Tour de l’Avenir, dal ricordo di Baronchelli al sogno di Finn: «È stata la vittoria più emozionante della mia carriera»

Gianbattista Baronchelli, maglia gialla, e il fratello Gaetano durante il Tour de l'Avenir del 1973.
Tempo di lettura: 4 minuti

Sono passati cinquantatre anni dall’ultima vittoria di un italiano al Tour de l’Avenir, e noi siamo andati a ripescare nel cassetto dei ricordi. Abbiamo alzato la cornetta e abbiamo chiamato Gianbattista Baronchelli per ricordare quella magnifica estate del ’73 in cui, nell’arco di quaranta giorni, si aggiudicò il Giro Baby (oggi Giro Next Gen) e la corsa francese. È ancora oggi è l’unico corridore ad esserci riuscito, ma Lorenzo Finn lo insidia. L’azzurro ha vinto il Giro nel mese di giugno e adesso si schiera al via, oltralpe, come favorito. In mezzo secolo di cose ne sono cambiate, ma le emozioni restano più vive che mai perché quei giorni di gloria son difficili da dimenticare, vero Gibi?

Se le parlo di sensazioni, cosa si ricorda di quell’Avenir?

«Beh, intanto devo dire che quella è stata la vittoria più emozionante della mia carriera perché è maturata in modo abbastanza particolare».

Ovvero?

«Io non dovevo neanche andarci, avevo già firmato un contratto per la SCIC e quindi sarei passato professionista nonostante il regolamento che impediva il passaggio prima dei 21 anni. Sono andato subito in maglia gialla, ho vinto una crono in cui pioveva e anche sui Pirenei andai bene. Lasciai la vittoria a uno spagnolo ma io ero in testa a tutte le classifiche: generale, a punti, combinata, montagna…
Mancava metà Tour, avevo 5′ di vantaggio… non era una passerella ma era quasi fatta
».

Cosa accadde poi?

«A Bordeaux caddi, mi feci una ferita profondissima al ginocchio destro e i medici mi davano già per spacciato. Tenni duro però e arrivai a Parigi al Parco dei Principi indossando la maglia… la stessa dei professionisti, gialla, in lana (ride, ndr) e alla fine la vinsi davvero».

Cosa pensò nel momento della caduta? Le sembrò finito tutto?

«In quel momento presi la bici di mio fratello che era cinque centimetri più piccola, pensavo solo ad arrivare al traguardo e a perdere meno tempo possibile. Il problema fu dopo, quando iniziai a sentire un male incredibile».

I giorni successivi come andarono?

«Il giorno dopo arrivavamo a La Baraque. I primi venti chilometri i miei avversari ebbero un rispetto incredibile. Invece di fare il consueto pronti via allo sbaraglio come fanno i dilettanti, aspettarono di vedere se mi ritirassi per poi iniziare a correre, ma io non mollai e allora a quel punto iniziarono ad attaccarmi. Ad un certo punto dovetti partire io in contropiede come dimostrazione di forza, per far vedere che ce ne avevo ancora ed ero capace di lottare. E quindi da lì capirono che io non avevo alcuna intenzione di fermarmi».

È molto bello che i suoi avversari abbiano avuto così tanto rispetto per lei, non crede?

«È stato un riconoscimento grandissimo, ricordo di un grande rispetto avuto da Wolfgang Steinmayr che arrivò poi secondo dietro di me. Mi ritenevano il più forte e furono molto leali, fu veramente bello».

Di quell’estate ricorda altre sensazioni? Il caldo di cui parlano tutti oggi… c’era?

«Le prime due tappe furono tremende. Faceva un caldo pazzesco, si scioglieva l’asfalto e dovevamo correre prima che arrivasse il Tour. Alla sera condividevamo l’hotel con gli stessi professionisti che avevano già fatto una decina di tappe. Li guardavi in faccia e ti sembrava di vedere dei morti che camminavano. La nostra fortuna fu che dal terzo giorno vennero dei temporali e io mi esaltavo in quelle condizioni».

Perché ritiene la vittoria de l’Avenir come quella più bella della sua carriera? Eppure ha delle vittorie illustri anche nei professionisti.

«Arrivare a Parigi in maglia gialla anche se sei dilettante… è comunque arrivare a Parigi. E poi io mi divertivo molto più da dilettante che da professionista».

Ha trovato differenze nel passaggio tra dilettanti e professionismo?

«Sì, io da prof non sono mai riuscito a divertirmi veramente. Ci sono degli interessi, giustamente, devi ottenere dei risultati, ma io non sono mai riuscito a rendere come dovevo. Va detto che ho anche avuto tre episodi molto sfortunati».

Quali sarebbero?

«Beh, basti pensare che a causa di quella caduta a Bordeaux io ho ancora oggi la gamba destra più piccola della sinistra. Non ho mai più recuperato il tono muscolare che avevo prima. Nel ’74, invece, dopo aver fatto l’exploit al Giro d’Italia in cui arrivai secondo, caddi in un circuito per colpa di una bambina che attraversò la strada e mi ruppi il braccio. Feci tre operazioni con l’anestesia totale e il conto si presentò sullo Stelvio al Giro d’Italia dell’anno successivo. Crollai completamente e in seguito a delle analisi si scoprì che avevo dei problemi al fegato probabilmente legati ai vari interventi».

Torniamo al divertimento, è stato questo il segreto del successo all’Avenir?

«Sì assolutamente, perché mi sentivo forte, avevo delle doti eccezionali e dopo il Giro vinsi anche due corse importanti in Lombardia. Il morale era alto e non era come correre con i professionisti. Lì le cose cambiano».

In quei 19 anni, quanto era adulto e quanto era ragazzo?

«Fisicamente ero molto adulto, ma di testa purtroppo non ero per niente maturo. Non ero il Seixas della situazione… lui sarà teleguidato da dietro, ma non avevo l’intelligenza tattica di capire le situazioni e così via. Poi da pro le cose cambiano, quando vinci son tutti intorno a te, ma come inizi a perdere spariscono tutti. Io non ero abituato e mi hanno buttato un po’ in mezzo al gruppo. Dovevo entrare un po’ più tranquillamente ma le persone che erano in torno a me non capivano e mi hanno mandato allo sbaraglio. L’ho pagata, non è stato il massimo».

Chiudiamo con una domanda sul presente: di questo Finn che ne pensa?

«Se vincere il Tour de l’Avenir e fare doppietta come ho fatto io gli porta la mia sfortuna, allora non glielo auguro assolutamente perché lui è l’unica nostra grande speranza e in lui bisogna sperare perché il nostro ciclismo ha bisogno di un faro e di trovare un campione come è successo nel tennis con Sinner. Scherzi a parte, eccome se spero che vinca!».