Vent’anni senza Pantani, Cassani: «Il ciclismo di oggi è nato con lui»

Pantani
Marco Pantani, Davide Cassani e Giuseppe Martinelli ai tempi della Mercatone Uno
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«Era un rito. Aspettavi il momento del suo attacco, sapevi che sarebbe arrivato. Aspettavi di vederlo portarsi avanti, voltarsi, togliersi la bandana, e poi partire. E sapevi che non ti avrebbe deluso». Davide Cassani era addetto stampa della Mercatone Uno quando, nel 1997, Marco Pantani tornò alle corse dopo il grave infortunio della Milano-Torino 1995. I due ebbero quindi l’occasione di conoscersi meglio, di trascorrere insieme quella che per Marco fu la stagione del ritorno ad alti livelli. Nel 1998, invece, Cassani era commentatore alla Rai, e raccontò la straordinaria doppietta Giro-Tour.

Cassani, chi era Marco Pantani?

«Forse non si è mai riusciti a capire chi era davvero, per tutto quello che è successo. Sta di fatto che era un ragazzino che, fin da giovane, ha capito che con la bicicletta ci sapeva fare e anche tanto, che il ciclismo poteva portarlo in cima al mondo. E in cima al mondo ci è arrivato: purtroppo non è riuscito a restarci, ma quello che ha fatto è stato davvero emozionante. A distanza di 20 anni dalla morte siamo ancora qui a parlare di lui, al Giro d’Italia è ancora il corridore più applaudito e osannato con scritte sull’asfalto e striscioni».

Cosa aveva di speciale Marco?

«Era un ragazzo minuto, che fisicamente non aveva nulla a che fare con i Superman tanto osannati. La sua forza era proprio questa: un ragazzo normale che faceva cose straordinarie. Anche un giovane bersagliato dalla sfortuna, per tutto quello che gli è successo prima di approdare alla Mercatone Uno. Ma sapeva emozionare: tutti accendevamo la tv per vedere cosa avrebbe fatto, molti guardavano le corse solo per lui. E oggi siamo ancora qui a dire: “Marco ha lasciato il segno”».

Hai avuto la fortuna di conoscere Pantani personalmente: com’era il vostro rapporto?

«Non eravamo amici intimi, ma una serie di circostanze ed esperienze ci accomunano. Abbiamo corso entrambi alla Carrera, anche se in epoche diverse, e prima ancora alla Giacobazzi, tra i giovani, con lo stesso direttore sportivo, Pino Roncucci. Soprattutto, però, ho fatto un anno al suo fianco come addetto stampa, il 1997. Ho avuto modo di conoscerlo meglio, di lavorare a stretto contatto con lui, di condividere gioie e dolori. Era un ragazzo particolare, forse unico: emergeva la sua timidezza, sempre con un velo di malinconia, ma poi dal suo viso veniva fuori quel sorriso dolce che non posso dimenticare. Era incredibile la sua forza di volontà, la sua costante voglia di sorprendere, di fare qualcosa di straordinario. Era un leader vero e proprio anche se parlava poco, era amato dai suoi compagni di squadra e da tutti coloro che lavoravano con e per lui alla Mercatone Uno».

Ancora oggi ti emozioni a parlare di lui.

«Quando parlo di Marco è inevitabile una grande malinconia, ma allo stesso tempo mi piace ripensare a tutto quello che ha fatto. Io sono un uomo di ciclismo, spesso mi capita di intervenire a eventi pubblici, incontri con gli appassionati. Quando iniziano le domande del pubblico, puoi essere certo che almeno una riguarderà Pantani. La gente è incuriosita, vuole sapere di Marco, vuole racconti, vuole qualcosa di inedito che ormai, 20 anni dopo, non c’è più. Questo perché i tifosi sono rimasti ammaliati, affascinati da Marco, c’è stato un vero e proprio innamoramento, non saprei definirlo in altro modo».

Il momento migliore della carriera di Pantani è stato lo straordinario 1998: cosa hai provato a raccontare le imprese del Giro e del Tour?

«Conoscendo l’uomo, raccontarlo era abbastanza facile. E pensare che al Tour non ci voleva andare, la doppietta non era programmata. Poi i piani sono cambiati: forse per la scomparsa di Luciano Pezzi, forse semplicemente per l’istinto che gli diceva che quello sarebbe stato l’anno giusto. Mi ricordo ancora che, quando Marco attaccò sul Galibier, qualche secondo prima in telecronaca azzardai che potesse scattare, e lo fece. Non ti deludeva mai».

Milioni di appassionati hanno assistito in diretta alle imprese del Pirata. La sensazione, però, è che Pantani continui a incuriosire e affascinare anche le generazioni più giovani, che non lo hanno visto all’opera.

«Assolutamente sì, perché Marco per tanti è quello che per me è stato Fausto Coppi. Io sono nato l’anno dopo la sua morte, ma ne ho sentito parlare così tanto che è come se l’avessi conosciuto. Per Pantani vale lo stesso, anche se ha vinto molto meno di Coppi. Ma non bisogna guardare solo il palmares, ma quello che un corridore ha trasmesso. E Marco, in questo senso, ha rappresentato un capitolo molto importante del ciclismo italiano e non solo. Poi, c’è un altro motivo per cui oggi in tanti parlano di Pantani».

Cioè?

«Il modo di correre dei grandi campioni di oggi, da Pogacar a Evenepoel e Van der Poel, ricorda quello di Marco: attaccano senza paura, non si fanno problemi a tentare azioni rischiose, e offrono agli spettatori corse bellissime. Il fatto che, quando si commentano le loro imprese, spesso continui a venire fuori il nome di Pantani la dice lunga sulla traccia indelebile che Marco ha lasciato».