Axel Merckx è in Belgio e arriverà in Italia per il Giro Next Gen venerdì. Ci rimarrà soltanto per le prime due tappe, però: poi tornerà negli Stati Uniti perché Athina, la minore delle sue due figlie, finisce le scuole superiori e lui non vuole mancare.
«Cosa vuoi, il Giro è il Giro e sapete tutti il rapporto che lega la mia famiglia all’Italia. E’ sempre una bella emozione e noi della Hagens Berman Axeon ci arriviamo da vincitori uscenti. Però le differenze rispetto allo scorso anno sono tantissimo. Leo Hayter trionfò stupendo anche noi stessi, è vero, ma si trattava comunque di un corridore già solido e strutturato. Oggettivamente credo che ripetersi sarà molto difficile».
D’accordo Axel, ma non si può certo dire che vi manchi il talento.
«No, è vero. Complessivamente siamo messi bene e anche al Giro porteremo una buona squadra. Tre primi anni: Christen, Morgado e Schmidt. Un secondo: Rafferty. E un terzo: Andersen. Il livello è alto, ma l’età media è bassa. Sono giovanissimi ed è normale che, per quanto talentuosi, non siano affidabilissimi».
Qual è il vostro obiettivo?
«Christen proverà a curare la classifica generale, ha chiuso ottavo alla Liegi di categoria e ha partecipato al Romandia dei professionisti. Gli altri, invece, punteranno ai successi di tappa. I profili sono adatti: Andersen si è piazzato in tante occasioni, Schmidt è arrivato terzo alla Coppa della Pace, Rafferty quinto al Belvedere e alla Liegi e vincitore un anno fa della Strade Bianche di Romagna».

E poi c’è Morgado, che viene annunciato come un autentico fuoriclasse.
«Non corriamo troppo: ha appena diciannove anni, deve ancora crescere sotto tanti punti di vista e ha molto da dimostrare. Ma mentirei se non dicessi che è uno dei migliori talenti della categoria, anche se soltanto alla prima stagione tra gli Under 23. Tant’è che ha già concluso quarto all’Ardennes e sesto all’Orlen, con un successo di tappa. Dispone di un talento enorme ed è molto generoso: dà sempre tutto quello che ha e non fa molti calcoli, se vuole attaccare da lontano attacca da lontano».
Può essere la mina vagante del Giro Next Gen?
«Tutto può essere, io a prescindere non escludo niente. Sai, non siamo tra i professionisti, dove più o meno si sa già quello che può accadere. Gli Under 23 sono imprevedibili e in più le squadre, essendo composte soltanto da cinque atleti, faranno fatica a controllare davvero la corsa. Chi potrà competere per la vittoria finale si capirà soltanto al termine della quarta frazione, quella dello Stelvio. Io credo che per Morgado sia una salita troppo esigente, ma non voglio sbilanciarmi oltre».
In squadra hai tre dei migliori talenti al mondo. Nel 2023 Morgado è stato il vicecampione del mondo tra gli juniores, battuto soltanto da Herzog, un altro tuo corridore. Senza dimenticare che Christen, lo scorso anno, tra gli juniores conquistò la prova in linea degli europei. Come si gestiscono?
«Mi piace pensare che se scelgono di venire da noi è perché sappiamo lavorare come si deve coi ragazzi. E’ bello avere a che fare con ragazzi talentuosi e ambiziosi, però allo stesso tempo è faticoso. Vanno guidati e gestiti con saggezza e tranquillità, perché per quanto brillanti rimangono giovani e inesperti. Vorrebbero correre e dimostrare sempre, anche quando non sono in condizione per poterlo fare, e quindi in quei momenti il nostro compito è quello di far capire loro come stanno le cose. Senza dimenticare tutti gli interessi che hanno intorno».
Spiegati meglio.
«In questa fase il ciclismo è così: a tutti interessano i giovani, specialmente quelli più forti, e si è aperta una caccia a chi li ingaggia per primo. Secondo me il ciclismo non è cambiato del tutto, prima o poi torneremo indietro e questa frenesia sparirà. Però adesso va così e chi ricopre il mio ruolo deve essere bravo a gestire la situazione, non potendola mutare da solo. Non ci vuole molto a capirlo: se a sedici anni un ragazzo è circondato da massaggiatore, procuratore, meccanico, mental coach e preparatore può garantire dei risultati migliori, e vincendo più degli altri non fa altro che attirare l’interesse delle grandi squadre, che magari già a vent’anni gli promettono il professionismo. Ma una volta arrivati nel World Tour le pressioni continuano ad aumentare e chi ha bruciato le tappe potrebbe non essere in grado di gestirle».
Quindi predichi calma, come i direttori sportivi della vecchia scuola.
«Personalmente sì, credo che siano pochissimi i ragazzi che possono entrare e rimanere nel professionismo fin da giovanissimi. Gli altri devono crescere gradualmente, altrimenti non possono reggere. Se va bene sono costretti a ridimensionarsi, altrimenti smettono. Questo va spiegato a loro: che senso ha fare i fenomeni tra gli juniores e tra i dilettanti, se poi sbarcati tra i professionisti non si hanno più margini fisici e mentali su cui poter lavorare?».
Il tuo organico, molto internazionale, non prevede un italiano: hai qualche nome in mente?
«Sì, ma non te lo dirò mai, altrimenti squadre come la Colpack e la Zalf me li fregano. A parte tutto, ovviamente sì, ci sono dei talenti italiani che seguo con particolare interesse e spero davvero un giorno di poterne ingaggiare uno. Ma mi rendo conto che non è facile cambiare vita da ragazzi, è normale prediligere squadre italiane per sentirsi più vicini a casa. E poi avete formazioni storiche, che sanno come s’insegna il ciclismo. Dovete solo avere pazienza e recuperare un po’ di terreno perso negli ultimi anni, non tutte le generazioni sono ugualmente valide».













