Nel 1965 Vittorio Adorni, dopo tanti prestigiosi secondi posti in gare di prestigio, compreso un mondiale e un Giro, riuscì a rompere l’incantesimo e s’aggiudicò trionfalmente il 48° Giro d’Italia. Con un distacco di 11’26” su Italo Zilioli. Mai nessuno negli ultimi 60 anni della storia del Giro è riuscito in questa impresa. Non Merckx, non Hinault, neanche Contador, Nibali e Pogacar.
Non avrebbe neanche dovuto correre il Giro d’Italia, la Salvarani lo voleva come leader al Tour de France. Quando Luciano Pezzi gli fa sapere che i piani della Salvarani erano cambiati, Vittorio Adorni si avvicina alla corsa rosa con la ferma intenzione di sfatare la cabala avversa. Il ruolo di eterno piazzato gli va ormai stretto. è ora di liberarsi dall’idea di dover condividere la corona di eterno piazzato con Poulidor. Adorni ha ormai 27 anni, è in splendida forma e per aiutarsi a rompere al Giro l’incantesimo si regala un po’ di morale vincendo, finalmente, una bella corsa a tappe, il Giro di Romandia. Accade soli sei giorni prima del “via” del Giro, che muove per la prima volta nella sua storia dall’estero, dalla Repubblica di San Marino. Il parmense è leader della Salvarani e ha al suo fianco l’ormai trentenne Pambianco, l’esuberante Taccone e il giovane neo pro Gimondi, che non ha ancora compiuto 23 anni.
Il Giro d’Italia ha sempre enorme prestigio, ma l’edizione 1965 nasce come una delle più infelici della storia come qualità dei partecipanti. Il ciclismo italiano vive una fase di massima autarchia. Ha difficoltà ad interagire a livello internazionale e la corsa della Gazzetta dello Sport ne soffre. Torriani fa fatica a mettere insieme una starting list di alto livello. In qualche anno si salva ingaggiando Anquetil o Gaul o Van Looy ma quando questi rispondono assente è un disastro. Poulidor e Bahamontes snobbano il Giro, così come Jiménez e Altig, Desmet, Wolfshohl, Anglade e Perez-Francés e persino il campione del mondo Janssen. Soli 100 partenti, soli 10 stranieri. A livello di internazionalità il confronto con il Tour (130 partenti, soltanto 32 i francesi) è avvilente. L’unica squadra non italiana al via è la Flandria. Subito in difficoltà per l’abbandono prematuro del suo leader, Noël Foré.
Il Giro del 1965 si trasforma in un campionato italiano a tappe. Da percorrere 4.151 chilometri, con una parentesi in Sicilia (quattro giorni nella seconda settimana) e uno sconfinamento in Svizzera nella terza. Non c’è Motta, caduto al Romandia, e la rosa dei pretendenti al successo finale di restringe ad Adorni, Zilioli. Massignan, Zancanaro e Balmamion. Al via tante glorie sul viale del tramonto: oltre a Pambianco, ci sono Carlesi (che vince a sorpresa la seconda tappa, all’Aquila), Aldo Moser, Battistini e Brugnami.
Da San Marino il Giro fa rotta verso sud e nei primi quattro giorni di gara la maglia rosa va sulle spalle di quattro diversi leader: Michele Dancelli, che vince la tappa iniziale di Perugia, Carlo Chiappano, Luciano Galbo e Albano Negro. Perse subito le insegne del primato, Dancelli fa il bis ad Avellino, ma è la frazione successiva, quella tortuosa con arrivo a Potenza, che vede Adorni piazzare il primo colpaccio. È una furia. Sul Valico di Pietra Stretta, a 32 chilometri dal traguardo, fa il vuoto. Gli inseguitori non trovano l’accordo e il vantaggio del parmense lievita. Adorni vince a mani alzate e conquista la maglia rosa. Ha un vantaggio di 1’22” sul secondo, Galbo, ma i suoi avversari più temibili sono scivolati ad oltre quattro minuti. Solo Bitossi e Mugnaini limitano il distacco a meno di tre minuti.
