Il ruolo del direttore sportivo, si sa, è fondamentale e va ben oltre la semplice gestione della gara. È una figura poliedrica, spesso considerata il “cervello” della squadra durante la gara, che fonde le capacità di uno stratega, di uno psicologo, di un tattico e a volte anche di un padre confessore, perché la sua importanza si misura anche in momenti invisibili ai più. Deve interpretare le intenzioni delle squadre avversarie, calcolare tempi, gestire le energie dei suoi uomini e, in una frazione di secondo, prendere decisioni irrevocabili. Ma il suo lavoro inizia molto prima della gara e continua dopo.
E se il ciclismo italiano si trova in una situazione di enorme crisi per la mancanza di corridori in grado di giocarsi la vittoria nelle corse più importanti dell’anno, allora possiamo rallegrarci osservando come nelle ammiraglie delle varie formazioni World Tour ci sia sempre (o quasi sempre) un tecnico del nostro Paese. La passione, l’esperienza e lo studio dei nostri direttori sportivo fanno la fortuna delle più grandi squadre. Tra i più apprezzati troviamo Davide Bramati, che ormai da diversi anni guida con sapienza e maestria la Quick-Step, oggi Soudal, e Matteo Tosatto, che invece ha iniziato a ricoprire questo ruolo da meno tempo, ma che con la Ineos prima e con la Tudor ora può già dire di aver seguito i migliori corridori del mondo.
Entrambi ex professionisti, oggi sono dei punti di riferimento imprescindibili delle loro squadre. Diversi, ma non troppo, ognuno ha delle peculiarità e delle caratteristiche che lo distinguono dall’altro e da tutti i restanti tecnici. Per questo motivo abbiamo deciso di “bombardarli” di domande, per conoscerli più a fondo, anche oltre la sfera prettamente agonistica, e svelare i segreti di un lavoro così cruciale e decisivo nel ciclismo di oggi.
Quando avete capito di voler fare il direttore sportivo?
Bramati: Già nel 2003. Avevo iniziato a parlare con Patrick Lefevere, che mi ha subito assecondato in questo desiderio. Ho studiato un anno e mezzo e poi, nel 2005, ho avuto la possibilità di salire in ammiraglia.
Tosatto: Io mi sono sempre sentito un po’ faro del gruppo, punto di riferimento e regista in corsa, questo fin da quando tiravo le volate a Petacchi. A 42 anni mi sono chiesto: come faccio a rimanere in gruppo non da corridore? E ho capito che questa era la strada migliore. Volevo fermarmi un anno, ma poi ho avuto l’occasione della Sky e ho iniziato.
Ricordate la vostra prima gara in ammiraglia?
B. Me lo ricordo come se fosse ieri: Giro di Svizzera 2005. Come posso dimenticarlo? Ho esordito con due vittorie di tappa grazie a Tom Boonen.
T. La prima è stata al Giro di Polonia nel 2017. Sinceramente, però, ero tranquillo pur se emozionatissimo. Mi è venuto naturale, come se facesse già parte di me.
Chi sono stati i vostri riferimenti e perché?
B. Faccio un solo nome, spero di non offendere nessuno: Serge Parsani. Quando sono arrivato in Quick-Step con il gruppo di Paolo Bettini, avevo lui a guidarci. Davvero un maestro.
T. Ognuno ha le sue caratteristiche, ma c’è sempre qualcuno da cui imparare. Ho avuto la fortuna di avere Giancarlo Ferretti, che mi ha insegnato come essere “severo”, poi ho imparato tanto in Belgio. Molto ho “rubato” anche da Bjarne Riis, bravissimo a fare gruppo e a parlare con i corridori.
Ci sono differenze tra voi e i tecnici che avevate quando voi eravate in gruppo?
B. Il ruolo del direttore sportivo è cambiato perché oggi c’è tantissimo da fare. Bisogna capire i corridori e spesso è difficile conciliare le esigenze di tutti. Una volta era tutto più semplice e “spartano”, adesso bisogna stare attento ad ogni minimo dettaglio.
T. Oggi il diesse deve essere più scaltro a controllare mappe, vento in corsa, meteo, pericoli sulla strada. Deve essere più svelto e deciso perché il ciclismo moderno non ti permette errori.
Quale aspetto del nuovo ruolo avete fatto più fatica ad accettare?
