La storia di Westra: entrato nel ciclismo per disintossicarsi, ne è uscito in depressione trovando la morte

Lieuwe Westra nella tappa a cronometro della Tre giorni di La Panne 2001
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Tour de France 2014, quinta tappa, da Ypres ad Arenberg sul pavé della Roubaix. Tra pioggia e fango l’Astana della maglia gialla Vincenzo Nibali mise a ferro e fuoco la Grande Boucle. Con il siciliano, che quel giorno costruì buona parte della vittoria finale, c’erano Jakob Fuglsang e soprattutto Lieuwe Westra. L’olandese, gran passista e abile nelle prove contro il tempo, ma forte anche in salita, fu scelto da Nibali come uomo di riferimento nel finale di tappa. Ricambiò tutta la fiducia del suo capitano, pilotandolo alla perfezione e volando sulle pietre come, da specialista del Nord, sapeva fare brillantemente. Lo Squalo e La Bestia. Non è il titolo di una favola, ma sono i soprannomi di Nibali e Westra, che si adattarono perfettamente a quella giornata da tregenda durante la quale spinsero sui pedali come dei forsennati.

Dietro quell’Het Bees (la bestia in lingua belga), in realtà si nascondeva un uomo fragile in preda a paure, domande, ansie, inettitudini, sensi di vuoto, di colpa… In una sola parola: depressione. Forse provocata dal ciclismo stesso, come fece intendere a gennaio 2017, quando decise di appendere la bici al chiodo rivelando la sua malattia: «Sono depresso e sto seguendo una cura farmacologica. Il ciclismo professionistico mi ha messo a dura prova». Non bastò lasciare l’Astana, che lo definiva il proprio “motore”, per una squadra più piccola, un ambiente più tranquillo come quello della Wanty-Groupe Gobert. Ma già dal primo ritiro capì che non ne poteva più della bicicletta e quella stagione non cominciò mai. Un finale di carriera travagliato, non meno di come era iniziata la sua avventura in bici.

Il padre di Westra era un ciclista e seguendo le sue orme il piccolo Lieuwe iniziò a gareggiare all’età di otto anni. Gli promettevano un futuro brillante, ma la bici e soprattutto la vita da corridore non convinsero a fondo l’adolescente nativo di Mûnein. A sedici anni decise di smettere di pedalare, diventando un punto fermo delle feste private della zona. Di giorno lavorava come operaio stradale e di notte, nel fine settimana in particolare, frequentava brutti ambienti circondati di alcol e droghe. Una vita furibonda, non toccò la bicicletta per quasi sette anni. Poi decise di porre fine a quell’esistenza selvaggia e riprese ad allenarsi. Pesava quasi 90 chili, furono anni di dura preparazione tra l’incredulità dei più. Poi a 26 anni, dopo tre stagioni in una Continental locale, passa professionista con la Vacansoleil. È il 2009 e comincia fin da subito a vincere, imponendosi come cronomen di grande talento. Diversi successi e ottimi piazzamenti, come il secondo posto nella generale della Parigi-Nizza 2012 dietro a Bradley Wiggins, ma anche tanto prezioso lavoro di gregariato. Quello che fulminò l’Astana, la quale lo ingaggiò nel 2013 e continuò comunque a concedergli giornate di libertà, dove Westra spesso si lanciava all’attacco. Centrava spesso la fuga e alla fine è finito per fuggire dal ciclismo stesso e oggi, purtroppo, per cause e modalità ancora non note, anche dalla vita.

Lieuwe Westra si confida con alcuni giornalisti al termine della 19esima tappa del Tour de France 2014

Dopo il ritiro Westra andò a vivere in Australia, perché la moglie era di lì. La depressione è ancora un brutto mostro che invade le giornate di Lieuwe e così prova a cambiare di nuovo ambiente. Nel 2019 insieme alla moglie torna in Europa, si stabiliscono in Spagna, a Calpe, e insieme avviano un albergo dedicato in particolare ai ciclisti. Le cose sembrano acquisire un certo equilibrio, positivo, e Westra rilascia un’intervista per annunciare la fine della sua malattia, rivelando di aver superato una lunga battaglia legale con il suo ex procuratore André Boskamp, fino ad allora rimasta nascosta. «Su più fronti ho combattuto e ho vinto. Ha smesso di prendere antidepressivi e non ho avuto ricadute. Sono contento di non essermi arreso nella causa contro Boskamp, la verità e venuta fuori e ne sono orgoglioso». Un Westra sorridente e sereno sembra davvero riuscito a scacciare i propri demoni, affermando di aver ripreso la bicicletta per pedalare anche con i suoi clienti. Si libera anche dei fantasmi del passato, pubblicando una biografia scritta con Thomas Sijtsma. Nel libro l’ex corridore olandese ammise di essersi dopato: «Mi iniettavo il cortisone per poter correre più veloce: si cercavano tutti i modi per competere con i grandi».

Poi arriva la Pandemia che spezza quella tela sottile che Westra stava cominciando a tessere con energia. L’attività fallisce, l’albergo chiude e divorzia con la moglie. Scosse che risvegliano le brutte vecchie abitudini, favorite probabilmente dal ritorno in Olanda nei luoghi natali che frequentava da adolescente. Dopo essere tornato dalla Spagna, è ricaduto infatti nella sua vecchia vita, tornando a frequentare cattivi ambienti, a fare uso massiccio di alcol e droghe, ricadendo probabilmente ancora nella depressione. Un male che rimane nascosto, pronto a colpirti di nuovo nelle difficoltà. «Westra non sapeva davvero più cosa fare di se stesso. Dopo quelle delusioni stava cercando, senza trovarlo, un posto nella società al di fuori del ciclismo. Senza la bici è stato molto difficile per lui». Parole del biografo Sijtsma, che ha annunciato quest’oggi la morte di Westra su Twitter. Una scomparsa avvolta ancora dal mistero. Sijtsma ha escluso, però, che possa trattarsi di suicidio.

In ogni caso siamo ancora davanti ad un altro ciclista lacerato da questo sport, da cui ne è uscito più male che bene. È storicamente riconosciuto che la ruotine dell’atleta, in particolare nel ciclismo, quando si interrompe non è facile proseguire in serenità la propria vita. Bisogna trovare dei saldi punti di appoggio a cui aggrapparsi: c’è chi resta in questo mondo, chi si dedica a pieno alla famiglia, chi comincia nuove coinvolgenti avventure. Ma spesso le difficoltà sopraggiungono durante la carriera stessa, sempre più ricca di pressioni e frenetica, in continua rincorsa, e basta poco per inciampare in qualcosa di oscuro come la depressione. La sensazione è che i sempre più frequenti casi di ritiro anticipato, a partire dall’ultimo eclatante addio di Tom Dumoulin («Non ce la faccio più, ora vivrò»), non siano dei fuochi di paglia, ma degli esempi sui cui riflettere a lungo. Da anni i corridori sono alla continua ricerca del limite su ogni aspetto, una “caccia” ambientata in una giungla che non ammette passi falsi, a partire dalle categorie giovanili. Siamo sicuri che sia questo il modo migliore per vivere il ciclismo? La storia di Westra ci dice di no: salito in bici per disintossicarsi, ne è uscito in depressione trovando la morte a 40 anni.