
Era il 17 maggio del 2023 quando, durante l’undicesima tappa del Giro d’Italia, Tao Geoghegan Hart è caduto in discesa procurandosi una frattura dell’anca e del femore. Sono passati tre anni e mezzo, ma il britannico (passato nel frattempo dalla Ineos alla Lidl-Trek) non è mai tornato a esprimersi sui livelli precedenti all’infortunio. Adesso il vincitore del Giro 2020 è pronto per una nuova avventura, che lo vedrà indossare la maglia della EF Education-EasyPost.
«Tutto è iniziato con una conversazione molto interessante e personale con Jonathan Vaughters, fondatore e CEO di EF Pro Cycling», ha raccontato Geoghegan Hart, come si legge nel comunicato ufficiale che annuncia il suo trasferimento. «Abbiamo parlato a tu per tu delle difficoltà che ho incontrato dopo l’infortunio di tre anni fa, delle riflessioni a riguardo e delle opportunità per il futuro. In questa squadra ci sono molte persone che conosco da tempo, oltre a diversi corridori giovani che ho imparato a conoscere di recente e con i quali sono entusiasta di lavorare. A livello personale, l’obiettivo è cercare di ritrovare la condizione che avevo nei miei anni migliori: il potenziale massimo, il percorso per arrivarci e i risultati finali. È una prospettiva stimolante: entrare in un nuovo contesto, fatto di idee inedite, nuove prospettive e persone diverse».
«Nel ciclismo, in una frazione di secondo, può cambiare tutto», ha continuato il britannico. «Nulla, però, cambia te stesso. Dopo un incidente del genere, potresti avere obiettivi diversi per i sei-dodici mesi successivi, vivere un percorso di rientro differente e affrontare sfide nuove; eppure, per quanto mi riguarda, la mentalità e l’approccio rimangono sempre gli stessi. È l’estensione di ciò che molti corridori apprezzano nella quotidianità: mettere insieme i pezzi del puzzle, comprendere la propria risposta fisiologica individuale e le esigenze che mutano nel tempo, e valorizzare al massimo il proprio talento, il proprio patrimonio genetico e il contesto in cui ci si trova. Una motivazione concreta, per me, è la volontà di sentirmi davvero oltre quell’evento: per certi versi è così, per altri no – ed è sempre un aspetto interessante con cui confrontarsi. Tre anni e mezzo sono un lungo periodo, ma sono anche volati; non si ha necessariamente la sensazione di essere tornati esattamente al punto di partenza. È un’esperienza significativa, per un atleta. La si accetta per quella che è, cercando di dare il massimo, giorno dopo giorno».
«Non vedo l’ora che arrivino novembre e dicembre per iniziare questa nuova avventura. Qualche settimana fa, quando ho parlato con il capo dei direttori sportivi Charly Wegelius, gli ho detto che una delle cose che amo di più del ciclismo è quella sensazione che provi quando arrivi nell’hotel che ospita la corsa, con un fuoco dentro: la consapevolezza di aver svolto una preparazione eccellente nelle settimane o nei mesi precedenti, tenendo sempre bene a mente l’obiettivo, qualunque esso sia. Non vedo l’ora di tornare a provare quella sensazione».













