Ferragosto con BS / Quel cicchetto di Pantani che Garzelli non dimentica

Garzelli
Garzelli con Marco Pantani: i due sono stati compagni di squadra alla Mercatone Uno.
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Per festeggiare Ferragosto, ripubblichiamo alcuni articoli storici e le interviste più apprezzate dai nostri lettori. Quello che vi proponiamo è un un divertente incontro di Tony Lo Schiavo con Stefano Garzelli, pubblicato sul BS di dicembre 2023. Il varesino, professionista per ben 16 anni, ripercorre la sua carriera: i primi anni insieme a Pantani, il dramma del Chiunzi, lo shock di Campiglio e il Giro del 2000, quando il romagnolo lo aiutò a vincere l’agognata maglia rosa. Poi un tourbillon di squadre (e tante altre affermazioni) prima di approdare in Rai e di commentare le imprese dei fuoriclasse di oggi.

Stefano Garzelli è stato tante cose. Un ragazzino che per seguire l’esempio del fratello maggiore voleva correre in bici. Un professionista di alto livello. Un direttore sportivo che amava trasmettere ai ragazzini la sua passione. Un commentatore televisivo molto apprezzato. Eppure, racconta lui stesso, è una persona riservata, che non ama parlare troppo. E forse per questo non ha mai goduto di quella popolarità mediatica che un corridore con la sua storia avrebbe meritato.

Hai cominciato a correre all’età di dieci anni. Un bambino precoce?

«Correva mio fratello e nel mio paese, Besano, c’era una squadra di ragazzini. Ho cominciato un po’ per gioco, un po’ per emulare mio fratello».

Hai fatto tutte le categorie giovanili: quattordici anni in bicicletta prima del professionismo!

«Sì, non vincevo molto, due, tre corse all’anno. Ma erano tutte gare importanti, prestigiose».

Come mai sei passato così tardi? Avevi 24 anni quando hai firmato con la Mercatone.

«Ero già elite. E per strappare un contratto ho dovuto vincere il piccolo Giro di Lombardia, la mia ultima opportunità per il professionismo. Ho vinto quella corsa da solo perché non avevo compagni di squadra».

È stato Giuseppe Martinelli a “scoprirti”.

«Correvo nella Resina Brescialat, con Pierino Gavazzi, a due passi da casa di Martinelli. Lui mi seguiva e so che ne parlava con Pierino. Non vincevo tantissimo. Il giorno dopo la vittoria al Lombardia, Beppe mi propose il contratto».

Ed arrivasti nel regno di Pantani.

«Fu un’emozione molto grande. Non c’era ragazzo in quel momento che non sognasse di trovarsi al tavolo con Pantani. E d’altra parte per me significava passare dalle scuole medie all’università. Un salto grande che stimolava ed intimidiva».

Come fosti accolto?

«Il mio approccio fu molto timido, parlavo poco. Proprio il primo giorno mi presentai a colazione con cinque minuti di ritardo e lui subito mi apostrofò: “Giovane, non funziona così!”».

E tu?

«Marco aveva un carisma infinito. Ti metteva soggezione. Io stavo nel mio territorio. L’approccio è stato bello, ma avevo timore e rispetto».

Come ti gestivi?

«Mi sono sempre impegnato al massimo e lui capì in fretta che tipo ero».

Subito al Giro al primo anno tra i grandi.

«Non era previsto, ma qualche settimana prima mi chiamò “Martino” per dirmi che Marco mi voleva al Giro. Io rimasi sorpreso perché non avevo mai fatto una corsa così lunga e non sapevo cosa avrei potuto fare, non conoscevo i miei limiti».

E Marco?

«Era l’indiscusso capitano ed io gli ero devoto. Era un ragazzo anche timido, introverso, ma quando parlava era un capitano nato».

Ma sul Chiunzi…

«Ero dietro a lui, quando cadde. E restammo al suo fianco per capire cosa potesse accadere. Poi, ad una decina di chilometri dal traguardo, Martino mi disse di andare via».

Stupì molti il tuo rendimento nella terza settimana di quel Giro.

«Anche me, perché come ho detto non avevo esperienza. Andavo bene. Non che fossi un fenomeno, ma vedevo che gli altri calavano ed io miglioravo. Senza il ritardo del Chiunzi avrei chiuso al quarto posto in classifica. Lì ho capito che avrei potuto ottenere al Giro dei buoni risultati».

La corsa rosa è sempre stata al centro della tua stagione.

«Per un italiano che corre con una squadra italiana, in quegli anni, era inevitabile. Grazie al Giro, vinsi un grande Giro di Svizzera nell’anno in cui Marco aveva preso la maglia rosa. Ero uscito con una condizione incredibile e volavo letteralmente».

Cosa ricordi del Giro di Marco?

«Nella crono di Trieste, Marco prese una brutta botta. Zulle gli aveva dato un distacco che non immaginavamo. Ma lui non si perse d’animo. Ci credevamo nella vittoria finale. Ci mettemmo ai suoi ordini e con un forcing continuo ne facemmo fuori uno alla volta: Zulle, Guerini, Tonkov».

Prese la maglia in Val Gardena.

«Era la sua prima maglia rosa. Ho un ricordo nitido di quel giorno. Lui arrivò con Guerini, che vinse la tappa. Io arrivai qualche minuto dopo e sul traguardo incrociammo gli sguardi. Vidi nei suoi occhi una felicità incredibile. Lo sguardo di un bambino che scarta il suo più bel regalo di Natale».