B. È stato complicato soprattutto all’inizio uscire dalla mentalità del corridore. Quando sei in gruppo pensi solamente a te stesso, mentre da diesse devi occuparti di circa 30 persone tra atleti e staff.
T. Spesso i commenti sono pesanti, specie sui social. C’è chi guarda le corse sul divano e giudica in maniera poco educata. Dalla televisione molto spesso non si conoscono determinate cose e non sanno cosa significa prendere una decisione in pochi secondi.
E cosa vi piace di più di questo lavoro?
B. Sarò scontato, ma vincere. Ho vinto tantissimo in carriera da diesse, ma c’è sempre una corsa in più da voler portare a casa…
T. La gara mi trasmette l’adrenalina, come quando ero corridore. In ammiraglia è come se avessi ancora il numero attaccato dietro la schiena. Mi piace il rapporto dei corridori, l’emozione del pubblico.
Qual è la vittoria o la giornata di cui andate più fieri?
B. Tornare troppo indietro sarebbe facile, voglio concentrarmi sul gruppo che ho adesso e per questo motivo dico la tappa del Mont Ventoux al Tour de France con Paret-Peintre.
T. La tappa del Giro 2020 sullo Stelvio. Tutti aspettavano la Sunweb e la Quick-Step. Con Dennis e Castroviejo abbiamo fatto un capolavoro e abbiamo lanciato Tao Geoghegan Hart verso la vittoria della maglia rosa.
E il vostro più grande rimpianto o delusione?
B. Resto sul presente e sullo stesso Tour de France. Mi sono arrabbiato moltissimo con i miei per come abbiamo gestito la tappa dei ventagli, dove Remco andò un po’ in difficoltà. Abbiamo dormito.
T. La più grande delusione decisamente con Carapaz sul Fedaia. Abbiamo voluto fare corsa dura, perché a lui piace uno stile di corsa aggressivo, ma alla fine è saltato e Hindley è andato a vincere il Giro. Potevamo gestire meglio la tappa.
La gara che mai avresti pensato di vincere?
B. Probabilmente il campionato italiano, una corsa difficilissima nella quale moltissime squadre corrono anche con più di 7-8 corridori. Invece con Viviani abbiamo fatto un capolavoro.
T. Forse la Strade Bianche con Pidcock, è stata un po’ una sorpresa e un’emozione grande. Anche al Tour of the Alps le due tappe con Moscon mi hanno sorpreso. Veniva da un periodo non ottimale.
Una corsa che sognate di vincere dall’ammiraglia?
B. Facile, il Giro d’Italia.
T. Mi piacerebbe vincere la Sanremo da direttore sportivo. Ho fatto due podi con Ganna e Kwiatkowski, mi sono rimasti un po’ sulla gola, ci avevo davvero creduto.
Quale è stato il corridore tatticamente più sveglio e scaltro che avete diretto?
B. Tanti, Boonen su tutti. Potenza e classe.
T. Pidcock, legge la corsa in maniera eccellente. Stessa cosa per Geraint Thomas, che quando era in forma difficilmente sbagliava approccio. A lui non serviva dire tante cose, sapeva già cosa fare. E poi, ovviamente, Matteo Trentin.
E il più scriteriato?
B. Alaphilippe. Mi fa sorridere quando ripenso alla tappa vinta al Giro d’Italia: gli chiedevo di aspettare il gruppo e lui mi urlava in radiolina di “non pensarci minimamente”. Alla fine ha avuto ragione lui.
T. Come “Brama”, dico Alaphilippe. Quando sente la gamba andare, non ci pensa troppe volte. Ma fa bene perché alcune delle vittorie più belle le ha conquistate proprio così. Un cavallo pazzo.
Il corridore con il quale vi siete trovati meglio?
B. Con Evenepoel ho sempre avuto un bellissimo rapporto, ma anche lo stesso Alaphilippe. E di nuovo dico Matteo Trentin.
T. Difficile fare un solo nome. Da corridore mi sono trovato davvero bene con Bettini. Abbiamo la stessa età, stessa mentalità, poi è una brava persona, molto onesta.
E uno con cui avete fatto tanta fatica?
B. Nessuno.
T. Contador, ma non perché fosse antipatico, anzi. Semplicemente ci mette molto tempo a fidarsi delle persone e io ho dovuto lavorarci tre anni prima di convincerlo a credere in me e a confidarsi. Esserci riuscito è un vanto.
