Van der Poel e il rapporto di amore-odio con il Tour de France, dove ha scoperto un altro lato del ciclismo

Mathieu van der Poel sorride dopo aver vinto la nona tappa del Tour de France 2026, la terza in carriera alla Grande Boucle (foto: A.S.O./Thomas Maheux)



Al Tour de France Mathieu van der Poel ha scoperto un altro lato del ciclismo e di se stesso. Ha capito che non si corre solo per vincere, ma si può essere i più bravi anche ad aiutare i propri compagni. Che non esiste solo un genere di soddisfazione, ma pure che a volte si chiede troppo al proprio corpo e bisogna alzare bandiera bianca o accettare gli imprevisti. Il Tour ha formato van der Poel, l'ha fatto maturare sia come uomo che corridore. Un rapporto complesso, come avviene di solito con chi ha da insegnarti qualcosa. È per questo che a inizio stagione, annunciando a 31 anni la sua sesta partecipazione alla Grande Boucle, Mathieu ha dichiarato nel podcast Whoop di amare e odiare questa corsa. «Non sempre lì è andato tutto bene. Ma è parte della vita e dello sport, ci sono alti e bassi. Quando sei un po’ più vecchio, è più facile accettarlo. Per questo più passa il tempo più mi piace andare al Tour. Una gara in cui ho vissuto molti momenti difficili, dai quali ho imparato ad apprezzare maggiormente quelli buoni». E in carriera di gioie van der Poel ne ha raccolte tante. L'ultima proprio al Tour nella tappa di ieri, una delle pochissime adatte alle sue caratteristiche in quest'edizione. Tre per l'esattezza, considerando quella conclusiva di Parigi, per via del passaggio a Montmartre, e la quarta, quindi già passata, in cui ha ammesso di non aver avuto le gambe per centrare la fuga. «A volte bisogna solo avere un po' di pazienza», ha detto a Wielerflits il giorno dopo. Nel trentunenne di Kapellen emerge dunque l'equilibrio nel giudicare una partenza difficile in questo Tour, tra...

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