Dalla Danimarca arriva Foldager: «Adesso basta piazzamenti, devo vincere: magari al mondiale»

Foldager
Anders Foldager in una foto d'archivio al Giro Under 23
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«Ero a casa, in Danimarca, quando è partito il Tour – racconta Anders Foldager, danese alla terza stagione tra i dilettanti e da quest’anno alla Biesse-Carrerae sinceramente non credevo ai miei occhi. Che il ciclismo fosse uno dei nostri sport preferiti lo sapevo, ma non immaginavo un’attenzione del genere. A quel punto mi sono detto: devo farne parte, devo essere uno dei corridori danesi che arriva nel professionismo e lascia il segno».

Anders, ma è più una gioia o una responsabilità?

«Entrambe. Direi che dipende dal contesto: in quel momento, essere uno dei danesi del gruppo dev’essere stata una bella soddisfazione; magari, quando la Danimarca partecipa ad un mondiale ed è considerata una delle squadre di riferimento, allora entrano in ballo le responsabilità. Non si può avere l’una senza l’altra, credo».

Tu come ti sei appassionato al ciclismo?

«Il ricordo più vivido delle mie estati d’infanzia è il Tour de France. Lo guardavo sempre, in qualsiasi circostanza. Potevo essere a casa oppure in vacanza, nessuna differenza: c’era la Grande Boucle a scandire il mio tempo. E poi, puntualmente, inforcavo la mia bicicletta e pedalando nei dintorni immaginavo di essere un campione».

Qualcuno in particolare?

«No, che io ricordi. Bastava che vincesse qualcuno della Saxo Bank e io ero contento, a maggior ragione se il corridore in questione era danese. Lo scorso anno sono rimasto scioccato dalla morte di Chris Anker Sorensen: era uno dei corridori che amavamo e rispettavamo di più, spesso nei miei ricordi affiora il suo nome».

Alto 1,81 per 66 chili, fin qui ti sei distinto come un corridore da classiche. Sono le corse che prediligi?

«Sì, senza dubbio. Non ho le caratteristiche per provare a fare classifica in un grande giro, mentre invece nelle corse di un giorno posso dire la mia. Se mi immagino nel gruppo del Fiandre o della Roubaix, mi emoziono. Anche se, adesso che ci penso, sul pavé non ho mai corso più di tanto. Però credo di poter imparare in fretta».

Quando ti sei reso conto d’avere più talento dei tuoi coetanei?

«Io non sono mai stato il migliore, se è questo ciò che intendi. Non ho mai vinto tanto, non sono mai stato un dominatore. Però avevo, e ho tuttora, una grande passione per questo sport e la voglia di migliorare sempre di più. Da piccolo ho giocato anche a calcio e pallamano, mi sono cimentato nel nuoto. Ma niente mi ha preso come il ciclismo».

Perché? Riesci a darti una spiegazione?

«Avevo diversi amici che pedalavano e col tempo si è instaurata una sana rivalità. Ad un certo punto mi sono reso conto che volevo battermi con loro e allo stesso tempo batterli. E così si arriva ai buoni risultati della passata stagione che mi hanno permesso di entrare in contatto con la Biesse-Carrera di Milesi e Nicoletti».

Perché hai scelto proprio l’Italia?

«I motivi sono tanti. C’è una cultura ciclistica quasi senza eguali, il calendario dilettantistico è forse il più completo in circolazione e conoscevo già alcuni ragazzi danesi che avevano intrapreso lo stesso viaggio rimanendo molto soddisfatti. Certo, non è stato semplice: si parla una lingua che non conosco e si vive lontani da casa. Ma è il prezzo da pagare, non ci sono alternative. E comunque mi trovo benissimo».

Dove vivi?

«In un appartamento della squadra a Osio Sotto, vicino a Bergamo. A volte sono solo, altre volte in due, altre volte ancora la casa si popola. Quando non pedalo non faccio niente di particolare: dallo scorso anno, ovvero da quando mi sono diplomato alla business school, ho deciso di concentrarmi unicamente sul ciclismo».

Sesto alla San Geo, secondo al Fubine, di nuovo sesto a San Vendemiano, quinto al Belvedere, terzo al De Gasperi, quarto alla Zappi, secondo e ancora quarto in due tappe del Giro, quarto anche nel Trofeo Gavardo: hai qualche rimpianto?

«L’unico rimpianto è quello di non essere ancora riuscito a centrare una vittoria, ma non ne ho di particolari. La verità è che sono soddisfatto della mia prima parte di stagione, non pensavo di andare così bene. Se continuo così, inevitabilmente la vittoria arriverà».

Milesi e Nicoletti sono rimasti colpiti dal tuo impatto. Nel 2023 sarai già professionista?

«Sono nato nel 2001, quindi sono al terzo anno, non ho una fretta esagerata. Qualcosa si sta muovendo, ma di offerte concrete non ne ho ancora ricevute. Se dovessero arrivare le prenderò in considerazione, si capisce, ma rimanere un altro anno alla Biesse-Carrera potrebbe essere una buona idea: crescerei con più calma, magari vincendo quelle gare che mi sono sfuggite quest’anno».

Come ti descriveresti?

«Vedendo le scelte che ho preso fin qui, direi determinato e ambizioso. Per il resto, tranquillo e mi auguro di compagnia. Per il resto chiedete a Marco e a Dario, a loro sicuramente qualche difetto viene in mente».

Se tu potessi scegliere una gara da vincere da qui alla fine della stagione, su quale andresti?

«Sul campionato del mondo, non ho dubbi. E’ la corsa delle corse e permette a chi vince di indossare una maglia splendida. Spero di far parte della nazionale danese che si giocherà la maglia iridata degli Under 23 a Wollongong. Il percorso sembra buono per un corridore con le mie caratteristiche e io correrò per vincere: adesso non è più il momento di accontentarsi dei piazzamenti».