Samuel Quaranta: «Chiedo a me stesso un salto di qualità. Mi ispiro a Viviani e sogno una tappa al Giro»

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Samuel Quaranta che esalta vincendo Gran Premio Calvatone 2022 davanti a Quartucci e Bagatin (foto: Rodella)
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Samuel Quaranta si è innamorato del ciclismo andando a guardare le corse di suo papà Ivan vicino casa. L’adrenalina delle volate, gli spalla a spalla con Cipollini e Petacchi, l’emozione di vederlo alzare le braccia al cielo. Samuel piano piano si è preso i suoi spazi, crescendo con regolarità e migliorando sempre di più il proprio spunto veloce.

Due anni fa l’approdo tra gli Under 23 alla Colpack, dove suo padre lavora come direttore sportivo. Il primo anno è stato di rodaggio, ma fin da subito ha fatto vedere a tutti di avere una buona attitudine con le vittorie. Primo al Trofeo Arcadia, poi ancora primo a Orsago. Per il 2022 voleva fare ancora di più, alzare l’asticella e continuare a vincere tra strada e pista, purtroppo però non tutto è andato come previsto, nonostante i due successi stagionali al Mantovani e al GP Calvatone.

Samuel, cos’è successo?

«Avevo lavorato molto bene durante l’inverno, sentivo di poter fare un grande inizio di stagione. Poi però ho preso il Covid e mi sono dovuto fermare un paio di settimane. Rientrando sono riuscito comunque a sfruttare quanto di buono fatto nella preparazione e così ho chiuso terzo alla Due Giorni per Bolis e primo al Mantovani».

E poi?

«E poi un nuovo stop. La mononucleosi mi ha tenuto fermo ben otto settimane, facendomi sentire debole e totalmente senza forze. A quel punto ho dovuto “inseguire” per tornare in una forma accettabile. Dopo aver faticato un po’ è arrivato il finale di stagione, che non è totalmente da buttare, visto che è arrivata la vittoria a Calvatone e i piazzamenti a Lastra a Signa, a Livraga e alla Astico-Brenta».

Due vittorie come lo scorso anno…

«Sì, ma non sono totalmente soddisfatto. Sinceramente mi ero messo in testa di vincere di più, di partecipare a corse di primo piano e di farmi valere nelle corse internazionali e nelle nazionali più prestigiose. Per tutto quello che mi è successo, due vittorie e molti piazzamenti sono comunque un risultato importante, ma io sono fatto così, voglio sempre di più e non mi accontento mai».

Quali sono le corse a cui ti sarebbe piaciuto partecipare?

«Sicuramente il Giro d’Italia. In squadra abbiamo degli ottimi velocisti, ma mi sarebbe piaciuto quanto meno lottare per meritare la convocazione. Con la mononucleosi invece mi sono “autoescluso” e questo mi ha dato molto fastidio. Poi penso alla Vicenza-Bionde, al Circuito del Porto e perché no anche alla nazionale. Senza dimenticare la pista: la delusione più grande è non aver corso gli Europei U23».

Come stai gestendo i due impegni tra strada e pista?

«La Colpack in questo mi aiuta molto, è una squadra che non nega a nessuno la possibilità di andarsi ad allenare in pista. Io infatti una o due volte a settimana sono a Montichiari con Marco Villa e il resto della nazionale. Cerco di fare dei lavori che sono complementari anche alla strada e viceversa. Sono del parere che una cosa non escluda l’altra e, fortunatamente, la pensano così tutti nel giro della nazionale, anche perché io sono nato in pista, al velodromo di Dalmine, e non potrei mai lasciarla».

Stai imparando guardando i più grandi?

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«Assolutamente sì, ci capita molto spesso di allenarci con Consonni, Ganna, Milan, Lamon, Scartezzini e Viviani, ragazzi che hanno vinto medaglie d’oro alle Olimpiadi, ai mondiali e agli Europei. Insomma, mi trovo nella stessa pista dei migliori al mondo e posso chiedere loro consigli e delucidazioni. Non sono una persona timida, quindi mi capita spesso di confrontarmi con loro».

Tra tutti chi vorresti provare ad emulare?

«Senza dubbio Viviani. Elia per me è una sorta di mito. Ha vinto tanto su strada con tappe al Giro, al Tour e alla Vuelta, classiche e l’Europeo, ma anche in pista. Il suo oro alle Olimpiadi di Rio nel 2016 ha aperto la strada a tantissimi ragazzi, è stato lui a dare il via a questo movimento che ad oggi è al vertice del ciclismo internazionale. Fare anche la metà di quello che ha fatto lui mi renderebbe davvero orgoglioso».

Papà Ivan Quaranta ti aiuta?

«Mi è molto vicino, ma mi tratta come tutti gli altri. Io, come ciclista, sono solo uno dei suoi tanti ragazzi. E io ci tengo ad avere questo rapporto “lavorativo”, perché voglio farmi un nome nel mondo senza che la gente dica “lui è lì perché è il figlio di Ivan Quaranta”».

Samuel Quaranta vince il Trofeo Mantovani 2022 (foto: Rodella)

Per voi della Colpack non è stato un anno semplice…

«Nel 2021 era andato tutto alla perfezione, vincevamo ovunque e non abbiamo avuto problemi di alcun tipo. Quest’anno qualsiasi cosa poteva andare storta, è andata storta. Tra infortuni, Covid e problemi di salute non abbiamo potuto mettere in campo le nostre armi migliori. Penso a me, Gomez, Persico, Della Lunga, Petrucci, Umbri…»

Credi comunque di essere cresciuto rispetto allo scorso anno?

«Nonostante le sfortune, sento di essere migliorato soprattutto di testa. Vi faccio un esempio: se avessi avuto tutti questi problemi lo scorso anno o quando ero juniores, probabilmente mi sarei abbattuto entrando in un circolo vizioso. Invece l’ho presa con maturità, mi sono allenato quanto potevo, cercavo di guardare il bicchiere sempre mezzo pieno. Per dire di essere cresciuto ciclisticamente aspetterò il 2023…»

Dove credi di dover migliorare ancora?

«Sono veloce, ma anche resistente nelle salite brevi. Insomma, non mi definirei un velocista puro, piuttosto un corridore alla Trentin o alla Nizzolo. Vorrei migliorare la mia punta di velocità massima per essere ancora più decisivo negli sprint e prendere più coraggio quando si tratta di buttarsi nella mischia».

Come approccerai il 2023? Che obiettivi ti metterai?

«Mi rimetto gli stessi obiettivi che mi ero posto per questo 2022, con un’aggiunta: cercare di passare professionista. Quello è il mio sogno e il terzo anno può già essere decisivo. Vorrei partecipare al Giro d’Italia Under 23 e provare a vincere una tappa, ma anche vestire la maglia della nazionale. Ecco, chiedo a me stesso un salto di qualità».