Salvate il soldato Seixas, il redentore del ciclismo francese

Seixas
Con i suoi 18 anni e 339 giorni, Paul Seixas è diventato il più giovane vincitore della storia del Tour de l'Avenir (foto: Tour de l'Avenir/Joly)
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Quinto alla Marsigliese, secondo alla Parigi-Camembert, primo nella classifica a punti del Tour of the Alps grazie a due secondi e ad un terzo posto di tappa, ottavo al Delfinato, terzo a cronometro e nono in linea ai campionati francesi dei professionisti: al debutto nella massima categoria, a Paul Seixas è riuscito quello che ogni anno non riesce a molti atleti più scafati e maturi di lui. Nell’unica occasione in cui si è schierato al via di una corsa tecnicamente riservata agli Under 23, ha conquistato la maglia gialla del Tour de l’Avenir senza scomporsi più di tanto, anzi dissipando e dilapidando forze e risorse come se non fosse il favorito principale, limitandosi ad ipotecare la classifica generale vincendo la prima e l’ultima frazione, le due cronoscalate, e nelle restanti sei controllando le fiammate di Widar e dando l’impressione di correre più per conoscersi che non per sbaragliare la concorrenza. Ad intensificare l’aura di predestinazione che ormai accompagna ogni sua uscita, con i suoi diciotto anni e trecentotrentanove giorni il 29 agosto è diventato il più giovane vincitore di tutti i tempi della corsa a tappe francese.

Per avere un’idea di cosa si aspetti il ciclismo transalpino dalla sua progressione, è sufficiente rileggere alcune dichiarazioni degli ultimi mesi. «Non m’importa quanto giovane sia», dichiarava Voeckler, il commissario tecnico francese, quando la presenza di Seixas ai mondiali africani sembrava ancora di là da venire. Oggi, invece, manca soltanto l’ufficialità: il diciottenne dovrebbe disputare entrambe le prove iridate e non è escluso che la settimana successiva prenda parte anche agli europei (che si terranno proprio in Francia, tra i dipartimenti della Drôme e dell’Ardèche). La sua stagione, poi, dovrebbe concludersi sulle strade del Lombardia, la prima classica monumento a cui parteciperebbe. All’inizio di luglio, mentre il Tour de France prendeva le mosse da Lille, il team manager della Decathlon, Dominique Serieys, spiegava che dietro agli investimenti che avrebbero portato il budget della squadra intorno ai quaranta milioni di euro c’era la volontà (la promessa, perché no?) di puntare alla maglia gialla della Boucle tra il 2028 e il 2030 proprio con Seixas, che allora avrà un’età compresa tra i ventidue e i ventiquattro anni scarsi, considerando che è nato il 24 settembre del 2006 e che il Tour si corre a luglio.

In un ciclismo che richiede sei ritiri all’anno tra mare e montagna, costretto ad aggiornare talvolta quotidianamente le medie orarie e i tempi di scalata, che fagocita da un anno all’altro intere generazioni trasformando in dinosauri corridori appena trentenni, chiedersi se il movimento francese non stia esagerando con Seixas sarà anche banale, ma viene naturale. A maggior ragione tenendo a mente le pressioni che hanno dovuto sopportare, nel recentissimo passato, due suoi connazionali come Bardet e Pinot. Anche nel caso in cui Seixas fosse più talentuoso, più determinato e più propenso al ruolo di leader, ciò non significa che sia del tutto impermeabile a quello che accade intorno a lui. Pogacar, pur essendo ancora assolutamente all’apogeo della sua carriera, non ha mai menzionato il ritiro così spesso come negli ultimi tempi, e di anni deve ancora compierne ventisette. Schelling, buon professionista capace nel 2023 di vincere una tappa ai Paesi Baschi e una al Giro di Slovenia, ha fissato il ritiro per la fine della stagione non sentendosi più in grado di competere con regolarità a certi livelli. Corre per la Xds Astana, ha anche lui ventisette anni e fino ad un paio di stagioni fa si diceva che non gli mancava niente per diventare un temibile cacciatore di tappe.

Un anno fa, Seixas conquistava la cronometro mondiale riservata agli juniores, chiudendo settimo nella prova in linea (lunga 127 chilometri, meno della metà di quella che lo aspetta in Ruanda). Il Tour glielo hanno risparmiato, convinti che l’intensità della Boucle lo avrebbe consumato, come spiegò a L’Equipe Jean-Baptiste Quiclet, il responsabile delle prestazioni della Decathlon. Per il resto, non si sono fatti scrupoli a buttarlo nella mischia. Che la volontà sia quella di approffitare subito dell’eventuale tramonto di Pogacar e Vingegaard, che ragionevolmente tra tre o quattro anni potrebbero non avere più la brillantezza per ribadire la loro supremazia al Tour? Ma allora, come detto, Seixas avrà comunque poco più di vent’anni, e quindi un’intera carriera davanti. I suoi probabili avversari hanno scelto percorsi differenti: Finn, suo coetaneo, rimarrà per un altro anno tra i rookies della Red Bull; Widar, più grande di Seixas di un anno, passerà professionista con la Lotto dopo due stagioni tra gli Under 23 in cui ha sì vinto tanto (l’Alpes Isère, la Ronde de l’Isard, la Liegi, il Giro, due volte il Valle d’Aosta), ma imparando anche a confrontarsi con l’amarezza della sconfitta, dal crollo all’Avenir dello scorso anno parzialmente riscattato dal secondo posto di quest’anno fino al ritiro dal Giro di due mesi e mezzo fa.

Da una stagione del genere, e da certi precoci debutti, è quasi impossibile tornare indietro. Come incasserebbero, la squadra e lui stesso, un (comprensibile) anno avaro di risultati e di primati? Come sarebbe interpretata una stagione di crescita silenziosa, senza particolari squilli? Quanto certe responsabilità lo sfiancherebbero anzitempo, con testa e fisico ancora acerbi per supportare e sopportare certe ambizioni? Quant’è difficile ripetersi a vent’anni dopo aver già toccato più volte il cielo con un dito?