TOUR DOWN UNDER 2023 / Damiani: «Consonni può vincere tanto, Cimolai lo vedo bene come ultimo uomo»

Damiani
Roberto Damiani, direttore sportivo del Team Cofidis, durante i preparativi del Tour Down Under 2023
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Nonostante faccia parecchio caldo, Roberto Damiani ricorda dei Tour Down Under più bollenti. «Ad esempio – racconta – sembra scongiurato il pericolo incendi, che invece monopolizzarono l’edizione del 2020. E ricordo un anno in cui c’erano quaranta gradi tutti i giorni. Un giorno toccammo i quarantaquattro, peggio del Tour. Per ammortizzare l’urto del fuso (dieci ore e mezzo la differenza tra l’Italia e Adelaide, ndr) abbiamo spostato gli orari dei nostri corridori quand’erano ancora in Europa, facendoli allenare anche con qualche strato in più per abituarsi alle temperature australiane. Speriamo abbia funzionato”.»

Roberto, ci sono Coquard e Cimolai. Chi dei due sarà il velocista di riferimento?

«Ne parlavo con Davide proprio pochi giorni fa. Ha esperienza e professionalità, secondo me è arrivato ad un’età (33 anni, ndr) in cui deve capire se è carne o pesce. Non può permettersi di rimanere nel limbo, non se lo merita».

Ma voi avevate ingaggiato un corridore che aveva sfiorato la vittoria di tappa al Giro.

«È vero, ma consapevoli anche che in passato era uno dei vagoni del treno di Démare. Ecco, Cimolai per me può ripercorrere le orme di Guarnieri. Ha le capacità e l’affidabilità per farlo, in più tra lui e Coquard si sta instaurando un bellissimo rapporto».

Cimolai come l’ha presa?

«Abbiamo cominciato a parlarne, non sono imposizioni. È normale che voglia farsi qualche domanda e capire cosa può ancora ottenere in prima persona. E poi non siamo scemi, se dovesse dimostrare di stare bene avrebbe certamente le sue chance».

E Consonni, invece? Che idea ti sei fatto di lui?

«Un ragazzo serio e appassionato che ha vinto molto meno di quello che avrebbe potuto. I motivi sono due: il grande impegno in pista, che tra l’altro Cofidis ha sempre appoggiato e incentivato, e un rispetto talvolta esagerato nei confronti di Viviani».

Cosa intendi con esagerato?

«In alcune occasioni Simone stava palesemente meglio di Elia, sicché io gli dicevo: ma perché oggi non provi tu a fare risultato? Ma niente, non ci sentiva. Finché c’è Elia lavoro per lui, diceva».

Cosa ti aspetti da lui?

«Ha ancora molti margini di miglioramento, nessuno conosce i suoi limiti, nemmeno lui. Può vincere ancora molto. Verrà al Giro e l’obiettivo è una tappa. Il sogno rimane la Sanremo, la classica che sente di più e che gli si adatta meglio».

L’anno scorso, alla Paris-Chauny, ha battuto Groenewegen e De Lie. Cosa vuol dire?

«Che è veloce e ha talento, infatti si butterà anche nelle volate di gruppo. Per anno ha fatto l’ultimo uomo, non ci si improvvisa capitano dall’oggi al domani. Dategli tempo e vedrete il vero Consonni».

Ad un anno di distanza, cosa non ha funzionato con Viviani?

«Professionista impeccabile con cui è rimasto un bel rapporto, voglio ribadirlo. Il 2020, il primo anno con noi, è stato il suo più duro: prima la brutta caduta proprio al Down Under e poi la pandemia gli hanno tagliato le gambe. E poi non dimentichiamoci le Olimpiadi, un impegno che porta via tempo e concentrazione».

Tornando indietro cosa cambieresti?

«Lui forse non si è mai ambientato del tutto, ma noi abbiamo sbagliato approccio: non dovevamo intestardirci nel costruire un gruppo intorno a lui, ma soltanto metterlo nelle condizioni di rendere il più possibile».

I due fari rimangono Coquard e Martin, giusto?

«Decisamente sì. Coquard ha sfiorato grandi vittorie in carriera, probabilmente le avrebbe raggiunte se ogni volta non avesse dovuto fare tutto da solo. Martin è una garanzia: acuti pochi, ma il piazzamento è assicurato».

Ma forse potrebbe brillare di più.

«Sì, è vero, ma lui si prepara per fare classifica nelle grandi corse a tappe e ha una mentalità difensivista. Se sei sempre intorno ai primi dieci è difficile che il gruppo ti faccia andare in fuga tutti i giorni. Comunque uno come lui può assolutamente vincere una tappa al Tour o la maglia a pois».

Chi ti ha sorpreso nel 2022?

«Nessuna sorpresa, ma la soddisfazione di aver visto sbocciare il talento di Zingle. La tappa vinta all’Arctic Race of Norway è un manifesto, un’eccezionale sparata finale proprio come avevamo pianificato. Con le dovute proporzioni, mi ha ricordato Gilbert. Era un neoprofessionista, farà parlare di sé. In lui ho trovato il sano egoismo che contraddistingue i campioni».

Siete stati una delle squadre più coinvolte nel discorso delle retrocessioni. Che idea ti sei fatto?

«È un’idea che condivido, le categorie e i punti ci sono in ogni sport, nulla di strano. Discuto soltanto le tempistiche: qualche giorno fa l’Uci ha finalmente dato più dignità ad una vittoria di tappa in un grande giro, ma perché dirlo adesso? I cambiamenti vanno comunicati per tempo, una squadra si muove di conseguenza anche sul mercato. A gennaio, ormai, è tutto deciso».

Trovi che il ciclismo ne esca snaturato?

«A volte sì, ma purtroppo dobbiamo adattarci. Non si può far finta che i punti non esistano. Come dico sempre ai miei, non è che a vincere non si facciano punti. Quindi avanti tutta, sempre, con una mentalità vincente. Il giorno in cui partirò arreso, senza nemmeno voler provare a vincere, sarà il giorno in cui smetterò».