
Il dibattito attorno alla monotonia delle tappe pianeggianti dedicate ai velocisti si è riacceso durante questo Tour de France. A chi definisce noiose giornate come quelle di venerdì e sabato scorso, Biniam Girmay ha risposto con parole forti ai microfoni di Feltet. «Più che le tappe di pianura, trovo noioso vedere un assolo di quaranta chilometri in montagna», con implicito riferimento alla sesta tappa pirenaica vinta da Tadej Pogacar. «Preferisco guardare le tappe per velocisti perché non si sa mai chi vincerà - ha proseguito lo sprinter eritreo - È più divertente guardare la lotta per la maglia verde che quella per la gialla». La noia è stata comunque sempre una componente fondamentale del ciclismo. A seconda dei punti di vista, può generare sia dal gruppo che pedala su un percorso completamente piatto, dietro a dei fuggitivi che verranno quasi sempre inesorabilmente ripresi, sia da un lungo attacco solitario, che assume i tratti dell'impresa, a volte anche storica, come nel caso di Pogacar. Girmay fa parte del secondo partito. Ma non dobbiamo dimenticarci che lo sloveno, il quale ripete spesso questo copione, rappresenta un'eccezione. Difficile quindi togliere la noia dal ciclismo, a meno che non gli si voglia cambiare forma, con l'ampio rischio di snaturarlo. Oggi, pare, per inseguire logiche mediatiche che spingono a tenere costantemente alta la soglia dell'attenzione. Un riflesso dell'intrattenimento dettato dalle piattaforme digitali, a partire dai social network. Ci si prova rendendo, ad esempio, le corse sempre più dure con l'intenzione di generare spettacolo e attrarre il pubblico, ma favorendo così l'estinzione del velocista puro. Una questione spinosa che...
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