Prima di lasciare la terraferma per la Sicilia, Adorni perde la maglia rosa. Ma a cuor sereno. A Catanzaro la consegna a Bruno Mealli, un velocista toscano che la terrà per cinque giorni, fino alla vigilia della cronometro Catania-Taormina, dominata dal leader della Salvarani. Dopo il contrastato successo di Armani a Maratea, con appendice la famosa lite al “Processo alla tappa” tra il vincitore di tappa e Taccone, il colpaccio del belga Brands a Catanzaro e il rush vincente di Durante a Reggio Calabria, si passa lo Stretto. La Sicilia regala gloria ai velocisti: tra Meldolesi a Palermo e Marcoli a Siracusa, s’infila un ammirevole Carlesi, che impegnato nel suo ultimo Giro, ad Agrigento fa un inatteso bis. In quella tappa Zilioli deve dare l’addio alle sue speranze di vincere il Giro. Uno spettatore imprudente offre una bottiglia di vetro piena d’acqua ai corridori ma gli sfugge di mano e Zilioli, cadendo, finisce sui cocci. Riporta tagli profondi e una copiosa perdita di sangue. Coraggiosa rincorsa, con la mano fasciata dal dottor Frattini, il piemontese si riporta in gruppo, ma il dolore è forte e il morale sotto le suole.
Adorni lascia la Sicilia con un’ipoteca sul Giro. Domina la cronometro, ad oltre 41 di media, e lascia a 1’22” il rampante Gimondi, il suo delfino di turno. Balmamion perde 2’42”, lo stoico Zilioli 2’51”. Mealli fa una buona cronometro (9° a 2’52”), ma non salva la maglia rosa. Con un lungo trasferimento aereo la carovana si trasferisce a Milano, che in quell’anno non è il traguardo finale del Giro. Quattro sprinters si aggiudicano quattro tappe di modesta difficoltà. Sono Grassi (Novi Ligure), Mealli (Diano Marina), Aldo Pifferi (Torino) e di nuovo Marcoli (a Biandronno), un promettente lombarda che purtroppo perderà la vita un anno dopo in un incidente automobilistico.
Tre giornate da brividi nell’ultima settimana. Zilioli, che sa di non poter pensare più alla maglia rosa, sfodera grinta e orgoglio e vince da campione la tappa con arrivo in salita a Saas Fee, Svizzera. Adorni, guardingo, gli lascia soli 16”. Zilioli risale al secondo posto della classifica, ma il margine da colmare è enorme, 6’34”, e lascia spazio a pochissime speranze. La maglia rosa vuol lasciare il segno. Con irresistibile ingordigia va a far suo tutto ciò che c’è sul piatto della tappa regina del Giro 1965, la Saas Fee-Madesimo, anch’essa con arrivo in salita. E’ un’impresa d’altri tempi. Meteo infame, oltre 9 ore in sella per 282 chilometri, quasi tutti in Svizzera, e 5.200 metri di dislivello, quattro colli over 2000.
Sul Furka, sul San Gottardo e sul San Bernardino si sfogano e si sfidano Taccone e Bitossi, in lotta per il titolo di top climber, Adorni fa valere le sue doti di discesista nella picchiata verso Splügen, a meno di 50 chilometri dal traguardo. Solo Dancelli gli resiste. Ma quando la strada riprende a salire verso il Passo dello Spluga il bresciano cede di schianto. Adorni, freschissimo, dà la sensazione di voler aspettare, ma Dancelli è in preda a una crisi che non gli dà scampo. Si rientra in Italia. La rampa conclusiva da Pianazzo a Madesimo è un’apoteosi. Il primo inseguitore della maglia rosa, Taccone, arriva solo dopo 3’33”. A 4’49” Bitossi precede Ferretti e lo stremato Zilioli, che salva il 2° posto in classifica, sventando il tentativo di sorpasso del giovane Gimondi. Dancelli finisce 9° a 6’34”, crolla Balmamion 12° a 6’56”. Dieci corridori finiscono fuori tempo massimo (tra loro Baffi, Marcoli e Meldolesi), ma la giuria li riammette in considerazione delle avversità atmosferiche.
