
«Ai ragazzi, sul camper, durante la riunione della mattina, avevo detto che eravamo i più forti, ma che proprio per questo motivo non potevamo ridurci ad aspettare le manovre altrui. Insomma, se volevamo vincere la San Geo dovevamo prendere la corsa in mano e assumerci qualche rischio. Gli scenari plausibili erano due. Il primo: rendere la gara più dura possibile cercando di favorire Remelli e De Cassan. Il secondo: portare Bortoluzzi e Arrighetti nella miglior posizione immaginabile per l’atipica volata conclusiva. Alla fine abbiamo puntato sul finale e tutto è filato liscio come raramente accade».
Daniele Calosso, direttore sportivo della General Store, fatica a contenere la soddisfazione per una vittoria che ha subito avvalorato la bontà del lavoro invernale, quei trentasei giorni in Spagna che hanno permesso alla squadra di diventare un gruppo.
Daniele, chi ha deciso come gestire gli ultimi trentacinque, decisivi, chilometri?
«I ragazzi, autonomamente. Bortoluzzi e De Cassan, rispettivamente ventitré e ventiquattro anni, hanno una certa esperienza. Stesso discorso per Arrighetti, più giovane ma pur sempre alla quarta stagione tra gli Under 23. Avevamo anche Rossetti in fuga, ma quando mi sono riportato sugli attaccanti mi ha fatto capire di non poter proseguire nello sforzo ancora per molto. Ad un certo punto, su diciotto corridori del gruppo principale ce n’erano quattro o cinque della General Store. I ragazzi sono stati forti, chirurgici e coesi come avevo intuito potessero essere tra dicembre e gennaio, quando abbiamo trascorso trentasei giorni in Spagna. È in quelle settimane che abbiamo seminato quel che germoglierà».
L’arrivo della San Geo sembrava disegnato per Arrighetti e infatti ha vinto per distacco, proprio su Bortoluzzi. Credi sia maturo per quel salto di qualità che non è riuscito a fare con la Biesse-Carrera-Premac?
«A testimonianza dell’affiatamento che lega i corridori, in volata ci sono stati dei contatti e Bortoluzzi non ha esitato a lasciar prendere il largo ad Arrighetti dopo essersi accorto che il rallentamento gli sarebbe costato la vittoria. Il valore di Nicolò non l’abbiamo certo scoperto sabato alla San Geo. È un atleta potente e duttile, che sa pedalare in gruppo e che ha già dimostrato di saper vincere. Ho grande stima e rispetto dell’ambiente della Biesse, quindi non credo che abbiano lavorato male con lui. Credo, piuttosto, che Arrighetti avesse bisogno di cambiare aria, perché a vent’anni i corridori tendono ad adagiarsi e ad attendere che i risultati arrivino senza andarseli a cercare. Arrighetti mi è sempre piaciuto e non appena ho saputo che voleva cambiare squadra ho fatto di tutto per ingaggiarlo. Ha avuto il coraggio di rimettersi in discussione».

De Cassan, invece, lo avete accolto dopo due stagioni senza acuti tra i professionisti con la Polti. Con che spirito è entrato nel vostro organico?
«Ho conosciuto un corridore affamato, determinato, ambizioso. Non è tornato tra le continental perché non vuole andare a lavorare, non so se mi spiego. Il suo desiderio è quello di vivere una stagione solida, serena e proficua con noi per rilanciarsi con credibilità nella massima categoria. Io non mi sarei mai privato di un atleta professionale e completo come De Cassan, ma capisco che ogni team manager debba prendere delle decisioni, talvolta anche spiacevoli. A Davide mancavano i risultati, evidentemente, e purtroppo ha perso il posto».
Anche Bortoluzzi, tra l’altro, aveva corso da stagista con la Polti al Giro di Danimarca, al Van Looy, al Wallonie e al Giro di Croazia. Tuttavia, non è passato professionista.
