazione dilettantistica bergamasca, è stata un brutto colpo da digerire per il movimento. Paolo Tiralongo, direttore sportivo della squadra negli ultimi anni, non può che commentare con amarezza quanto successo.
Come ti spieghi questa decisione?
«La capisco. Mi metto nei panni della presidenza, che deve andare avanti mettendo molto spesso soldi di tasca propria. C’è difficoltà nel reperire gli sponsor: lo vediamo nel ciclismo dei professionisti, pensate in quello dei dilettanti.
Hanno pesato anche i risultati non proprio eccezionali?
«Sarebbe una bugia dire di no. Se avessimo vinto e fossimo stati più competitivi, qualcosa sarebbe cambiato: magari andavamo avanti un altro po’, ma qui il problema è strutturale, più profondo».
C’era già qualche segnale durante l’anno?
«Io non facevo parte della dirigenza, ero un dipendente, al pari dei corridori. Noi pensavamo solo ad allenarci e ad andare alle gare provando a dare il massimo. Ci è stato detto solo poco fa».
Un colpo duro per il movimento.
«Quando una squadra così storica chiude i battenti, significa che è arrivato il momento di fare una riflessione. Voi pensate che la Palazzago è l’unica a sparire? Assolutamente no. Molte hanno dovuto rinunciare e molte altre annunceranno che non continueranno in futuro».
Cosa si può fare per evitare questo?
«Purtroppo non è facile trovare una soluzione. Sicuramente serve un aiuto “dall’alto”, ovvero dal governo e dalla politica. Certo non possiamo pretendere che loro risolvano tutti i problemi, ma una mano maggiore sarebbe gradita. E attenzione, non parlo solo del ciclismo. È tutto lo sport italiano a trovarsi in questa situazione».
Si parla di una squadra siciliana sotto la tua direzione, quanto c’è di vero?
«Allestire una squadra in Sicilia che raccolga diversi talenti del Sud Italia è il mio sogno. L’idea c’è, non mi nascondo, ma allo stesso tempo mi rendo conto di quanto sia difficile. Sarebbe un bel segnale di ripresa, una voce che si alza. Però al momento non c’è nulla di concreto. Ci lavorerò…».