La terzultima tappa, con l’arrivo in salita a Solda, comprende la scalata del Passo dello Stelvio, dal versante ovest. È l’occasione per dare la forma definitiva alla Top Ten, che vede nove atleti racchiusi nello spazio di sette minuti. E’ inizio giugno ma a 48 ore dal passaggio nevica fitto. E nevica pe quasi tutta la notte successiva. Le squadre chiedono di anticipare l’arrivo allo Stelvio, evitando la discesa verso Gomagoi. Torriani lascia aperta una porta. Si afferma anche l’ipotesi di arrivare comunque a Solda ma rilevando i tempi ufficiali sullo Stelvio e neutralizzando i successivi 30 chilometri. Ma il giorno prima, benché abbia smesso di nevicare, arriva la notizia che sul versante altoatesino, che pure è stato sgomberato, incombe il pericolo di slavine. Il traguardo viene pertanto posto sullo Stelvio. Saranno neutralizzati anche i primi 6 chilometri di discesa, ad inizio tappa, da Madesimo a Campodolcino.
Sullo Stelvio si sale tra due muri di 4-5 metri di neve ghiacciata. Quando Battistini e Ugo Colombo, che sono scattati a metà salita, arrivano ai meno 2 inizia a nevischiare e la temperatura sfiora lo zero. Ma improvvisamente la radio corsa arriva la notizia della caduta di una valanga a soli 200 metri dal traguardo. Battistini riesce a passare senza metter piede a terra e quasi alla fine della sua carriera va a vincere la tappa. Nella sua scia Colombo coglie a 10” il secondo posto. C’è una gran confusione, tutte le auto del seguito vengono bloccate per i corridori resta solo un piccolo varco, sul lato della strada.. Dopo tre minuti arriva la maglia rosa Adorni, preceduto da Zilioli e seguito da Mugnaini e da tutti i migliori. Gimondi cede una manciata di secondi ma resta terzo in classifica. Ma i colpi di scena non sono finiti. Mentre stanno sopraggiungendo i ritardatari, a 350 metri dal passo si stacca un’altra slavina. Per fortuna non travolge i corridori, ma li blocca, costringendoli ad acrobazie. Scendono di sella e con la bici a mano superano un muretto di mezzo metro per raggiungere l’arrivo. Alcuni corridori, congelati, vengono riparati con pesanti coperte di lana e trasportati a braccia negli alberghi. Nel dopocorsa le polemiche travolgono il patron Torriani, accusato di essere “incauto” e di esporre i corridori a “rischi mortali”. Zilioli va giù pesante: “Invece di essere accorciata, questa tappa andava abolita”. De Rosso non risparmia critiche: “Giusto soffrire, ma così è troppo”. Balmamion liquida la questione con una battuta: “Sono congelato. Mi sembra di essere De Dorigo, il campione dello sci di fondo”
La penultima tappa, Bormio-Brescia, non riserva sorprese. Bitossi e Taccone evadono nel finale e il toscano prevale sull’abruzzese. L’ultima giornata si trasforma nella consueta passerella. Lunghissima, oltre 8 ore per coprire i 295 chilometri che vanno da Brescia a Firenze. Sulla pista dello stadio di Firenze si registra il secondo successo di uno straniero. Il belga Brands manca il bis, battuto dallo svizzero René Binggeli. Terzo Poggiali, l’atleta di casa.
Vittorio Adorni interrompe clamorosamente la sua serie di piazzamenti e si scrolla di dosso l’etichetta di eterno secondo. Di continuare ad andare a avanti a perdere negli andava proprio. Vince trionfalmente il Giro d’Italia. Dopo di lui nessuno riuscirà più ad imporsi con oltre 10 minuti di vantaggio.
CLASSIFICA FINALE: 1. Vittorio Adorni (Salvarani) km 4151 in 121h08’16”, media 34,270 kmh; 2. Italo Zilioli (Sanson) a 11’26”; 3. Felice Gimondi (Salvarani) a 12’49”; 4. Marcello Mugnaini (Maino) a 14’43”; 5. Franco Balmamion (Sanson) a 15’09”; 6. Taccone a 15’33”; 7. Bitossi a 15’35”; 8. Poggiali a 19’22”; 9. Massignan a 19’30”; 10. De Rosso a 21’03”; 11. Fontona a 21’10”; 12. Dancelli a 21’58”; 13. Schiavon a 26’04”; 14. Negro a 27’53”; 15. Brands (Bel) a 32’09”. Partiti 100, arrivati 81.




















