Sagan: «Difficile gestire la fama e la velocità con cui il ciclismo è cambiato»

Sagan
Peter Sagan (foto: Hero Abu Dhabi)
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Un palmarès da brividi, uno dei più ricchi e vari del ciclismo moderno, ma anche un percorso costellato di sfide che vanno ben oltre quelle sui nastri d’arrivo. In un’intervista a TopCycling, Peter Sagan ha ripercorso i momenti salienti della sua carriera, svelando retroscena inediti e ammettendo come la pressione della celebrità e un approccio sbagliato all’allenamento rischiarono, in un momento cruciale, di minare il suo talento naturale.

Il fuoriclasse slovacco, con i suoi 3 Mondiali consecutivi (2015-2017), un Giro delle Fiandre, una Parigi-Roubaix, 12 tappe al Tour de France e 7 maglie verdi (per un totale di 121 vittorie), non ha dubbi nell’indicare l’aspetto più complicato del suo percorso. «Per me, la parte più difficile era la fama. Penso sia complicato per chiunque diventi famoso improvvisamente. Ovviamente, essere famoso mi ha anche portato vantaggi e opportunità, è qualcosa che resterà per sempre con me. Durante tutta la mia carriera, ho imparato a conviverci, ma devo confessare che non è stato facile».

Oltre alla vita sotto i riflettori, un’altra battaglia decisiva fu combattuta sui metodi di preparazione. Sagan identifica nel biennio 2014-2015 il momento in cui il ciclismo stava cambiando, con l’avvento massiccio dei dati e della pianificazione estrema. «Prima avevo un piano di allenamento, ma mi allenavo anche basandomi tanto sulle mie sensazioni. All’improvviso avevo dei coach che mi dicevano: ‘Se ti alleni così, sarai uno scalatore migliore, ma manterrai la tua potenza nello sprint‘».

Sebbene fosse già un corridore di enorme successo, Sagan accettò di provare. Il risultato, però, fu disastroso. «Il 2014 è stata la mia stagione peggiore». Le difficoltà continuarono con l’approdo alla Tinkoff nel 2015, sotto la guida del coach Bobby Julich. «La storia è continuata con Bobby Julich che aveva le stesse teorie, ma non stavano funzionando».

La situazione precipitò quando, dopo quattro mesi senza vittorie, Julich si rifiutò di assumersi le proprie responsabilità. «Ha detto che ero finito e non avrei mai più vinto in carriera”, rivela Sagan. La reazione dello slovacco fu netta: “Gli ho detto: ‘Sai cosa? Io farò a modo mio, tu a modo tuo. Non voglio più vederti’».

Mai profezia fu più sbagliata. Proprio a partire dal 2015, Sagan inanellò i suoi tre Titoli Mondiali consecutivi e conquistò due Monumenti: le Fiandre nel 2016 e la Roubaix nel 2018. La svolta arrivò grazie a un approccio più umano all’allenamento. «Tutto è cambiato quando ho conosciuto Paxti Vila, un allenatore che era stato un corridore e capiva meglio le necessità di ogni atleta. Con lui, ho trovato un equilibrio. Siamo tornati a lavorare con una modalità basata su un piano ma anche su come mi sentivo, non come una macchina, e ho ricominciato a vincere».