
Sulle strade del Giro del Friuli, Marco Manenti ha conquistato la sua settima affermazione stagionale. Al termine di uno sprint combattutissimo ha vinto la prima tappa anticipando Santiago Umba, Hector Alvarez e Anze Ravbar, rispettivamente del vivaio della Xds Astana, della Lidl Trek e della Uae Emirates-Xrg. Manenti corre per la Hopplà, storica realtà del dilettantismo italiano che a dicembre ha rischiato di cessare l’attività, trovando poi le risorse per proseguire grazie soprattutto a Claudio Lastrucci. Dopo l’avvicendamento in ammiraglia tra Matteo Provini e Stefano Roncalli, e un inverno trascorso (in un attimo) a ricompattare l’ambiente, la squadra ha spiccato il volo. Oltre a Manenti hanno alzato le braccia al cielo altri tre corridori: Andrea Bruno e Riccardo Lorello tre volte a testa (Montemaggio, Albola e Gambassi Terme il primo; La Torre, Mercatale e una tappa del Giro di Campania il secondo), Matteo Regnanti una nel Città di Empoli. Manenti, prima della frazione al Friuli, aveva messo in cascina il Città di Loreto, Pasqualando, la Coppa Penna, la Fiorano-Fiorano, la Coppa Bologna e il Memorial Mannucci. Prima della stoccata dello stesso Manenti al Friuli, anche Bruno aveva trovato visibilità internazionale chiudendo terzo al Gran Premio della Liberazione, senza dimenticare la nona piazza di Matteo Gialli a Poggiana e la settima di Lorello sempre al Liberazione.

Manenti è un discreto corridore, un attaccante cocciuto che grazie ad un ottimo spunto veloce si è sempre tolto i suoi sfizi qua e là, tra gli Under 23 prima alla Solme-Olmo e poi alla Hopplà, in cui milita ormai dal 2023. Non è un fenomeno, è lui il primo ad esserne consapevole: se lo fosse sarebbe già professionista, probabilmente, ma allo stesso tempo non avrebbe trovato dentro di sé quella determinazione e quella motivazione che gli hanno permesso di sbocciare negli ultimi mesi, a ventitré anni (compiuti il 7 settembre, auguri a proposito), e che spesso mancano in tanti atleti più talentuosi e indolenti di lui. Passerà professionista? Bella domanda. Ad oggi non c’è nulla di concreto, bisogna parlare di interessamenti, verosimilmente da parte di qualche Professional. È lecito anche chiedersi come possa evolvere la carriera di Manenti nel caso in cui dovesse approdare nella massima categoria. Reggerebbe l’urto? Riuscirebbe a ritagliarsi uno spazio? Potrebbe mettersi in evidenza buttandosi in fuga?

L’importante è che Manenti, in un modo o in un altro, passi professionista. Perché altrimenti s’inceppa un meccanismo che da decenni regola l’accesso alla massima categoria e che si basa, sostanzialmente, sul buonsenso. Se non corona il suo sogno Manenti, il dilettante italiano più vittorioso dell’anno, allora chi? Possibile che sette successi e una quindicina di piazzamenti tra i primi dieci non abbiano già convinto qualche formazione di secondo piano a scommettere su di lui? Quanto viene ancora considerata la costanza di rendimento, dato che il primo buon risultato stagionale del bergamasco risale al 23 febbraio (sesto a La Torre) e l’ultimo alla scorsa settimana con la vittoria al Giro del Friuli? Perché una buona parte degli addetti ai lavori sembra non tenere in conto i suoi margini di crescita, la possibilità che valori magari non ancora sufficienti per fare parte in pianta stabile del World Tour possano incrementare con il trascorrere delle stagioni e la permanenza in squadre di buon profilo? Quali conclusioni dovrebbero trarre gli organizzatori delle corse che Manenti ha vinto sull’importanza e sul prestigio delle loro manifestazioni? Come mai in Italia si fa così fatica a dare una chance all’atleta più maturo cresciuto nel tempo, mentre non si esita ad elargire contratti a professionisti che ormai non hanno più nulla da dire e ad adolescenti tanto promettenti quanto acerbi?









