Sono stati 104 i ciclisti che hanno perso la vita sulle strade italiane nei primi otto mesi dell’anno nell’immediatezza dell’incidente, cui si debbono aggiungere i decessi avvenuti a distanza di giorni o settimane negli ospedali dopo il ricovero. Sono i dati forniti dall’Associazione sostenitori Polstrada (Asaps) ieri, dopo l’uccisione di Davide Rebellin. E dobbiamo aggiungere il ragazzo ucciso ieri sera nel ferrarese putroppo.
Il numero, 104, fa paura: ma dietro c’è di più. Famiglie devastate dalla violenza stradale. Marco Scarponi, che nei cinque anni e mezzo trascorsi dall’omicidio di suo fratello Michele ha dedicato la sua esistenza a fare in modo che non debba succedere più a nessuno quello che è toccato a loro, quando ha saputo dell’ennesima tragedia ha dovuto constatare una volta di più quanto «poco è stato fatto in questi cinque lunghi anni. Sulle strade italiane sei un bersaglio, un disturbo. Non abbiamo istituzioni capaci di mettere al centro la persona, di pensare a una mobilità per tutti».
La Fondazione Scarponi porta avanti progetti, va ogni giorno nelle scuole, ma il messaggio fatica ad arrivare. «Penso continuamente a cosa si può fare. Piste ciclabili se ne stanno costruendo ma, al di là che non sono costruite benissimo, spesso non si trovano in città o nei centri abitati e poi non possono trovarsi dovunque. All’estero ci sono esempi di “città 30” che potrebbero essere ripresi anche in Italia. Un limite di velocità come processo educativo per una strada più democratica».
Scarponi parla di Paese incivile. E ci chiede di fare attenzione alle parole: «Quello di Davide non è destino, è un omicidio». Dunque smettiamo di parlare di incidenti, per rispetto delle vittime, delle loro famiglie. Ricordiamoci che può toccare a tutti. E smettiamola di chiederci perché tutte le squadre vanno ormai in ritiro in Spagna, e di fare i conti dell’indotto perduto: i corridori vanno in Spagna perché sulle strade spagnole c’è più rispetto, e pedalare è più sicuro.