Com’era correre con Marco?

«Non era facile. Era complicato stargli vicino, perché parlava poco e non era facile capire cosa gli passava per la testa».

E fuori dalle corse?

«In gara Marco era tosto, severo, non ammetteva errori o distrazioni. Ma fuori era un ragazzo che sapeva essere socievole e riconoscente. Ricordo quando andavamo a fare le partite di calcio… Insomma, un amico».

Dalla gioia della Val Gardena all’incubo di Madonna di Campiglio.

«Prima di andare via dall’hotel, radunò tutta la squadra nella sua camera e ci disse: “Ragazzi, mi hanno fregato!”».

Cosa pensi sia successo?

«Non riesco a farmene un’idea. Aveva un vantaggio tale che doveva preoccuparsi solo di non cadere. La sera prima con Cannavò, il direttore della Gazzetta, si facevano progetti per il futuro… Non aveva nessun senso. E, d’altra parte, se a distanza di 24 anni se ne parla ancora vuol dire davvero che quel giorno è successo qualcosa di anomalo».

Poi è arrivato il tuo momento!

«Ero carico, avevo voglia di correre il Giro. Sarei stato il capitano della squadra. Non si sapeva cosa avrebbe fatto Marco e in che condizioni si sarebbe presentato. Solo una settimana prima Giuseppe Martinelli mi informò che Marco ci sarebbe stato».

Che effetto ti fece la notizia?

«Per me non era la stessa cosa. Avevamo due modi di correre molto diversi e per la squadra non era facile gestire quella situazione».

E Marco?

«Io pensavo che per lui fosse difficile, ma lui ci credeva ed io avevo preso l’impegno di correre al suo fianco, il capitano era lui. E se dicevo una cosa, la facevo: non avrei cambiato idea».

Quando ci fu la svolta?

«Sul San Pellegrino in Alpe. Mi resi conto che Marco era in difficoltà. Ero al suo fianco e vedevo che non andava avanti. Lo dissi alla radio, ma nessuno mi rispose. Insistetti, ma forse la radio non funzionava bene e quando mi resi conto che Marco perdeva terreno andai via da solo, mentre con lui rimase il resto della squadra. Arrivai secondo. Da quel momento in poi ho potuto muovermi con più libertà, anche se la squadra restava al fianco di Marco».

E arriviamo a Briancon…

«Quel giorno la prestazione di Marco fu impressionante. Ricordo sul Colle dell’Agnello, io ero nel gruppo di testa con Casagrande, maglia rosa, ed altri. Mentre salivamo sentivamo il boato della folla che saliva dai tornanti di sotto. Quel boato accompagnava Pantani che era al nostro inseguimento. Ci raggiunse e mi diede due borracce… capite? Pantani mi portava le borracce!».

Era in grandissima giornata.

«Non immaginate quanto! Volava. Sull’Izoard poteva fare quello che voleva. Mi ha tirato il collo, poteva staccare tutti, invece è rimasto al mio fianco e mi ha aiutato».

Eppure l’anno dopo lo hai lasciato per la Mapei.

«Ci siamo lasciati benissimo, ma era normale che dopo aver vinto un Giro avessi l’aspirazione di vincerne un altro e avevo la consapevolezza che restando con Marco il capitano non poteva che essere lui. Era logico e legittimo».

Non hai mai avuto un gran feeling con il Tour.

«In quegli anni solo Pantani è riuscito ad essere competitivo al Giro ed al Tour. Per chi preparava il Giro era difficile essere competitivo in Francia. Tanto più che c’erano corridori che preparavano solo il Tour. Poi, a dire il vero, con il grande caldo non ho mai avuto una buona resa».

Anche con le classiche forse avresti potuto raccogliere di più…

«Ho mancato una Liegi per un soffio… Sono andato in fuga a 70 chilometri dal traguardo con un gruppetto, andavo veramente forte. E quando ho fatto lo scatto, sul Saint Nicolas, che speravo potesse permettermi di rimanere da solo, Bettini, intelligentemente, con uno sforzo si riportò a ruota costringendomi poi al secondo posto».

Null’altro?

«Ho vinto Francoforte e ai tempi della Mapei volevano farmi provare il Fiandre, ma puntando al Giro non potevo correre il rischio di una caduta che avrebbe poi compromesso la stagione».

La sfortuna di piccoli infortuni, però, ti ha compromesso più stagioni. Un vero peccato…

«È vero. Una caduta, un’influenza e la preparazione o il Giro stesso veniva compromesso».

Poi hai cambiato le tue strategie.

«Quando ho capito di non essere più competitivo, ho cambiato i miei obiettivi cercando di conquistare tappe. Uscivo di classifica per godere di una maggiore libertà. Ma credetemi, per uno abituato a lottare per la classifica uscire volontariamente dalla competizione è difficile. Sei realista, ma ne soffri».

Poi una Tirreno-Adriatico…

«È una vittoria di cui sono particolarmente orgoglioso. Avevo trentotto anni e mi ero messo in testa di essere competitivo anche davanti ai giovani emergenti. Essere riuscito a vincere è stato per me decisamente gratificante. Avevo vinto la scommessa con me stesso».

Nel 2013, dopo sedici anni di professionismo, un altro mestiere…

«La Rai. Mi piace moltissimo, mi diverte, mi appassiona. Non è stato facile, all’inizio, ma studiando, facendo pratica, ascoltando i consigli cerco di migliorare sempre».