
«Mi sento più fresco adesso, a quasi ventisette anni, che cinque o sei stagioni fa quando correvo ancora tra gli Under 23», riflette Nicolò Garibbo dopo il ventesimo posto alla Milano-Torino, primo atleta di una continental al traguardo. «Ho voglia di allenarmi, di fare fatica, di correre. Mi piace l’ambiente delle gare e l’aria che si respira, mi piace presentarmi alle corse sereno e motivato. Vivo con maggior leggerezza ogni appuntamento, mi agito meno rispetto al passato se qualcosa non va come avevo immaginato e pochi minuti dopo aver tagliato il traguardo di una gara penso già a quella successiva. Mi sento pronto per il professionismo, e per meritare un ingaggio proverò a piazzarmi e a vincere nuovamente com’è capitato al Giro di Sardegna».
Cos’hai pensato dopo aver centrato la tua prima vittoria tra i professionisti, tu che professionista all’atto pratico ancora non sei?
«Negli ultimi chilometri della prima tappa del Sardegna ho giocato d’astuzia e pensavo soltanto alla volata finale. Ho lasciato la responsabilità agli altri tre: Zana ha vinto un campionato italiano e una tappa al Giro, Berrade una alla Vuelta, Garofoli ha chiuso nono all’europeo dell’anno scorso. Negli ultimi duecentocinquanta metri ero in trance: non sentivo niente, non vedevo niente, sapevo però che dovevo per forza vincere. Ad aiutarmi è stato il desiderio: un successo di tappa che per Zana avrebbe significato poco, a me invece potrebbe aver cambiato la vita».
Dopo tre giorni da capoclassifica, alla fine hai dovuto alzare bandiera bianca nella quarta frazione, la più impegnativa. Hai qualche rimpianto?
«Ho peccato d’inesperienza: era la prima volta che mi trovavo al comando di una corsa a tappe professionistica e non sono riuscito a gestirmi con la lucidità che, invece, mi aveva assistito il primo giorno. Essenzialmente dovevo marcare i due corridori più forti: Zana e Garofoli. Già nella seconda frazione, però, ho cominciato a seguire qualche azione di troppo, e le energie spese male mi hanno presentato il conto nella quarta tappa, quella regina di Nuoro, che purtroppo ho concluso a oltre nove minuti da Zana dopo essere incappato in un quarto d’ora di buio totale. All’arrivo ero amareggiato, perché ho perso la maglia di leader senza nemmeno combattere».

Tuttavia, ti muovi con più autorevolezza rispetto allo scorso anno. Cos’è cambiato in questo anno e mezzo alla Ukyo rispetto alle precedenti esperienze italiane?
«Ho la fortuna di essere entrato in una delle migliori continental al mondo, quasi paragonabile ad una Professional. Va da sé che ho appreso un metodo di lavoro completamente diverso. Prima, ad esempio, non riuscivo ad allenarmi come avrei voluto, perché correvo ogni tre giorni e tra una gara e l’altra c’era giusto il tempo per recuperare le energie. Nonostante il livello delle competizioni fosse meno esigente rispetto a quello delle gare a cui partecipo attualmente, mi sentivo più stanco e più teso. Alla Ukyo, invece, già quest’inverno conoscevo il calendario che affronterò fino al campionato italiano; in passato mi capitava di scoprirlo di dieci giorni in dieci giorni».
E questo in che modo ti ha aiutato?
«Mi ha permesso di avere degli obiettivi più chiari e delle tempistiche più precise. Adesso posso prepararmi come si deve, andare alle corse nelle condizioni migliori e poi tirare il fiato quand’è necessario. Non si può essere in condizione dalla prima all’ultima gara, non si può pensare di vivere unicamente di ciclismo undici mesi e mezzo all’anno. C’è il tempo per allenarsi, c’è il tempo per correre, c’è il tempo per andare in ritiro, ma fortunatamente c’è anche il tempo per riposarsi e per dedicarsi ad altre attività. I fenomeni funzioneranno diversamente, non lo metto in dubbio, ma io non sono un fenomeno e agli altri non ci penso quasi mai, quindi non me ne preoccupo».
Quanto è stato difficile, lo scorso anno, adattarsi ad un nuovo modo di concepire il ciclismo?
«La prima metà della stagione passata è stata disgraziata. D’inverno mi sono ammalato e spaccato un gomito, dovendo ripiegare sui rulli più del necessario. Preso dalla foga di rientrare, ho messo a dura prova il mio corpo finendo per ammalarmi. Non essendo lucido, in corsa rischiavo troppo perché mi sembrava d’essere sempre in difetto, e sono caduto in più di un’occasione. Per fortuna d’estate abbiamo staccato un mese e mezzo; ho ripulito la mia mente e sono ripartito con un altro spirito. Nell’ultimo segmento dell’anno sono tornato sui miei livelli fino a terminare terzo al Tour de Kyushu dei professionisti alcune posizioni davanti a Jegat, a luglio decimo nella generale del Tour».

Dove credi di poter ancora migliorare?
«Dal punto di vista mentale, ho preso consapevolezza dei miei mezzi e della dimensione di cui posso far parte. Dopo un periodo di pausa, sono tornato a lavorare con una psicologa a cui mi ero già affidato ai tempi della Gragnano, quando cominciai a vincere con una certa regolarità. Essere sereni è più semplice quando le gambe girano bene e i risultati arrivano, ma sto imparando anche a cercare sempre il positivo nel negativo, perché se per star bene si aspetta la perfezione allora si è condannati a star male. Dal punto di vista fisico, sono sicuro di poter crescere ancora molto sotto ogni aspetto».
Cosa ti dà questa certezza?
«La voglia d’imparare che sento e la maturazione più lenta che ho avuto. Il 29 giugno compirò ventisette anni e ancora non ho mai partecipato a una classica monumento, a un grande giro e a una breve corsa a tappe di alto livello come la Tirreno-Adriatico. Per quanto accuratamente mi possa allenare, sento di essere arrivato al punto in cui posso ulteriormente migliorare soltanto partecipando con regolarità ai grandi appuntamenti. Intanto mi sto concentrando sulle salite di venti minuti, dato che su quelle brevi ed esplosive mi difendo già dignitosamente».
Dove correrai prossimamente?
«Alla Coppi e Bartali, al Tour of the Alps e poi in Giappone; a quel punto, sarà ora del campionato italiano. Peccato che siano saltati il Magna Grecia e il Reggio Calabria, perché erano due corse professionistiche di secondo piano in cui potevo pensare di togliermi qualche soddisfazione. Comunque, a questo stadio della mia crescita, mi sento pronto per la massima categoria. Uno con le mie caratteristiche, secondo me, può tornare sempre utile: per buttarsi nelle fughe, per aiutare i capitani, per raccogliere qualche punto qua e là sfruttando il mio spunto veloce a ranghi ristretti. Farò in modo che qualcuno se ne accorga».