«Si è messo in mostra e ha lavorato per la squadra, tanto da riscuotere parole di stima e d’incoraggiamento da parte sia dei direttori sportivi sia di Ivan Basso. Tuttavia, il movimento italiano non naviga nell’oro e capisco perfettamente che nessuna squadra possa permettersi il lusso d’ingaggiare corridori a fondo perduto soltanto per farli crescere. È un mondo spietato, soprattutto quello professionistico. Come ricordo spesso ai miei ragazzi, prima di costruire l’atleta bisogna concentrarsi sull’uomo, perché altrimenti a ritrovarsi catapultato nella massima categoria è un ragazzo sì talentuoso ma fragile, poco avvezzo a correre due gare al mese e a lasciarsi alle spalle eventuali passaggi a vuoto. Se alla fine della stagione De Cassan dovesse ritornare tra i professionisti, lo farebbe con un altro piglio e con altre sicurezze».
Trentasei giorni in Spagna tra dicembre e gennaio sono tanti, uno sforzo logistico ed economico che verrebbe da definire professionistico. La General Store vuole scalare un’altra categoria?
«La risposta più onesta da dare è: no; non necessariamente, perlomeno. L’obiettivo mio e della società è quello di diventare un punto di riferimento del ciclismo non soltanto italiano, ma europeo. Se alla nostra causa dovessero interessarsi degli sponsor di alto profilo pronti ad entrare seriamente nel professionismo, allora saremmo ben contenti di sederci allo stesso tavolo e di confrontarci. Ma per il momento, la nostra volontà è quella di continuare a fare sempre meglio quello che già stiamo facendo abbastanza bene. Tanto per essere chiari, con cinque milioni di euro si allestirebbe una Professional modesta che dovrebbe accontentarsi di qualche sporadico piazzamento. Non sarebbe nella nostra natura».
Sei sempre dell’idea che quella dei vivai sia una moda passeggera?
«È una delle tante portate della variegata tavolata del ciclismo: un contorno, però, non una portata principale. Siamo ancora fermi a una decina d’anni fa, quando Ochowicz chiuse il fortissimo vivaio della Bmc per la delusione d’aver cresciuto Sivakov e di vederlo passare professionista con la Sky. So che tanti team manager hanno cominciato a manifestare il loro malcontento, perché non hanno più molta voglia d’investire senza garanzie un milione e mezzo all’anno in una squadra di sviluppo. Quanti sono, ogni anno, gli atleti che passano professionisti nella loro prima squadra di riferimento? Pochi, pochissimi. Mentre, invece, sono tanti quelli che tornano indietro o che smettono dopo un anno o due di professionismo. Insomma, entrare in una development è tutto fuorché un’assicurazione sul passaggio nella massima categoria».
Ma è indubbio che perfino le continental si trovano a combattere una battaglia impari.
«È un dato di fatto, e come tale va considerato. Io accetto che il professionismo e le formazioni satellite si spartiscano la prima e la seconda scelta dei talenti internazionali, ma allo stesso tempo se voglio che la General Store diventi un punto di riferimento europeo non posso perdere tempo a lamentarmi e a voler convincere chi non crede nel nostro progetto. Sono stati fatti degli investimenti a dir poco onerosi e tanto basta. In Spagna, ad un certo punto, c’erano quindici corridori e diciotto membri dello staff. Correremo spesso con i professionisti in giro per l’Italia e contro i migliori Under 23 d’Europa tra Belgio e Olanda. Se avessi mezzo milione in più a disposizione sarei più contento, si capisce, perché me la giocherei alla pari con i vivai. Ma quando un corridore come De Cassan, ad esempio, ci fa notare che siamo più professionali e più organizzati di certe squadre professionistiche, beh, per me è una bella soddisfazione».
Nel primo fine settimana di gare, non avete partecipato alle due nuove corse organizzate al Mugello. Perché?
«È la stessa osservazione che mi hanno fatto tanti direttori sportivi alla San Geo: perché se vogliamo diventare una delle migliori continental d’Europa dobbiamo limitare la nostra presenza nelle gare nazionali. Infatti la prossima settimana saremo al Giro di Sardegna, e poi continueremo su questa falsariga. Una squadra che vuole crescere e acquisire una mentalità vincente non può dare la precedenza al numero di vittorie nelle gare nazionali e regionali: toglieremmo spazio a quelle realtà che sopravvivono grazie ai risultati raccolti in queste gare e noi, sostanzialmente, non ci guadagneremmo niente».
















