Ciclismo a pagamento, Cipollini: «Le quote versate dai territori per ospitare la corsa sono già i soldi dei cittadini»

Mario CIpollini dice la sua sul ciclismo a pagamento
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Mario Cipollini si è ripreso dopo un problema cardiaco che l’ha portato all’installazione di un defibrillatore sottocutaneo. Uscito dall’ospedale è tornato a parlare di ciclismo sui social, in particolare del nuovo tema al centro del dibattito: il ciclismo a pagamento.

Appellandosi a chi lo segue su Instagram, ha cominciato così: «Volevo sapere cosa ne pensate voi». Poi ha aggiunto: «Credo che il ciclismo si basi principalmente sul rapporto tra atleta e tifoso, ma forse sono io che non sono un visionario come i miei colleghi che sostengono un ciclismo a pagamento. Nel mio modo di vedere, se si vuole far pagare un biglietto non bisogna toccare gli eventi straordinari come Giro d’Italia, Il Lombardia e Milano-Sanremo. Perché? Perché già sfruttano un bene comune che sono le strade, obbligando anche chi non è interessato a guardare il ciclismo dal vivo».

È andato avanti dicendo: «Non capisco l’accostare il ciclismo al tennis, al calcio, alla Formula 1 o alla MotoGP. Quelli sono eventi costruiti in strutture. Il pagamento può avere senso se si organizza una Sei Giorni in un palazzetto o una gara in un circuito cittadino dove si decide di pensare a un ipotetico ritorno economico. Ma immagino che non si voglia far pagare per le grandi corse. A pagare ci pensano già i Comuni e i territori attraversati dalle gare, che non sono altro che i soldi delle tasse versate dai cittadini. Quindi diciamo che già si paga per vedere il ciclismo».