Il corridore che ti sarebbe piaciuto guidare?
B. Da italiano e suo grandissimo fan, non posso che dire Marco Pantani.
T. Indurain, per le grandi corse a tappe. Franco Ballerini per le classiche del Nord.
Capitolo ritiri, era diverso da quando eravate corridori?
B. Un po’ si, adesso c’è un’attenzione che prima non c’era. Eravamo molto più spensierati, perdevamo tanto tempo a fare gruppo, a ridere e scherzare. Oggi c’è meno spazio per il divertimento.
T. Non c’erano tutte le richieste che ci sono oggi. Fotoshooting, riprese video per gli sponsor, interviste programmate, accordi con aziende. Era solo allenamento e tra l’altro anche più blando.
Quanti giorni passate fuori all’anno?
B. Intorno ai 150-160 al giorno, ma non mi pesa perché ho ancora tanta passione e voglia di lavorare.
T. Circa 140 giorni, dei quali 70-80 di corse. Però non mi pesa molto perché sono sempre stato abituato. Nel finale di stagione, lo ammetto, arrivo un po’ stanco, ma subito ho voglia di ripartire.
Cosa fa un direttore sportivo quando non è in gara?
B. Principalmente fa gruppo e soprattutto preparare tutto quello che c’è attorno alla squadra.
T. Controllare tutto, programmare, preparare i PowerPoint e i piani, parlare con i corridori e lo staff. Chiedere sempre, fare domande. Parlare penso sia la cosa più importante, insieme alla gestione del gruppo.
Qual è al momento il diesse più preparato al mondo?
B. Il “Toso” è sicuramente tra i migliori, sta avendo una grandissima carriera e non lo sto dicendo solo perché è con me in questa intervista doppia.
T. Bramati è uno dei più preparati. Ammiro molto anche Baldato della Uae, che conosco molto bene. Tra gli stranieri De Jong della Lidl-Trek ha tantissime qualità.
Una qualità che invidi all’altro?
B. Ho avuto la fortuna di essere suo compagno di squadra, anche se io ero a fine carriera. Credo sia molto diretto con i corridori e in questo lavoro è una qualità fondamentale.
T. Siamo stati anche compagni di squadra e in più io sono stato diretto da lui un anno. “Invidio” la sua naturalezza, anche quando si parla di cose importanti. È un puro: non ce ne sono molti.
È più difficile fare il direttore sportivo o il corridore?
B. Assolutamente il direttore sportivo, molte più responsabilità e pensieri.
T. Il diesse. Perché da corridore sei solo tu e sai bene cosa fare. Da diesse devi guardare tantissime cose e devi trasmettere fiducia.
Cosa cambieresti nel ciclismo di oggi?
B. Nulla, è l’evoluzione naturale delle cose. Il ciclismo e la vita in generale evolvono e sviluppano nuove tecnologie, impossibile tornare indietro.
T. Alcune regole dell’Uci. Ad esempio preparano dei punti fissi per il rifornimento che spesso vengono messi in posizioni anche pericolose. Anche l’abbigliamento, soprattutto per le cronometro, è discutibile. Il calendario, poi, è troppo intasato.
Vi piace il sistema di punti dell’Uci che costringe tante squadre a correre per i piazzamenti?
B. Diciamo che non è il massimo, perché toglie un po’ di spettacolo. Ma è anche un sistema meritocratico.
T. Toglie lo spettacolo. I grandi campioni non guardano ai punti o ai piazzamenti, vogliono vincere. Però capisco che molte squadre sono costrette ad accontentarsi a causa di queste regole.
Pogacar è il più forte, ma si può fare di più per batterlo?
B. Non credo. Ha qualcosa in più degli altri e non perde occasione di dimostrarlo. Quando uno è così superiore c’è poco da inventarsi, ma questo non significa che sia impossibile batterlo. Semplicemente bisogna sfruttare i suoi pochi momenti “no”.
T. Ha sicuramente la squadra più forte, quindi diventa difficile metterlo in difficoltà. I suoi compagni sarebbero tutti capitani nelle altre squadre. Però non è imbattibile, nessuno lo è. Per i grandi Giri ci sarebbero più possibilità per pensare a qualcosa di diverso.
