Calosso: «Vado alla General Store. Ai procuratori chiedo più rispetto e meno cinismo»

Calosso
Foto d'archivio di Daniele Calosso
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«Ho deciso di cambiare aria, di cercare nuovi stimoli, di rimettermi in discussione – spiega Daniele Calosso – Per questo, dopo dodici anni, lascio la Rime-Drali per passare alla General Store. Mi sento di dire che ci lasciamo bene. Credo di aver lavorato sempre con passione e professionalità, insieme abbiamo valorizzato diversi corridori e ci siamo tolti le nostre soddisfazioni. Sarò sempre grato a questa società per aver creduto in me, e per avermi dato spazio e fiducia. È stata una bella avventura, se oggi sono il direttore sportivo che sono lo devo a loro».

Daniele, perché hai preso questa decisione?

«Ho sempre avuto piacere a confrontarmi coi professionisti e a tentare le sortite all’estero, però poi bisogna fare i conti con la realtà e con le disponibilità economiche. Il movimento italiano sta vivendo una fase di stallo, la stessa Rime-Drali sta ancora valutando se proseguire con la continental o se, invece, ridimensionarsi. Credo sia il momento migliore per prendere ognuno la propria strada».

Alla General Store trovi un ambiente che, specialmente negli ultimi due anni, ha saputo rinforzarsi.

«Sì, ci sono stati degli investimenti volti a ricucire il distacco dalle migliori realtà italiane, e vedendo i risultati direi che ci sono riusciti. Gli sponsor che sostengono la squadra hanno capito cosa serve per rimanere al passo coi tempi e per far crescere i giovani nella maniera giusta. Da quello che so, la volontà è quella di aggiungere qualche altro tassello ancora, quindi non posso che essere contento».

Tornando alla stagione attuale, sei complessivamente soddisfatto o hai qualcosa da recriminare?

«Considerando i valori che potevamo esprimere, direi che tutto sommato abbiamo fatto il nostro. Frosio ha smesso, O’Brien è tornato in Inghilterra perché la madre ha avuto dei problemi di salute, Ratajczak l’ho allontanato io perché stavamo perdendo tempo entrambi, era sempre fuori forma e non voleva mai allenarsi come si deve. Minoia e Rinaldi sono fermi per infortunio. Alleva, addirittura, l’ho perso al Giro per una frattura al ginocchio e sostanzialmente la sua stagione è finita».

Da chi ti aspettavi di più?

«Da Minoia, da Giancristofaro, da Lucca: specialmente quest’ultimo non può accontentarsi di andare in fuga e di farsi vedere. Però ci sono anche delle note liete: Cattani, ottavo a Poggiana e impegnato con la scuola fino a giugno, e Walker, ventesimo al Valle d’Aosta dopo una bella fuga all’Appennino dei professionisti. Una stagione in linea con le potenzialità, insomma. Un gradino sotto quella passata, ad essere sinceri, anche se i corridori che hanno deciso di andare altrove non mi pare che abbiano fatto poi tanto meglio: penso a Bagatin, a De Carlo, a Pettiti, a Iacomoni seppur vittima di un brutto incidente».

E poi c’è il vostro leader, Debiasi, che ha vinto a Monte Urano raccogliendo diversi piazzamenti.

«Lo stimo molto, come corridore e come persona. È stato chiaro fin dal primo istante: se non passo professionista quest’anno, molto probabilmente smetto. Ed è ancora di quel parere. Che passi è complicato, ci sono stati alcuni contatti ma nulla di concreto, però si sta ugualmente allenando con precisione e professionalità. L’obiettivo era vincere una gara e ci siamo riusciti. Se dovesse smettere lo capirei, ma sarebbe un peccato: stiamo perdendo un capitale, quello degli elite, molto prezioso. Ma c’è chi non lo ha ancora capito».

A chi ti riferisci?

«Ci sono alcuni procuratori che parlano in maniera sprezzante, cinica e pericolosa. Chiuderebbero tutto: le squadre di club perché ormai non servono più a niente, le continental perché a detta loro fanno un’attività modesta, vorrebbero far smettere gli elite perché ormai sono vecchi e starebbero soltanto perdendo il loro tempo. E poi del ciclismo cosa rimane? Diventerebbe uno sport elitario e di nicchia come il golf, ad esempio. Sbaglieremo anche noi, per l’amor di dio, ma porterei più rispetto a società che si danno da fare quotidianamente investendo migliaia di euro. Non è tutto da buttare, non esistono soltanto i predestinati e i vivai stranieri, che per me rimangono una moda».

Siamo sicuri, Daniele?

«È una mia idea, secondo me nel giro di un paio d’anni certi flussi si assesteranno. Mi guardo intorno e ogni anno vedo corridori italiani che tornano da noi dopo aver provato l’esperienza all’estero. Se le development vengono a correre in Italia e ingaggiano juniores e Under 23 italiani, allora vuol dire che calendario e talento non ci mancano. Io ricevo periodicamente telefonate da corridori stranieri che militano nei vivai, mi chiedono se posso prenderli perché non ne possono più di allenarsi e basta per correre venti o trenta giorni all’anno. Io credo che l’estero non sia la terra promessa a prescindere, così come è sbagliato considerare vecchio e incompetente il movimento italiano a priori. Vorrei più rispetto e più equilibrio nei giudizi. Criticare nella giusta misura è necessario, generalizzare è da superficiali».