Vi piacerebbe un giorno diventare cittì della nazionale?
B. Assolutamente. Mi piacerebbe moltissimo un giorno, magari negli ultimi quattro anni della mia carriera. Esperienza ne ho, stanno arrivando tanti giovani e secondo me la nazionale si rialzerà presto.
T. Sì, l’ho sempre detto, fin dalle primissime interviste, quando avevo appena concluso il corso da direttore sportivo. Ci sono andato vicino quando è stato preso Bennati, ma ero ancora agli inizi, dovevo fare più esperienza, non mi sentivo pronto.
Ai mondiali si corre senza radioline, giusto o sbagliato?
B. Sarò sempre a favore delle radioline perché voglio avere un contatto con i corridori.
T. Sbagliato. Il cittì vede i ragazzi solo una settimana all’anno e non poter comunicare in corsa complica le cose. È come se l’allenatore di calcio in panchina non può parlare, che senso ha? E poi c’è l’aspetto sicurezza
Cosa dite contro quelli che affermano che i corridori di oggi sono troppo “telecomandati”?
B. Stesso discorso di prima, il ciclismo avanza e cambia. Ma secondo me il ciclismo di oggi è a tratti ancora più spettacolare che negli anni scorsi.
T. Sono un po’ troppo telecomandati, ma non dall’ammiraglia, bensì da loro stessi e dai loro “oggetti” come i ciclocomputer o i loro coach. Forse diamo loro troppi strumenti.
Il ciclismo cambia velocemente: vi piacerebbe correre oggi o preferite stare dall’altra parte?
B. Penso di essermi goduto gli anni migliori. Adesso è tutto molto esasperato.
T. Non molto, si va troppo forte, ci si prendono troppi rischi e c’è meno rapporto personale. Tutti con il telefono e in silenzio, ai miei tempi era diverso.
Avete mai fatto incidenti in ammiraglia? Quando? È stata colpa vostra?
B. Una sola volta al Polonia, un tamponamento con l’ammiraglia di una squadra francese. Fortunatamente non ne ho avuti altri e spero di non averne in futuro.
T. Fortunatamente non per colpa mia. Sono stato tamponato alle Strade Bianche vinte da Tom Pidcock dall’ammiraglia della TotalEnergies. Che botto!
Cosa provate quando un vostro corridore cade?
B. Sono una persona molto emotiva, quindi la paura è la prima cosa che mi arriva. Mi si blocca un po’ il cuore e, con le velocità che ci sono oggi, non puoi mai sapere cosa succede dopo una caduta.
T. Dispiacere. So cosa significa cadere e non dormire la notte. Quando li vedo farsi la doccia sofferenti, è brutto.
Entrambi avete lavorato con Matteo Trentin: è vero che è il corridore più sottovalutato in gruppo come ha detto Adam Blythe?
B. Un campione vero. Bellissimo averlo avuto in squadra nei suoi anni migliori. Tra Giro d’Italia, Tour de France e Vuelta ci siamo davvero divertiti. Pochi corridori hanno la sua visione di corsa.
T. Sottovalutato no, perché ha vinto tantissimo. In corsa è un genio, sappiamo quanto vale, anche se non è più giovanissimo. Come vede lui la corsa pochi altri….
Hai il tempo per coltivare altre passioni fuori dal ciclismo?
B. Non tantissimo e la bicicletta è sempre al centro della mia vita. Quando sono libero esco con gli amici, magari in gravel tra boschi e fuoristrada. Mi rilassa e mi fa tornare giovane.
T. Cerco di trovarlo. Quando sono a casa mi piace farmi delle partite a tennis, sciare, stare con mia figlia. L’autunno amo andare a funghi e poi, ovviamente, cucinarli.
Quali altri sport seguite?
B. Calcio, motori, di tutto. Mi ritengo uno sportivo a 360°. Ma fatemi dire una cosa, come il ciclismo non c’è nulla che mi tiene attaccato alla televisione.
T. Tutti. Il calcio mi piace dalla Serie A alla Lega Pro. Sono della Juventus ma sono tifoso anche del Padova e del Vicenza, perché sono squadre venete e tendo a spingerle. Seguo il tennis, i motori, il nuoto, soprattutto da quando mia figlia ha iniziato. E poi gli sci, ovviamente.



















